TUTTI I SANTI o OGNISANTI, CONOSCERE LE ORIGINI

Mercoledì 1° novembre, giorno di Tutti i Santi, noto anche come Ognissanti, è una festa cristiana che celebra insieme la gloria e l’onore di tutti i santi compresi anche quelli non canonizzati. Questo giorno è una festa precetto e prima delle riforme di Pio XII del 1955, aveva anche una vigilia e un’ottava.

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Leggendo  il “Lunario” di Cattabiani si viene a conoscenza di una tradizione popolare che riguarda questa giornata particolare:

Novembre deriva dal latino November, (nono mese), il freddo comincia a farsi sentire. Si dice infatti che «Per i Santi l’inverno è a casa propria» o «Il freddo è il padre di tutti i Santi»; si suggerisce «Per i Santi manicotto e guanti» oppure «Per lutti i Santi fuori il mantello e i guanti».

Ognissanti che cade il primo del mese, è anche un giorno importante per le previsioni meteorologiche, perlomeno secondo i proverbi. Si afferma infatti che «Se il giorno dei Santi il sole ci sta, un buon inverno va». Tuttavia si spera che piova nei giorni seguenti perché «Novembre piovoso, campo fruttuoso».

Questa festa risale alla fine del secolo VIII, quando l’episcopato franco la istituì per sostituirla al Capodanno celtico che cominciava all’inizio di novembre, ma ci vollero parecchi secoli perché si diffondesse in tutta Europa: soltanto nel 1475 Sisto IV la rese obbligatoria per la Chiesa universale.

Dell’antico Capodanno celtico sono sopravvissuti fino a oggi proverbi e usanze: fra queste la più celebre nei paesi inglesi e irlandesi è la cosiddetta notte di Hallowe’en, fra il 31 ottobre e il primo di novembre, durante la quale i ragazzi si mascherano da scheletri e fantasmi, per mimare il ritorno dei morti sulla terra, e girano di casa in casa chiedendo piccoli tributi e minacciando, se non li ottengono, di giocare qualche scherzo. I Celti, infatti, festeggiavano il loro Capodanno recandosi nei cimiteri e trascorrendovi la notte fra canti e libagioni perché erano convinti – credenza tipica di ogni periodo di passaggio da un anno all’altro, come il Carnevale – che in quelle ore i morti ritornassero sulla terra entrando in comunione con loro. Il giorno seguente poi, festa di Samain, cominciavano a celebrare il nuovo anno.

La sera delle pore aneme

Alcuni lettori si chiederanno incuriositi perché i Celti avessero fissato il Capodanno nel cuore dell’autunno. I contadini lo capirebbero immediatamente: perché questa è l’epoca in cui, finita una stagione agraria, s’inizia la nuova. Il grano è stato appena seminato è «sceso negli inferi», nel cuore della terra, e comincia il suo lento cammino verso la futura germinazione.

Per cristianizzare questo Capodanno la Chiesa franca istituì anche la commemorazione dei defunti. Fu proprio Odilone di Cluny a ordinare nel 998 ai cenobi dipendenti dall’abbazia di celebrare l’ufficio dei defunti a partire dal vespro del primo di novembre, mentre il giorno seguente i sacerdoti avrebbero offerto al Signore l’Eucarestia pro requie omnium defunctorum; il rito si  diffuse a poco a poco nel resto dell’Europa, ma a Roma giunse soltanto nel secolo XlV.

La credenza è ancora oggi diffusa in alcune regioni d’Italia secondo la quale i morti ritornano a casa una volta l’anno e mangiano il cibo preparato per loro. In Veneto, come nel Friuli, il «ritorno dei morti» avviene nella notte fra il 1° e il 2 novembre quando consumano fave, castagne e zucca marina: il “piato dei morti“.

Nelle case un tempo le donne preparavano i trandoti e gli ossi di morto, pane e dolci particolari, impastati con farina e frutta secca; inoltre era tradizione preparare la polenta infasolà, cotta con una minestra di fagioli molto diluita. Si tratta di una tenera forma di comunione con i propri morti conosciuta anche dai Greci perché le anime dei defunti risiederebbero nei baccelli delle leguminose.

Ricordiamo che ancora oggi i dolci dei morti variano da regione a regione pur mantenendo inalterato lo spirito di semplicità dell’evento che si va a celebrare: dalle favette, al pane dei morti (in Lombardia), fino alle ossa dei morti, fanfullicche e stinchetti.

Qui di seguito vi diamo alcune ricette facili da preparare in occasione di queste festività:

I CAVALLI DEI MORTI ricetta tipica del Trentino Alto Adige

In Trentino Alto Adige si preparano delle grosse pagnotte dolci a forma di ferro di cavallo, chiamate “Cavalli dei Morti”. Il riferimento ai cavalli ha origini molto antiche e risalirebbe al culto della dea Epona, protettrice dei cavalli, con i quali, secondo il mito, accompagnava nell’oltretomba gli spiriti dei defunti.

La tradizione trentina, invece, vuole che si lascino su una tavola imbandita, illuminata dalle braci del focolare, come offerta alle anime dei defunti, che vengono “richiamate” dal suono delle campane.

PAN DEI MORTI, ricetta tipica della Lombardia

Di questo dolce nato ai piedi della Madonnina, poi diffuso anche in diverse altre regioni d’Italia, si ha notizia fin dal 1400. Si tratta di biscotti dalla forma ovale molto saporiti, la cui ricetta può avere diverse varianti.

Alla base, composta da: farina di mais e farina 00, burro, latte, lievito di birra e scorza di limone. Si possono aggiungere: pinoli, scorzette di arancio, mandorle, fichi secchi, uvetta, cacao, rum e cannella. Perché possano assomigliare al colore delle ossa, i biscotti vengono cosparsi con abbondante zucchero a velo.

FAVE DEI MORTI ricetta che viene proposta in diverse regioni d’Italia

Sono biscotti piccoli e morbidi, dalla tipica forma ovale. Secondo la tradizione, sarebbero nati nelle cucine della nobiltà romana, per poi diffondersi anche nelle altre regioni italiane. Venivano “offerti” alle anime dei defunti nella notte tra il 1° e il 2 novembre. L’impasto è a base di mandorle tritate, zucchero, uova, farina e pinoli, a cui si possono aggiungere cannella, scorza di limone e un cucchiaino di grappa.

(tratto da “Lunario” di Cattabiani – Ed. Mondadori e Weekendpremium)

(G. De Baratti)

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