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CASTLAR di ANGELO LAMBERTI: Il teatro della vita in un’osteria mantovana tra briciole, bianchini e memoria popolare

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Il 14 aprile esce nelle librerie Castlar, l’opera teatrale di Angelo Lamberti, scrittore e drammaturgo mantovano con una lunga carriera alle spalle.

Questa volta Lamberti torna in scena con un racconto che intreccia umorismo, memoria storica e riflessione sociale. Castlar (nome dialettale per indicare Castel d’Ario) è un’opera che narra la vita di un’osteria di provincia, un luogo simbolico dove le vicende di ogni giorno si trasformano in momenti epici, sospesi tra il comico e il tragico, tra la quotidianità e il pensiero filosofico.

Ambientato a Castel d’Ario tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, Castlar è un’opera teatrale in tre atti che esplora la vita dei suoi protagonisti, personaggi memorabili che popolano l’osteria del paese, come Nino, Giangia, Milcare e Dobra. In questi ambienti tipici di una comunità, Lamberti crea un affresco ricco di contrasti, ironia e struggente umanità, descrivendo un mondo che cambia, tra la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova era. La risata si mescola al dramma e la malinconia al sorriso, in un gioco di emozioni che coinvolge il lettore.

Con Castlar Lamberti continua il suo percorso artistico, che da sempre porta in scena la realtà, i conflitti e le sfumature più intime della vita quotidiana, offrendo uno spaccato che ci riguarda da vicino. Un’opera che sa farsi voce della provincia, raccontando un’umanità universale che non teme di affrontare la morte, ma la celebra con un brindisi, come Giangia avrebbe voluto.

L’opera sarà disponibile in libreria dal 14 aprile 2025 e sarà un’occasione imperdibile per riscoprire una parte della nostra storia e della nostra memoria collettiva.

PREFAZIONE

Nel sacro nome di Tespi, caro Angelo, non posso che iniziare col dirti quanto la tua pièce Castlar mi abbia da subito folgorato per la sua potenza scenica e il suo intreccio di atmosfere, personaggi e dialoghi. Confesso che, alla prima lettura, ho avvertito un impeto quasi irrefrenabile: “Vorrei farne io stesso la regia!”. Tale slancio, frutto di un istinto teatrale mai sopito, mi è esploso nel petto come un richiamo gioioso e ineludibile.

E dire che quest’opera – nella sua caleidoscopica rappresentazione di vita paesana a Castel d’Ario, il Castlar che dà il titolo alla commedia – possiede tratti di schietta e arguta italianità che subito hanno evocato in me il grande Giovannino Guareschi di Mondo piccolo. Qui, infatti, riecheggia quello spirito di paese, quell’anima verace d’una comunità dove c’è sempre un’osteria quale fulcro di relazioni, pettegolezzi, confessioni, e dove le diatribe, persino le dispute ideologiche, finiscono per diventare grandi commedie umane. Allo stesso tempo, però, Castlar mostra lampi di quell’affettuoso surreale, sospeso a mezz’aria fra il quotidiano e l’onirico, che subito mi ha riportato alla mente l’inconfondibile cifra di Cesare Zavattini. A suo modo, la pièce convive fra l’asciutto realismo della vita di provincia e un umorismo visionario che fa sorridere e pensare.

È proprio in questo crocevia che si muovono i tuoi personaggi: Senofonte (detto Fonte), Gottardo (detto Tardo), Giangiacomo (detto Giangia, l’oste), Adele, Amilcare (Milcare), Giovanni (Nino), Emilio (Dobra), Piero (Balbuzio), il Dottore, Don Luigi… Tutti portano in scena la vivacità di figure che, a un primo sguardo, appaiono caricaturali, quasi maschere della Commedia dell’Arte. Ma basta procedere con la lettura per intuire in loro una profondità emotiva: ciascuno ha il suo fardello di scherzi del destino, di piccole abitudini, di affanni e desideri.

Si avverte, inoltre, il gusto per la costruzione di ambienti e climi narrativi capace di oscillare fra una leggerezza da vaudeville e quell’iridescenza che appartiene al periodo del cosiddetto “boom economico”. Siamo dentro a un percorso che attraversa tre epoche (1939-40, 1949-50, 1959-60), segnate dalle macerie della guerra e da un’Italia che, passo dopo passo, si trasforma: dal podestà fascista ai fumi della ricostruzione, sino all’ansia di modernità delle motociclette e delle prime grandi industrie. Qui, la musica, che spazia da Mascagni a Verdi, dalle canzoni popolari ai canti di propaganda, opera un continuo contrappunto drammaturgico: accompagna, di scena in scena, i mutamenti storici e i fremiti interiori dei protagonisti, colorando la pièce di un lirismo che sfiora il melodramma e lo stempera con punte d’ironia.

Mi ha particolarmente colpito, caro Angelo, la scelta di dare risalto a quelle “piccole grandi” vicende quotidiane, fatte di una balbuzie che diventa musica (vedi il tragicomico Balbuzio), di dialoghi che sfiorano il non-senso (Fonte e Tardo, veri specialisti di espressioni ellittiche e mugugni teatrali) o di situazioni in cui l’ilarità del momento, come le bizzarre partite a briscola o le richieste di prestiti mai restituiti, si fonde con una vena di malinconia profonda (i funerali, la malattia, l’ultimo viaggio di Giangia). È un gioco di equilibrismi drammatici che conferma la complessità e la maturità della scrittura: dal riso si passa all’amaro, dal facile divertimento allo struggimento esistenziale, e lo si fa con una fluidità che cattura.

Trovo poi deliziose quelle pennellate dialettali o quelle coloriture popolari che ravvivano i dialoghi e li rendono unici. Le vicende di paesi come Castel d’Ario non necessitano di sovrastrutture roboanti: vivono, anzi, di una microstoria collettiva, di uno spirito comunitario che solo la provincia sa alimentare con tanta autenticità. Ci ritroviamo, così, immersi in un clima di “strapaese” in cui la tentazione di scadere nel folklorico è scongiurata da una sapiente calibratura: la tua scrittura, infatti, conserva sempre una certa grazia, una “verità” di fondo che evita ogni goffo manierismo.

E come dimenticare la cadenza ironica di un saluto teatrale tipicamente scaramantico, “Tanta merda”, che il mondo dello spettacolo si porta dietro in ogni debutto. Il tuo “Castlar”, con la sua alternanza di tocchi ironici e momenti più riflessivi, merita davvero un palcoscenico che gli dia respiro e la giusta dimensione collettiva. Alla fin fine, è proprio l’alchimia tra questi personaggi – dal sacerdote intellettuale e un po’ disilluso al lampionaio che filosofeggia, dal podestà fascista all’ostessa generosa – a consegnarci un vero e proprio specchio della nostra storia, in cui piccole grandi speranze s’infrangono e si ricompongono in una risata corale.

Io, da amante delle scene e della regia, mi auguro fortemente di veder presto realizzato il desiderio di metterla in scena (se e quando deciderai di farlo, ti imploro: chiamami!). Ogni dettaglio (dalla scenografia semplice, che si trasforma in casa, locanda e chiesa, alle musiche che accompagnano i siparietti comici o tragici) sembra già costruito in una partitura perfetta per il palco. C’è tutto: la freschezza delle situazioni, la cura per i caratteri, la forza di quelle battute che dietro la risata custodiscono riflessioni pungenti sulla vita, la morte, la religione, la politica.

Ecco perché mi piace, al termine di queste righe, lanciare una sorta di benevolo auspicio: Castlar è un “gioiello scenico” per efficacia verbale, tipologia dei personaggi, umorismo dal piglio surreale. Una pièce che sa condensare, con garbo e sagacia, la forza del teatro popolare e il respiro del racconto epico-minimo di un paese di provincia, tra i canti di chiesa e le arie d’opera. Non resta che attendere il momento in cui, dalle pagine, questi protagonisti prenderanno vita su un palcoscenico vero, con il pubblico seduto in platea, a ridere e sospirare, proprio come accade quando una comunità si riconosce in un racconto che in fondo parla di lei.

Caro Angelo, promettimi che, se deciderai di farlo debuttare, non dimenticherai chi ti scrive. Il mio istinto teatrale scalpita all’idea di dirigerlo. “In bocca al lupo” – anzi, “Tanta Merda!” – secondo la nostra migliore tradizione apotropaica. Del resto, come ben sai, un tempo i nobili andavano a teatro a cavallo: più cavalli significava più gente, e più gente portava con sé una scia di energia, di entusiasmo, di festa.

Che lo stesso entusiasmo accompagni la tua opera.

Fausto Bertolini

Quarta di copertina – Castlar ci trasporta in un universo sospeso tra realismo e visione surreale, in cui la quotidianità di un piccolo paese della pianura padana diventa lo specchio vivace dell’Italia intera. Personaggi come Fonte e Tardo, Dobra e Balbuzio, il Dottore e Don Luigi, tessono una trama di dialoghi ora esilaranti, ora intrisi di umanità, mentre le voci di Mascagni e Verdi risuonano sullo sfondo. Le epoche storiche si succedono: dal fascismo e i suoi riti grotteschi alla ricostruzione postbellica, fino allo slancio del boom economico, e ogni passaggio è segnato da vicende che intrecciano ironia, malinconia e profonda riflessione.

Angelo Lamberti rende vive le atmosfere di Castel d’Ario (MN), detto familiarmente Castlar, e fa risuonare il fascino dei dialetti, delle partite a briscola, delle schermaglie in osteria e di un senso di comunità capace di forgiare complicità e leggenda. Con grazia e sagacia, la pièce dipinge un affresco corale in cui si ride e, allo stesso tempo, ci si interroga sulla vita, la morte, la fede e il destino. A emergere è l’autenticità di gesti e parole, capaci di restituire sulla scena personaggi in bilico tra l’assurdo e la tenerezza delle piccole cose. Castlar è uno splendido esempio di teatro popolare che non rinuncia a uno sguardo poetico, offrendoci un gioiello narrativo dove verità e fantasia convivono con freschezza e passione, come in un brindisi corale che unisce riso e commozione. Tra i tavoli dell’osteria e il sagrato di una chiesa di paese, si accendono battibecchi e complicità, riflessioni sottili e slanci poetici, in un intreccio che sa di vita autentica e di teatro universale. Un invito a immergersi in un racconto epico-minimo, ironico e barocco, che fonde il fermento popolare con la suggestione del melodramma, lasciandoci un ricordo intenso e un sorriso malinconico.

Angelo Lamberti è nato a Castel d’Ario (MN) nel 1942 e vive a Porto Mantovano (MN). È la scrittura drammaturgica a caratterizzare i suoi esordi artistici. Già nel 1971, con il suo dramma Descrizione di una rivolta vinse il Premio Ruggero Ruggeri; nel 1998, con la commedia Il risveglio… rappresentò il nostro Paese nell’ambito del Festival Milano-New York; nel 2004 ricevette il Premio della Giuria nel contesto del Premio Diego Fabbri di Forlì con il dramma La strategia dello scorpione. Diciotto sue opere per il teatro sono state pubblicate in volume e altre sette sulla prestigiosa rivista Sipario. Tra drammi e commedie si cominciò a manifestare la vena poetica di questo poliedrico autore. La prima silloge Il vizio di essere fu pubblicata nel 1997 da LibroItaliano con prefazione di Mario Artioli e postfazione di Andrea Pinotti. Seguirono altre raccolte fra le quali Eclisse di Stella (Il Gazebo, 2000); Lo zero per quel che vale (Manni Editore, 2004); La lima nel pane (Book Editori, 2006, con prefazione di Alberto Cappi); Teatro instabile (Manni Editore, 2007, con prefazione di Mario Artioli); Poesie con il fiato corto (Gilgamesh Edizioni, 2019, con prefazione di Stefano Iori); Poesie in italianese (Gilgamesh Edizioni, 2022, con prefazione di Stefano Iori), Il pompiere salta cavallerescamente il kamikaze (Gilgamesh Edizioni, 2025, con prefazione di Giorgio Barberi Squarotti, opera vincitrice del Premio Garcia Lorca), Cose da nulla (Gilgamesh Edizioni, 2023, con prefazioni di Giampiero Neri e Marco Molinari). Con Gilgamesh pubblica anche i quattro testi per il teatro I laghi di Mantova (2023, a cura di Carla Villagrossi).

Gilgamesh Edizioni

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