Scopri il racconto inedito di Harper J. Quinn, un thriller psicologico che esplora le ombre della mente umana. Un viaggio disturbante ti attende!
Per la prima volta, Harper J. Quinn sceglie di donare ai lettori un racconto completo e inedito: il primo frammento di una raccolta destinata a diventare un viaggio nei territori più oscuri della mente umana.
Un thriller psicologico noir, teso e disturbante, tratto dal prossimo libro di Harper J. Quinn, dal titolo Short Stories, dove ogni verità lascia spazio a un dubbio ancora più profondo.
Un assaggio esclusivo di un universo narrativo fatto di ossessioni, silenzi e confini morali destinati a sgretolarsi pagina dopo pagina.
Elise Lacourt: -“Ringrazio Harper J. Quinn e la casa editrice AEDE Books per il regalo e auguro a tutti buona lettura”.
LA MASCHERA
di Harper J. Quinn
Maggio 2026
PROLOGO
LA NOTTE DEL GIOCO
Trent’anni prima, nessuno dei presenti era mai riuscito a stabilire quando quella notte fosse davvero finita.
La villa Montvale era isolata. Arroccata sulla scogliera.
Sette persone erano arrivate nel corso del pomeriggio.
Victor Delmar possedeva più terra di quanta ne avesse mai calpestata. Faceva l’avvocato per abitudine, non per necessità. Gli piaceva ascoltare la propria voce mentre trasformava un colpevole in un innocente.
Clara Montvale era rimasta vedova troppo presto ed era vergognosamente ricca. Portava il lutto come un accessorio costoso. La noia era l’unica cosa che sembrasse davvero viva dentro di lei.
Il dottor Adrian Vane apparteneva a una famiglia di medici da generazioni. Aveva mani curate e occhi stanchi. Dopo il terzo brandy iniziava sempre a parlare della morte come di una cattiva abitudine umana.
Lucas e Nathan DeWitt speculavano su qualunque cosa producesse paura, scarsità o dipendenza. Non distinguevano più il denaro dal sangue. E probabilmente non lo facevano da anni.
Isabelle Montvale possedeva la villa e le terre attorno. Suo marito era morto per un infarto, almeno ufficialmente. Troppa gente aveva trovato conveniente crederci.
Henry Valcor aveva ereditato dal nonno una piccola flotta commerciale e abbastanza denaro da convincersi che quasi tutto potesse essere comprato.
Aveva organizzato lui la giostra.
Arrivarono uno alla volta. Pochi bagagli. Nessun vero saluto.
Si conoscevano troppo bene per salutarsi davvero.
Nelle loro stanze trovarono gli abiti e le maschere.
Il gioco era semplice: sette nuovi nomi. Sette nuovi ruoli. Nessuna conseguenza.
Valcor lo chiamava “un’esperienza controllata”. Nessuno chiese controllata da chi.
La donna arrivò dopo. Non era nel gruppo. Non era prevista come partecipante.
Fu introdotta come “elemento esterno”.
Isabelle, d’accordo con Valcor, disse solo: «È la madre della bambina.»
E la frase rimase sospesa, senza conseguenze immediate.
All’inizio era solo finzione. Poi non più.
Le maschere iniziarono a non separare più il gioco dalle persone. Il confine crollò e poi scomparve.
La donna non interpretava nulla. Era solo lì. Apparentemente da spettatrice.
Poi da protagonista. E questo bastò.
Quando cadde dalla scogliera, tra una risata e l’altra, nessuno reagì subito. Non per shock. Per difesa. Per gioco.
Il problema non fu ciò che era successo.
Ma che tutti capirono che, da quel momento, avrebbero dovuto chiamarlo esattamente allo stesso modo.
La versione arrivò prima del lutto. Il silenzio prima della memoria. E la memoria prima della colpa.
Fu deciso che era stato solo un disgraziato incidente.
Una frase sufficiente a chiudere tutto senza chiudere nulla.
La donna scomparve dalla storia prima ancora di scomparire dai documenti.
Victor Delmar imparò a trasformare i fatti in versioni difendibili.
Adrian Vane imparò che una firma può fermare i sospetti più di una verità.
I DeWitt impararono che il silenzio ha sempre un prezzo, e tutti loro potevano pagarlo.
Clara imparò a guardare senza vedere.
Isabelle imparò a tenere tutto in casa, anche ciò che stava marcendo.
Henri Valcor imparò la cosa più semplice di tutte: che una menzogna, se ripetuta da abbastanza persone, smette di essere una menzogna.
La figlia della donna non era stata inclusa nel gioco. E non fu gestita. Non fu neanche considerata.
Era troppo piccola per capire.
E fu questo il punto in cui il gioco smise di essere un gioco.
Trent’anni dopo… la tentazione di chiudere il cerchio fu troppo forte per non essere presa in considerazione.
Venne inviato un invito. Su un cartoncino elegante. Prezioso.
Quando Evelyn Ashford arrivò alla villa dei Montvale, capì immediatamente che qualcosa era già stato deciso prima del suo arrivo. Un nuovo gioco?
La casa dominava la scogliera e sembrava incollata alla pietra.
Le finestre alte restituivano riflessi distorti del mare in tempesta, come se l’acqua potesse entrare dentro la roccia e non avesse mai smesso di muoversi.
Un domestico con i capelli bianchi aprì la porta prima ancora che lei bussasse.
«La aspettavano, signorina Ashford.»
Il tono non aveva nulla di accogliente. Non era un benvenuto. Era un fatto.
Evelyn si tolse lentamente i guanti. Osservò l’atrio rivestito di legno scuro, il lampadario basso, l’odore di cera e salsedine.
Aveva visto fotografie della villa anni prima.
Sui giornali. Dopo il processo.
Nel salone c’erano sette invitati. Nessuno parlava. I bicchieri si alzavano. Le sigarette si consumavano. Ma il silenzio restava lì a dominare la stanza, seduto con loro.
Evelyn li osservò uno a uno.
Victor Delmar, l’avvocato, in piedi vicino al camino.
Clara Montvale, seduta con le mani intrecciate. Gli anelli riflettevano la luce delle fiamme che danzavano.
Il dottor Adrian Vane, impeccabile.
I fratelli Lucas e Nathan DeWitt, identici anche nel modo in cui evitavano lo sguardo degli altri.
Henri Valcor, che osservava la stanza come se la stesse misurando.
E l’anziana Isabelle Montvale vicino al camino.
Sette. Esattamente sette.
La vecchia Isabelle la fissò a lungo. Uno sguardo insistente. Asfissiante.
Poi mormorò:
«Hai gli occhi di tua madre.»
Per un istante Evelyn rimase immobile. Solo un istante. Poi sorrise. Un sorriso appena accennato. Educato. Quasi fragile.
«Me lo dicono spesso.»
La cena fu lenta. Nessuno nominò mai direttamente il passato, ma il passato sedeva a tavola con loro.
Evelyn ascoltava più di quanto parlasse.
Ogni tanto qualcuno lasciava sfuggire una frase interrotta.
“Quella notte…”
“Se allora avessimo…”
“Non era previsto…”
Poi silenzio. Sempre silenzio.
Alle undici, Victor Delmas scomparve. All’inizio nessuno ci fece caso. L’avvocato beveva molto. Era il tipo d’uomo che spariva facilmente da una stanza.
Ma quando il domestico trovò il suo corpo nella serra, la mattina dopo, il silenzio diventò asfissiante.
Victor giaceva sul pavimento umido, tra le orchidee. Gli occhi spalancati. La gola tagliata. Un taglio netto.
Accanto al corpo, una maschera bianca, veneziana.
Il dottor Vane si inginocchiò immediatamente.
«Mio Dio…»
Evelyn osservò il cadavere senza avvicinarsi troppo. Sembrava pallida. Più stupita che sconvolta.
La tempesta isolò la villa prima dell’alba.
Telefono morto. Strada impraticabile. Nessuna possibilità di raggiungere la costa.
Isabelle Montvale, sentì il freddo entrarle nelle ossa e iniziò a tremare davanti al camino.
«Dobbiamo chiamare qualcuno…» sussurrò. Suonò come una supplica.
E la tempesta, fuori, non sembrava intenzionata a finire.
La seconda morte arrivò il giorno seguente.
Clara Montvale venne trovata nella vasca da bagno. Acqua ferma, rossa. Polsi tagliati.
Un suicidio, apparentemente.
Ma Isabelle, sconvolta, con le mani strette sul viso, notò subito il dettaglio. La donna aveva le unghie spezzate. Aveva lottato.
Henri Valcor smise di bere.
«Non è un incidente.» disse. «Qualcuno ci sta uccidendo.»
Lucas DeWitt rise nervosamente.
Nathan non rise affatto.
La villa iniziò a restringersi. Le stanze diventarono angoscianti, i corridoi troppo bui.
E ogni porta sembrava leggermente più pesante della sera precedente.
Quella notte il dottor Vane scomparve.
Non ci furono urla. Scomparve e basta. Forse era andato alla scogliera. Forse era precipitato.
Solo una sedia ancora calda accanto al tavolo. E una maschera bianca appoggiata vicino al piatto.
Lucas DeWitt fu trovato nel corridoio principale. Un coltello nel cuore.
Nathan non rimase solo troppo a lungo. Morì la notte successiva. In un’altra stanza.
Sempre senza testimoni. In silenzio. Aveva gli occhi sbarrati.
Henri Valcor cercò di aprire una finestra. Non si apriva.
«Qualcuno è ancora qui…» sussurrò.
E questa volta nessuno lo contraddisse.
Isabelle Montvale iniziò a tremare.
«Non avrebbe dovuto tornare…» sussurrò.
E questa frase non sembrò rivolta a nessuno in particolare.
Quando rimasero in tre, la villa era completamente diversa.
Una gabbia. Angusta. Buia. Troppo stretta.
La tempesta infuriava incessantemente sugli scogli. Il vento ululava. Il telefono… ancora morto.
Henri Valcor fu il penultimo.
Lo trovarono vicino allo studio. Seduto. Come se stesse aspettando un aiuto che non sarebbe mai arrivato.
Veleno. Accanto al bicchiere di whiskey… una maschera bianca. Come la morte. Come le altre.
Quella sera Isabelle Montreval chiese di parlare con Evelyn.
Nel vecchio studio al secondo piano il fuoco scoppiettava piano.
La donna anziana versò del brandy con le mani che tremavano vistosamente. Fu in quel momento che smise di fingere.
«Tu sai cos’è successo qui. Non sei qui per caso.»
Evelyn giocherellava lentamente con i guanti.
«Nessuno lo è.»
Isabelle inspirò lentamente.
«Tua madre non meritava quella fine.»
Pausa. Silenzio. Poi continuò.
«Era un gioco. Non doveva finire così.»
Per la prima volta il gelo attraversò lo sguardo di Evelyn.
«Finirà esattamente come è iniziato.»
Pausa.
«Solo che qualcuno ha deciso di ricordarlo fino in fondo.»
Il silenzio nella stanza diventò assordante.
«Chi sei davvero?» chiese Isabelle.
Evelyn Ashford la osservò con calma senza parlare. La lasciò tremare.
«Non sono la prima versione di questa storia.»
Pausa.
«Sono quella che avete voluto ignorare.»
Isabelle fece un passo indietro.
«Quel gioco… non era reale…»
Evelyn inclinò leggermente la testa.
«Una donna è morta, Isabelle.»
Silenzio.
«E voi avete chiamato quella morte… un incidente. In uno stupido e maledetto gioco di ruolo.»
La guardò tremare.
«Così avete detto al processo. Maschere. Sedativi. Alcol. Scene simulate.»
Fece una pausa.
«Una ricca degenerazione aristocratica sfuggita di mano. Ma nessuno di voi ha pagato davvero. I vostri maledetti soldi. Gli avvocati. Versioni contraddittorie. Giudice compiacente.»
Silenzio.
«Il caso era evaporato lentamente. Ma non per tutti.» sibilò la donna mentre Isabelle tremava vistosamente. Cercava l’aria, i polmoni si erano chiusi.
Fuori, il mare ruggiva. Gli scogli supplicavano sotto le frustate delle onde che colpivano la scogliera senza sosta.
Isabelle crollò lentamente nella poltrona.
Evelyn rimase in piedi davanti al camino. Elegante. Immersa nella luce bassa del fuoco.
Poi sorrise. Gli occhi freddi come il ghiaccio.
«La vera Evelyn Ashford non sarebbe mai entrata qui.»
Isabelle impallidì lentamente.
«No…»
«Lei ricordava tutto.»
Pausa.
«Ricordava sua madre che implorava.»
Pausa.
«Ricordava voi sette mentre ridevate. E la notte gridava di dolore.»
Il vento colpì violentemente le finestre.
Isabelle sussultò e iniziò a piangere.
«Eravamo fuori di testa. Ubriachi… drogati… non volevamo…» singhiozzò.
«No.»
La voce della donna fu calma, gelida. Tagliente. Una sferzata.
«Voi volevate divertirvi. Una morte reale era diventata una finzione eccitante… per gioco.»
Silenzio.
Poi Evelyn… o qualunque fosse il suo vero nome… infilò lentamente i guanti neri.
«La vera Evelyn ha solo trasformato quel vostro maledetto gioco in realtà.»
Isabelle sollevò lo sguardo, confusa.
«Non voleva vendetta… voleva solo giustizia.»
Pausa.
«Io faccio il resto.»
Il corpo di Isabelle Montvale fu trovato all’alba. Seduto nella sala principale.
La villa completamente silenziosa. E una maschera bianca al centro del tavolo.
Quando finalmente la polizia raggiunse la villa, Evelyn Ashford era sparita. Nessun bagaglio. Nessuna traccia. Solo la pioggia che scendeva sulle scale di pietra.
Nel camino della biblioteca trovarono una fotografia bruciata a metà.
Mostrava una giovane donna sorridente seduta sull’erba.
Accanto a lei, due bambine… identiche.
Stessi occhi chiari. Stesso vestito. Stessa età.
Gemelle.
Sul retro, una frase scritta con una calligrafia elegante:
“Una urlava nel buio.
Ricordava tutto.
L’altra ascoltò gli incubi per anni, fino all’ultima notte.
Poi arrivarono il silenzio, una corda
e una morte troppo giovane per avere un nome.”
La pioggia aveva smesso da poco quando la donna attraversò il cancello del piccolo cimitero di periferia.
L’aria odorava di terra bagnata e muschio.
Camminò lentamente tra le lapidi senza guardare i nomi. Conosceva la strada da anni.
Indossava un cappotto scuro. Nessun ombrello. Nessuna fretta.
Quando raggiunse la tomba, si fermò.
Due nomi. Uno sopra l’altro. La pietra era semplice, come mille altre, anonima.
Tolse un guanto e posò la mano sul marmo freddo. Per qualche secondo rimase in silenzio.
Il vento muoveva appena i cipressi dietro di lei.
Poi abbassò gli occhi.
«Non urlano più, Evelyn.»
La sua voce era calma. Dolce. Affettuosa.
«Nessuno di loro.»
Silenzio.
Le dita si contrassero lentamente sulla pietra.
«Ti hanno lasciata sola dentro quella notte per troppo tempo.»
Chiuse gli occhi.
Per un istante sembrò sul punto di crollare. Gli occhi si bagnarono. Ma non accadde.
«Adesso il cerchio è chiuso.»
Pausa
«Puoi riposare in pace… sorellina.»
Il vento attraversò il cimitero senza fare rumore.
La donna rimase immobile ancora qualche secondo.
Poi lasciò sulla tomba una vecchia maschera bianca, incrinata lungo un lato.
E se ne andò senza voltarsi indietro.
FINE
