Blue Gallery, galleria indipendente di Venezia, annunciare “Restante”, personale di Antonio Tropiano a cura di Alberto Dambruoso e Silvio Pasqualini con testo poetico di Teresa Murgida
VENEZIA – Tra gli scultori che negli ultimi anni si sono maggiormente distinti in Italia, Antonio Tropiano occupa una posizione singolare. La sua ricerca nasce dall’incontro tra una rigorosa formazione umanistica e una pratica scultorea fondata sulla tradizione della lavorazione del legno, portata a un livello di estrema precisione tecnica e densità concettuale.
Come scrive il curatore Alberto Dambruoso, Tropiano ha impresso «un nuovo impulso alla scultura contemporanea attraverso una visione capace di coniugare con sapienza ed equilibrio pensiero e forma». Una ricerca nella quale la tradizione della scultura lignea raggiunge «gradi di elevatissimo rigore compositivo».
La mostra “Restante” presenta a Venezia quattro opere realizzate negli ultimi anni, capaci di sintetizzare questa particolare attitudine. Sono sculture che, secondo Dambruoso, riescono a «esprimere concetti alti attraverso forme semplici», come un appendiabiti, una foglia di fico o un sacchetto di carta per il pane, e che sorprendono anche per una qualità tecnica tale da far pensare all’intervento di un macchinario.
RESTANTE
di Teresa Murgida
Continuano a venire gli anni
bussano sul tronco nero d’acqua
vogliono contarmi i cerchi del cuore,
vogliono sapere se basto.
Faranno di me amuleti,
ex voto per gli altari,
scolpiranno esagoni perfetti,
foglie vizze e cartocci per il pane.
In un’ora pervinca della sera,
non ricorderò più niente:
l’alito del vento
gli occhi delle gemme,
le dita della nebbia,
le piogge vergini d’aprile.
Ho toccato così tante vite
che le ho dimenticate tutte.
Custodisco però intimi solchi
appena fuori dalla linfa:
Il segno della sgorbia
la ferita umida dell’ascia.
Le schegge del possibile
avranno per dimora il vuoto.
Ancora vita a restare.
Ancora restante vita.
Ciò che resta
Il titolo “Restante” rimanda al frammento che sopravvive all’usura del tempo, ma anche a ciò che emerge dalla sottrazione.Per Tropiano la scultura è infatti un «campo di possibilità infinite», nel quale persino «gli scarti, le schegge di legno cadute a terra dopo i colpi di scalpello», apparentemente perdute, diventano ciò che ha reso possibile la presenza di ciò che resta.Il vuoto è quindi parte integrante dell’opera. Non assenza, ma possibilità, luogo dell’eventuale.
«Il vuoto per uno scultore è quel luogo delle cose in cui tutto esiste per compiere la libertà del suo gesto».
È su questa idea che si concentra anche la lettura di Cenoscopio, una delle quattro opere in mostra: un sacchetto di carta stropicciato al cui interno una lente invita lo spettatore a guardare nel vuoto. Un vuoto che, osserva Dambruoso, «non è assenza, ma essenza del contenere».
Quattro opere, quattro interrogativi
Le quattro sculture affrontano temi diversi ma legati da una comune capacità di trasformare oggetti e forme quotidiane in dispositivi di pensiero.
Edenismi (2024), una gigantesca foglia di fico rinsecchita ricavata dal noce, riflette sulla difficoltà contemporanea di distinguere vero e falso nell’epoca dell’informazione globale e dell’intelligenza artificiale.
Appendihabitat (2019) nasce durante la pandemia e presenta un alveare appeso a un appendiabiti: metafora di una comunità che, terminata l’emergenza, torna a disgregarsi. «Si è smesso di cantare e di abbracciarsi», ricorda Tropiano, «e il nostro senso di comunione ha fatto la fine di un impermeabile che, appena spiovuto è finito nell’appendiabiti».
Metà Morfosi (2021) porta all’estremo la mutazione dell’uomo contemporaneo, immerso in una società tecnocratica e iperconnessa, attraverso la trasformazione grottesca della mano in un’enorme chela di granchio.
Cenoscopio (2025), infine, affronta direttamente il tema del vuoto e della possibilità del contenere.
Le opere, scrive Dambruoso, sono pensate per «stimolare nello spettatore l’insorgere di una coscienza critica», agendo come dispositivi capaci di rendere visibili aspetti della realtà che spesso non riusciamo a vedere.
Pensiero e materia
È proprio questa fusione tra pensiero e gesto ad aver interessato Silvio Pasqualini, artista e animatore della Blue Gallery, da sempre impegnato sul concetto di tempo.
«Oggi l’artista deve essere un intellettuale», osserva Pasqualini: deve entrare nei significati e fare della propria opera uno strumento capace di significare. Tropiano, in questo senso, è una rarità: filologo di arte medievale e rinascimentale, saggista nel campo della storia dell’arte e delle lettere umanistiche, porta la propria formazione direttamente nella materia.»
«Scolpisce il linguaggio, il tempo e la memoria», sottolinea Pasqualini.
La sua ricerca unisce inoltre una straordinaria manualità a una profonda eredità familiare: il nonno di Tropiano era ebanista e falegname. Una tradizione che l’artista trasforma in una pratica contemporanea, legata anche alla memoria della Calabria, dello Ionio e della cultura mediterranea.
È questa centralità dell’agire umano a rendere particolarmente significativa la sua ricerca in un’epoca in cui strumenti digitali, intelligenza artificiale e macchine intervengono sempre più nei processi di produzione delle immagini e delle forme.
Per Pasqualini, Tropiano dimostra invece come sia ancora possibile «coniugare tradizione e assoluta innovazione e contemporaneità».
La mostra è curata da Alberto Dambruoso e Silvio Pasqualini, con un testo poetico di Teresa Murgida.
In memoria di Marco Schanzer
La mostra è dedicata alla memoria di Marco Schanzer, recentemente scomparso, amico fraterno di Silvio Pasqualini e per molti anni sostenitore attento della Blue Gallery.
A Marco, e ai suoi fratelli Ilario e Alvise, è dedicato questo progetto.
Note biografiche
Antonio Tropiano nasce a Santa Caterina dello Ionio nel 1976. Vive e lavora tra Roma e la Calabria. Compie studi di filologia medievale e rinascimentale a Bologna e Firenze. Collabora come saggista nel campo della storia dell’arte e delle lettere umanistiche.
Fin da ragazzo mostra una certa predilezione per la creazione plastica e per la naturale versatilità del legno, che proprio nella scultura sembrano trovare il giusto grado di conciliazione. Sotto l’impulso di un’assidua ricerca linguistica, mette a punto una cifra stilistica personale, capace di operare una sintesi tra l’ispirazione metaforica di matrice letteraria e la resa figurativa di una fenomenologia dell’agire umano.
Ha avviato da tempo un’accorta attività espositiva, partecipando a numerose collettive e tenendo mostre personali con installazioni site-specific in diverse sedi italiane: come il Castello Estense di Ferrara, Spazio Mondadori a Venezia, il Milano Art Galley Pavilion sempre a Venezia o il Palazzo San Bernardino a Rossano (CS); oltre al Borgo Ferri e alla Torre S. Antonio di S. Caterina dello Ionio. Nel 2015 partecipa alla Pro Biennale di Venezia su invito di Vittorio Sgarbi. Collabora, inoltre, con diverse gallerie d’arte contemporanea.
Sito web: http://www.antoniotropiano.it
______________
Info mostra
Restante
Artista: Antonio Tropiano
A cura di: Alberto Dambruoso (testo critico) e Silvio Pasqualini
Testo poetico: Teresa Murgida
Sede: Blue Gallery Venice – Sestiere Dorsoduro 3061, Venezia
Tra Campo Santa Margherita e il Ponte dei Pugni
Date: 26 settembre – 26 ottobre 2026
Inaugurazione: 26 settembre 2026 ore 18
Orari: Martedì – Sabato 11:00 – 13:00 / 16:00 – 19:00
Ingresso: libero
Contatti: 347 703 0568 – silviopasqualini08@gmail.com
BLUE GALLERY
Minuscola e orgogliosamente indipendente è situata tra Campo Santa Margherita e il Ponte dei Pugni a Venezia, si impegna a promuovere artisti basandosi esclusivamente sull’apprezzamento artistico e sul rispetto personale, respingendo le pratiche espositive convenzionali. Il direttore Silvio Pasqualini, Maestro d’arte e pittore, intende creare un cenacolo artistico ideale e reale, dove gli artisti possano esprimersi liberamente. Il blu avio, colore distintivo di questo spazio, ispira sensazioni di benessere e creatività, come trovarsi tra cielo e mare
INSTAGRAM @bluegalleryvenice
RESTANTE
Testo critico di
Alberto Dambruoso
Tra gli scultori che maggiormente si sono messi in evidenza negli ultimi anni in Italia, Antonio Tropiano occupa certamente una posizione di riguardo. L’artista di origini calabresi è riuscito infatti ad imprimere un nuovo impulso alla scultura contemporanea attraverso una visione capace di coniugare con sapienza ed equilibrio pensiero e forma. La stessa metodologia operativa legata alla tradizione della scultura lignea e portata dall’artista a dei gradi di elevatissimo rigore compositivo, concorre sicuramente a fare di Tropiano una delle più interessanti realtà, non solo della scultura ma direi in generale anche dell’arte del nostro Paese. Non è un caso che in tutte le mostre che lo hanno visto protagonista negli ultimi anni, il consenso sulle sue sculture sia stato pressoché unanime. Il suo modo di fare scultura sorprende e meraviglia gli spettatori sia perché egli riesce ad esprimere concetti alti attraverso forme semplici come possono esserlo ad esempio un appendiabiti, una foglia di fico o un sacchetto di carta per il pane (tutte opere presenti in mostra) sia per la sua straordinaria abilità manuale, tale da raggiungere dei livelli fattuali così alti che si stenta a credere non vi sia dietro l’intervento di qualche macchinario.
Antonio Tropiano espone per questa mostra a Venezia quattro sculture realizzate negli ultimi sei – sette anni e che ben rappresentano lo spirito della sua ricerca, che pone dei seri interrogativi in forma metaforico-critica sulla società e per estensione sul mondo che lo circonda. Quelle presenti in mostra sono allo stesso tempo delle opere che danno la misura del suo modo di concepire la scultura e il titolo della mostra “Restante” intende rimarcare questa sua particolare attitudine nel definire l’atto scultoreo come un campo di possibilità infinite, dove gli scarti, le schegge di legno cadute a terra dopo i colpi di scalpello che si tenderebbe a pensare siano andate perdute per sempre, in realtà non sono da considerasi tali ma, al contrario, sono quelle che hanno reso possibile la presenza di ciò che resta.
Prendiamo ora in esame le quattro sculture presenti in mostra: Edenismi è una scultura del 2024 ricavata da un noce e che riproduce un’enorme foglia di fico rinsecchita. La riflessione apportata da Tropiano con questa scultura riguarda ciò che sta accadendo negli ultimi anni con l’informazione globale dove non si riesce più a distinguere il vero dal falso (fake news) soprattutto dopo l’introduzione dell’IA. Scrive Tropiano a proposito di quest’opera: “In una stagione in cui perfino una foto di guerra ci ricorda come sia sempre più difficile distinguere il vero dal falso, la bibilica foglia di fico escogitata per dissimulare la verità (verecondia, ovvero paura del vero) non ha più alcuna funzione avendo perso la sua utilità. E come ogni strumento in disuso si è rattrappita”.
Appendihabitat è una scultura realizzata nel 2019 durante la pandemia da Sars Covid 19 e nasce da una considerazione dell’artista su quel periodo di condizionamenti e di privazioni. La scultura si presenta con la forma di un alveare appeso su un appendiabiti. L’alveare rappresenta la comunità che in quel periodo di necessità si era compattata aiutandosi reciprocamente, ma appena terminato il momento del bisogno con la stessa facilità con la quale si era unita si è disfatta facendo prevalere i singoli interessi. “Si è smesso di cantare e di abbracciarsi” – ricorda Tropiano – “e il nostro senso di comunione ha fatto la fine di un impermeabile che, appena spiovuto è finito nell’appendiabiti”.
Metà Morfosi è una scultura realizzata nel 2021 che indica già nel titolo il suo status: un cambiamento avvenuto solo per metà del corpo. In quest’opera Tropiano apporta una riflessione sull’attuale società tecnocratica e iperconnesa dove tutti si sentono in dovere di dire la loro opinione, apponendo like di consenso anche sulle cose più banali ed effimere. Così per farci comprendere fino a dove è arrivato l’uomo che appone like in continuazione con il pollice rivolto verso l’alto Tropiano ce lo presenta come potrebbe essere nel suo prossimo futuro, ovvero dotato di un’enorme chela di granchio, una mutazione genetica abnorme e grottesca.
Cenoscopio, dal greco Kenos (vuoto) e Scopeo (guardare) è una scultura realizzata nel 2025 che riproduce la forma stropicciata di un sacchetto di carta per il pane al cui interno, sul fondo, l’artista ha inserito una lente d’ingrandimento. Lo spettatore è dunque invitato a guardare dentro, nel vuoto. In realtà anche se non contiene nulla, il sacchetto non perde la sua essenza che non è mai e solo la sua funzione, ovvero quella di contenere. Il vuoto quindi non è assenza, ma essenza del contenere.
Giunti fin qui risulta ancora più chiaro come Tropiano miri a creare delle opere che stimolino nello spettatore l’insorgere di una coscienza critica. Le sue sculture agiscono come dei dispositivi in grado di far comprendere in chi le osserva la gravità di tante cose che per distrazione o ignoranza non riusciamo a vedere. Le sue sculture agiscono in profondità instillando nello spettatore continui interrogativi ma al contempo dandogli anche delle certezze: le sculture che vede di fronte a sé sono tutti dei capolavori di bravura e di intelletto.
