In primo luogo l’eccessiva quantità di pomodoro contrattato, che rischia di essere superiore alla reale capacità di trasformazione delle industrie del nord: «Avevamo chiesto di centrare la programmazione 2020 – prosegue Ferrari – per garantire un’adeguata remunerazione ai produttori, ma così non è stato. Le industrie hanno bisogno di prodotto perché, sia in Italia che nel mondo, i magazzini sono quasi vuoti, ma la richiesta, anche di derivati, è altissima. Alla luce di questa situazione l’aumento di prezzo è stato irrisorio per la parte agricola».
Vi è poi il problema delle certificazioni: «Il pomodoro italiano è già al top a livello globale, ma questo non ci viene riconosciuto a livello economico. Ci hanno chiesto anche un’ulteriore certificazione sulla qualità del lavoro, che non ha avuto però alcun peso in sede di contrattazione. È una situazione indegna».
In ultimo, la questione relativa al grado brix: i produttori avevano chiesto che fosse fissato, base 100, a 4,80 (in linea con la media degli ultimi anni), ma dalla parte industriale è stato concesso solo il passaggio da 4,95 a 4,90, una difficoltà in più per chi coltiva.
Ferrari mette dunque in guardia i produttori: «Invito tutti a fare molta attenzione alla programmazione. Abbiamo tanto pomodoro e fabbriche in meno, dato che anche la parmense Columbus, che ogni anno assorbiva quasi un milione di quintali, ha chiuso i battenti. La campagna rischia di essere più lunga, a discapito di noi produttori».

