Sergio Mattarella “La cultura è una sorgente di umanità”. – Le parole del Presidente precedono l’apertura della mostra I Tesori d’Italia – Il ‘900 delle Fondazioni
AGRIGENTO – “Agrigento intende parlare al resto del Paese e all’Europa di cui è parte. Uno degli intenti per Agrigento, in questo 2025, è quello di non essere soltanto lo spettacolare palcoscenico della Capitale della Cultura, ma di costituire sollecitazione e spinta per tante altre realtà italiane”.
Le parole del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della cerimonia inaugurale di Agrigento Capitale italiana della Cultura 2025 che si è tenuta sabato 18 gennaio al teatro Pirandello della città girgentina, coincidono perfettamente con la filosofia del progetto espositivo I Tesori d’Italia, il ‘900 delle Fondazioni che nel pomeriggio ha aperto, di fatto, a Villa Aurea alla Valle dei Templi, il calendario degli eventi celebrativi 2025.
“La cultura è una sorgente di umanità cui attingere per dotarci di nuovo dinamismo – ha dichiarato Mattarella –. “Il sé, l’altro, la natura” recita il tema scelto da Agrigento. La connessione tra cultura e natura – che avete posto al centro del vostro programma – è quanto mai attuale, incalzante. La Valle dei Templi, meravigliosa scenografia vivente che domina queste terre da oltre duemila anni – ha concluso il Capo dello Stato -, diventa così l’icona più affascinante di quel binomio cultura-natura che si pone davanti al nostro tempo come una prova decisiva”.
La mostra, con sottotitolo Il ‘900 delle Fondazioni. Da Giorgio de Chirico a Lucio Fontana, per la prima volta, infatti, celebra una capitale della cultura italiana, Agrigento, con i riferimenti e le radici culturali dell’intero Paese e non solo di un singolo territorio. L’esposizione, che rappresenta la seconda sessione delle tre previste nel progetto dell’intera rassegna, promossa da Parco Valle dei Templi di Agrigento e prodotta da Consorzio Progetto Museo, con la curatela di Pierluigi Carofano e Anna Ciccarelli, è stata inaugurata dal direttore generale dell’Assessorato regionale alla Cultura, Mario La Rocca, dal direttore del Parco archeologico della Valle dei Templi, Roberto Sciarratta, dal prefetto Salvatore Caccamo, dal sindaco di Agrigento Francesco Miccichè, dal direttore generale della Fondazione Agrigento 2025, Roberto Albergoni, e da numerose autorità siciliane presenti.
In un unico piccolo ma prezioso percorso, 25 opere (tutti dipinti e 1 scultura) di 22 artisti di tutte le 20 regioni dello Stivale rappresentano la storia dell’arte italiana del secolo scorso e il valore di un patrimonio culturale ancora tutto da scoprire, anche grazie ai prestiti delle Fondazioni bancarie e culturali nazionali, e che raccontano, sia pure in modo non esaustivo, non solo la storia dell’arte ma la storia del Paese stesso.
L’esposizione guida il visitatore alla scoperta dei tesori artistici con una varietà di linguaggi realizzati nell’arte figurativa italiana. Dal Naturalismo e al Verismo, di Francesco Michetti (Abruzzo), Antonio Mancini (Lazio) e di Vincenzo Gemito (Campania) e di Giuseppe De Nittis (Puglia), al Divisionismo di Giuseppe Pellizza da Volpedo (Piemonte), di Angelo Barabino (Liguria) e di Umberto Boccioni (Calabria), passando dal Secondo Futurismo, di Fortunato Depero (Trentino) e di Ivo Pannaggi (Marche), alle visioni metafisiche di Giorgio Morandi (Emilia), Giorgio De Chirico (Italia), di Mario Sironi (Sardegna) e di Filippo de Pisis (Romagna).
Proseguendo dal Neorealismo di Renato Guttuso (Sicilia), per il Cubismo di Gino Severini (Toscana), l’Arte informale di Emilio Vedova (Veneto), di Afro Basaldella (Friuli-Venezia Giulia), e di Alberto Burri (Umbria), lo Spazialismo di Lucio Fontana (Lombardia) e, infine, il New Dada di Gino Marotta (Molise), Francesco Nex (Valle D’Aosta), fino all’Astrattismo di Carla Accardi (Basilicata) presente con un’opera inedita.
La mostra, pensata per essere architrave narrativo di Agrigento Capitale italiana della Cultura 2025, di fatto contribuirà al racconto del Sistema culturale italiano nella Capitale della Cultura più a sud di sempre. Il progetto, reso possibile dal lavoro del comitato scientifico composto dai curatori, Beatrice Buscaroli, Daniela Alejandra Sbaraglia e Alessandro Tosi, gode del patrocinio del MIC – Ministero italiano della Cultura, della Regione Siciliana Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, di Città di Agrigento.
IL PROGETTO
Il progetto di una mostra dedicata a capolavori artistici del ‘900, identitari di ogni regione d’Italia, in relazione alle collezioni di Fondazioni bancarie e culturali, è nato in occasione delle celebrazioni di “Agrigento capitale italiana della cultura 2025”. Una vera e propria sfida per il comitato scientifico che si è adoperato nella individuazione delle opere, privilegiando quelle meno note al grande pubblico, e proprio per questo motivo di particolare interesse.
A prima vista, il criterio di selezionare le opere sulla base dell’appartenenza territoriale, della presenza più o meno prolungata dell’artista in un preciso ambito, potrebbe sembrare banale, soprattutto tenendo presente la ricchezza e la varietà del nostro patrimonio scaturita dai continui spostamenti degli artisti per motivi di studio e di lavoro. In verità il comitato scientifico si è mosso su principi “meno meccanici”, pensando ad un percorso in cui i contenuti culturali e sociali di un’opera, in tutta la loro estensione, prendono forma in un manufatto che gli abitanti di un preciso territorio riconoscono come proprio. Certamente, agli occhi un approccio colto come questo potrebbe sembrare scivoloso o quanto meno semplicistico. Semplicemente, si potrebbe riassumere il criterio di scelta nella frase: “un artista per ogni regione d’Italia”.
Abbiamo ritenuto tuttavia di poter fornire un punto di vista (e come tale soggettivo) delle principali emergenze del percorso dell’arte italiana nel Novecento, dal Verismo di Antonio Mancini, Michetti e Gemito allo “spazialismo” di Lucio Fontana, al new dada di Marotta, senza trascurare di testimoniare i capisaldi del XX secolo costituiti dai movimenti storici del divisionismo con Boccioni, del secondo Futurismo con Fortunato Depero e Ivo Pannaggi, del movimento Novecento con due straordinari Mario Sironi (poco noti), del cubismo lirico con Severini, sino alla pittura Metafisica e poi neobarocca con due splendidi De Chirico. Né basta, in quanto artisti come Filippo De Pisis o Carla Accardi, straordinaria protagonista della stagione dell’astrattismo e anticipatrice dell’Arte povera, sono qui presenti in veste di singolari capiscuola di movimenti che soltanto di recente sono stati completamente contestualizzati dalla critica. Ma anche le opere di artisti meno noti al grande pubblico sono in grado di cucire un percorso ricco di spunti interessanti oltre che ricordarci che l’arte italiana (durante il Novecento più che mai internazionale) non è caratterizzata da una precisa unità linguistica, non si presenta come un blocco unitario, ma come un sistema di relazioni fra culture regionali e urbane. Tutto questo sarà descritto e narrato per ogni singola opera esposta che godrà di apparati didattici dedicati. Con la scelta di questi artisti, il nostro intento è stato quello di coprire un arco temporale definito “il secolo breve” dagli storici – certo, non dagli storici dell’arte – fornendo un quadro generale delle principali esperienze figurative di quel periodo. Certamente, si potrà obiettare che mancano opere di scultura, ma ragioni di spazio hanno costretto il comitato scientifico a virare sulla pittura in tutte le sue implicazioni e sperimentazioni tecniche.
Il manufatto che definiamo arte è innanzitutto un prodotto umano, comprensibile solo in relazione a tutti gli altri prodotti dell’uomo storico. Non è un capolavoro puro, espressione privilegiata di uno stato di grazia estetica, da contemplare nel suo isolamento. È il risultato di una operazione determinata, finalizzata ad uno scopo e ad un uso, da leggere nel suo contesto, portatrice di valore, di cultura e di pensiero. È questo un punto sul quale il comitato scientifico si è molto interrogato, ovvero il rischio di esporre opere apparentemente isolate tra di loro. Tutte le opere d’arte, sia nel loro aspetto estetico, sia in quello ideologico-culturale, sono il prodotto di un tempo e di un luogo precisi e per tale ragione affondano le radici nel contesto socio-economico e politico in cui vengono prodotte. Una interpretazione storicamente aderente al loro significato deve perciò dare importanza alla ricostruzione e alla valutazione non solo delle condizioni storico sociali, ma anche della portata del loro aspetto estetico e al contempo del contenuto culturale.
Introduzione dei curatori
Pierluigi Carofano e Anna Ciccarelli
La mostra propone un percorso antologico delle vicende principali dell’arte figurativa italiana del XX secolo (con un paio di anticipazioni sul finire del XIX), suggerendo incontri per emergenze apicali (basti pensare alla presenza di opere di De Nittis, Boccioni, De Chirico, Sironi, De Pisis, Morandi, Burri, Vedova, Fontana…), senza alcuna pretesa di completezza, vista anche la scelta di rappresentare ogni regione d’Italia attraverso un singolo artista ritenuto identitario, attingendo ai ricchissimi depositi delle Fondazioni bancarie e culturali. Tuttavia, non mancano presenze definite a torto “minori”, e proprio per questo a nostro parere ancor più significative, come Angelo Barabino o Carla Accardi (che ha goduto recentemente e finalmente di una splendida mostra antologica presso il Palazzo delle Esposizioni a Roma).
In effetti, la scelta degli artisti qui presentati, affatto discutibile nei limiti del progetto iniziale (ma limiti oggettivi sono anche quelli di spazio della sede espositiva), come qualsiasi scelta di fatto può risultare, ha seguito il principio testé detto, tenendo appunto conto del duplice criterio della presenza di personalità storicamente più significative (e dei vari movimenti che hanno incarnato), e dunque riconoscibili anche al grande pubblico e quindi imprescindibili, e di alcune “segnalazioni” di artisti meno celebrati (vedi ad esempio Francesco Nex o Gino Marotta), ma altrettanto validi, cercando di seguire il più possibile una coerente sequenza temporale.
Se facciamo coincidere l’inizio della grande stagione dell’arte italiana del XX secolo con l’Avanguardia storica del Futurismo, in tutte le sue declinazioni espressive (ben rappresentate in mostra da Depero e Pannaggi, sebbene con opere degli anni ‘40), non possiamo trascurare il fatto che essa si contrappone sostanzialmente al Naturalismo e al Verismo ancora imperante agli inizi del Novecento nella produzione di artisti come Michetti, Mancini e Gemito, pur guardando con estrema simpatia al Divisionismo ben rappresentato in mostra da un capolavoro poco noto di Pellizza da Volpedo e da un Ritratto di Boccioni pre-futurista. Eseguite a pochi anni di distanza, queste opere sono in grado di testimoniare spiriti affatto diversi di intendere il mestiere di artista che se per Michetti e Pellizza (e anche Barabino) parte da studi dal vero, poi filtrati e quasi semplificati secondo suggestioni che potevano derivare dall’adesione politica ai principi del Realismo sociale, in Mancini e Gemito al contrario (co-protagonisti recentemente di una splendida mostra al Museo dell’Ottocento a Pescara), nel rappresentare i loro soggetti, l’approccio oscilla tra la denuncia delle condizioni di vita delle classi più povere alla esaltazione della nuova borghesia in ascesa, secondo un gusto fin de siècle, carico di spunti decadentisti e dannunziani. Si tratta di una situazione in cui si trovò per poco tempo a navigare anche il giovanissimo Boccioni, presente appunto in mostra con un Ritratto del 1907, ancora divisionista e tutto intriso di ricerche sulla espressività del “colore-luce” che lo porterà rapidamente ad aderire al futurismo visionario di Giacomo Balla.
Tuttavia, gli anni che consideriamo, sono ricchi di vicende assai diverse tra loro che non possono certamente esaurirsi nell’unico filone della rivoluzione (e ricerca) futurista, senza per questo misconoscere la dirompente, bruciante importanza della “fiumana” avanguardista come il più rilevante fenomeno artistico italiano del XX secolo, vincitore sulle tendenze conservatrici dell’epoca; è pur tuttavia vero che da esso germinerà tutta una serie di fenomeni (oltre a sue filiazioni come il cosiddetto “Secondo Futurismo”) che per antitesi correranno come fiumi carsici per tutto il XX secolo.
Protagonisti del “Secondo Futurismo” sono Depero e Pannaggi, presenti in mostra con due opere straordinarie per importanza al punto da porsi in dialogo diretto con il celebre Metropolis (1927) di Fritz Lang, capolavoro del cinema espressionista. L’intento dei futuristi è anche quello di rinnovare l’immagine della città dal punto di vista architettonico secondo principi “meccanico-automatici” proiettati nel futuro, come ben si vede in Simultaneità metropolitane di Depero.
Parallelamente alla grande stagione del Futurismo non si può trascurare il fatto che Giorgio De Chirico andava definendo una propria visione “metafisica” dell’arte anche attraverso saggi editi sulla rivista “Valori Plastici” e teorizzava una pittura caratterizzata da un segno nitido e dalla consistenza cristallina delle forme spesso risolte come manichini dai volti ovoidali, con le orbite cieche degli occhi: elementi che accrescono il senso di disagio e di estraneità nel riguardante. Su questa strada lo seguiranno da principio Filippo de Pisis, Mario Sironi (che tuttavia predilige un linguaggio più attento alle masse plastiche, dove lo spazio è scandito in modo serrato come si vede in Composizioni e nella cezanniana Natura morta) e Giorgio Morandi, capaci poi ciascuno di battere strade proprie, anche assai divergenti e che tra le due guerre vedrà prendere piede il movimento “Novecento” di Margherita Sarfatti, cui aderirà non occasionalmente proprio Sironi.
Proprio il confronto in mostra tra le “nature morte” di Severini, Sironi e Morandi darà conto delle diverse stagioni figurative che gli artisti italiani affrontarono, cercando di svincolarsi dal dominio francofono post impressionista, espressionista e cubista, adottando linguaggi propri. In questa direzione va interpretata Nature morte di Gino Severini che, pur godendo di rapporti privilegiati con Braque, Picasso e Apollinaire riesce nelle sue tele a sintetizzare in modo autonomo la scomposizione geometrica del Cubismo con il dinamismo plastico di derivazione futurista; l’effetto dinamico e la simultaneità sono realizzati tramite il contrapporsi di piani cromatici esaltati dai valori di luce.
La grande stagione successiva, quella dell’arte Informale, è rappresentata in mostra dall’asse Vedova-Burri che vede, nel comune denominatore gestuale/segnico/materico, una convergenza che ha la sua naturale conclusione nello “spazialismo” di Fontana, peraltro anch’esso di matrice segnica, ma di diversa intenzione poetica. Il polimaterismo materico di Burri, soprattutto nei suoi “bianco e nero” dialoga perfettamente con la polarità segnico-gestuale spinta all’estremo di Vedova (come ben si apprezza nell’opera in mostra), ma rimane tuttavia bloccato nella reiterata riproposizione di trasformazione aggregativa della materia – si pensi alla serie dei “catrami”, ai “sacchi”, alle “combustioni”, poi ai “legni” e ai “ferri” per finire alle “plastiche” (come nell’opera qui esposta).
Al contrario l’esperienza “informale” di Fontana è una continua sperimentazione dinamica sia a livello materico che segnico, sino ad arrivare all’astrazione. “La visione del mondo di Fontana, è essenzialmente affermativa, positiva e dinamica; quella di Burri, essenzialmente di negazione e statica” (Crispolti, 1996).
La tela di Fontana appartiene ad una serie di “tagli” a doppio registro intorno a cui egli lavora tra il 1964 e il 1965. È certamente negli anni Sessanta che Fontana dispiega in modo più articolato e intenso la molteplicità del proprio operare nella direzione di novità creative, secondo declinazioni linguisticamente differenziate. Da una parte ponendosi in una nuova prospettiva di superamento dell’esperienza informale come avviene ad esempio con i “tagli” e con ulteriori proposizioni dei “buchi” e in alcune sculture; dall’altra recuperando entro una sorta di categoria linguistica il rapporto segnico con la materia che pur era stato l’elemento caratterizzante dell’esperienza informale. Nelle sue tele di questi anni il taglio è sempre netto, assoluto, sia unico che ritmicamente ripetuto. L’approccio è sempre sperimentale e aperto a nuove soluzioni soprattutto nella scelta delle campiture in genere nere, bianche, gialle o verdi (ma anche altri colori) e nel formato delle opere in genere quadrangolare. Si tratta di una visione nuova, una fenomenologia di configurazione che vede il “taglio” fendere con nettezza la superficie a sua volta monocromaticamente assoluta.
Fin dall’inizio nel verso dei “tagli” Fontana ha posto l’intitolazione “attesa” (se unici) “attese” (se molteplici) precisandone la natura di “concetti spaziali” alludendo ad un futuro avveniristico, di respiro cosmico; a tal proposito egli stesso dirà che il suo intento era quello di “dare a chi guarda il quadro un’impressione di calma spaziale, di rigore cosmico, di serenità nell’infinito” (Bocca, 1966).
La mostra si chiude con opere più vicine ai giorni nostri (Nex, Marotta) e siamo particolarmente felici di essere riusciti ad ottenere il prestito di una tela sostanzialmente inedita di Carla Accardi, straordinaria protagonista dell’Astrattismo in Italia e considerata anticipatrice dell’Arte povera. Non a caso la Accardi fu una attenta sperimentatrice di nuove tecniche artistiche come vernici colorate e fluorescenti che applicava su supporti plastici trasparenti, lavorate col principio dell’automatismo segnico.
Puntualizzare in argomento ciò che è il corpus unitario della mostra non è certo compito di queste breve introduzione, anzi riteniamo che sarebbe un’operazione intellettualmente controproducente, che condizionerebbe il lettore del catalogo e che andrebbe nella direzione opposta dell’intento dei curatori, dei membri del Comitato scientifico e degli autori dei testi in catalogo. Ciascuno, visitando la mostra troverà certamente spunti di riflessione, anche nuovi, rispetto alla nostra prospettiva.
Altri diranno se i risultati sono stati pari agli sforzi fatti ed alle aspettative. Preme soltanto sottolineare come, ciascuna delle opere esposte, sia stata scelta per ragioni scientifiche e di coerenza dell’idea del percorso, ovvero che ognuna di esse è necessaria in quanto testimonianza significativa degli argomenti che si è voluto affrontare.
Una mostra di questo impegno ha costretto a mettere in campo molte risorse tecniche, professionali e scientifiche a cominciare dagli originali progetti di allestimento e della grafica rispettivamente di Sandro Bonannini e Paolo La Vigna. Un ringraziamento particolare al direttore del Parco Archeologico, Dott. Roberto Sciarratta, ma tutti i settori del Parco Archeologico della Valle dei Templi di Agrigento hanno collaborato, ciascuno per le proprie competenze, a cominciare dall’insostituibile Gaetano Licata.
Fondamentale è stato l’apporto delle Soprintendenze competenti, delle Fondazioni bancarie e culturali in qualità di prestatori. Ognuno ha fatto la propria parte con impegno e dedizione. Un ringraziamento particolare va all’oscuro lavoro di Paolo Patanè: senza il suo prezioso e silenzioso aiuto difficilmente questa mostra avrebbe visto la luce.
Ai membri del Comitato scientifico, agli studiosi, colleghi e amici, autori dei testi in catalogo, il cui contributo è andato ben oltre la semplice compilazione delle schede delle opere, va la nostra sincera gratitudine.
INFO IN BREVE
| Titolo | I Tesori d’Italia – Il ‘900 delle Fondazioni. Da Giorgio de Chirico a Lucio Fontana |
| Genere | Mostra antologica con opere originali |
| Promozione | Parco Valle dei Templi Agrigento |
| Ideazione e Produzione | Consorzio Progetto Museo |
| Dove | Villa Aurea – Parco Valle dei Templi di Agrigento |
| Quando | 19 gennaio – 2 giugno 2025 |
| Curatori | Pierluigi Carofano e Anna Ciccarelli |
| Comitato scientifico | Pierluigi Carofano, Beatrice Buscaroli, Anna Ciccarelli, Daniela Alejandra Sbaraglia, Alessandro Tosi |
| Opere esposte | Totale artisti: 22 Totale opere originali: 25 provenienti da Fondazioni bancarie e culturali Tipo di opere: dipinti, tecniche miste, scultura |
| Patrocini | MIC – Ministero della Cultura; Regione Sicilia; Città di Agrigento |
| Orari | Tutti i giorni ore 08:30 – 20:00 (ultimo ingresso alle ore 19:00) |
| Costo biglietto | Intero 17 euro e ridotto 10 euro Il biglietto è comprensivo di visita alla mostra e alla Valle dei Templi |
| Biglietteria | Villa Aurea – Strada Provinciale 4, 12 – 92100 Agrigento |
| Sito Web | mostreinsicilia.it |
| Info e prenotazioni | Telefono: 0922-621611; 0922-1839996 (ore 9:00 – 17:00) E-mail: prenotazioni@coopculture.it |
