LA STORIA DI GEPE

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PREFAZIONE

Nato il 29 ottobre 1920, nel clima del primo dopoguerra carico di problemi, speranze e incognite, mio padre Giuseppe Savazzi trascorre l’infanzia a Rivalta sul Mincio, la prima adolescenza a Sesto S. Giovanni, la giovinezza tra il paese natale e la città di Mantova, dove si diploma; l’esperienza del Ventennio e della Seconda Guerra Mondiale lo segnano profondamente:  egli intensifica le sue letture e i suoi studi, affiancati dall’abitudine di annotare su taccuini tascabili pensieri, riflessioni, sentimenti, testimonianze storiche sul suo tempo, conservando anche lettere, ritagli di giornale e fotografie.

Si sposa con mia madre il 23 aprile 1945, letteralmente sotto le bombe, senza supporre quanto sarebbe avvenuto due giorni dopo…

Nata nel 1947, anch’io trascorro la mia infanzia a Rivalta, isolata, ignara delle trasformazioni in atto nel mio paesello, nella nazione e nel mondo, delle quali ho via via preso consapevolezza.

Ci trasferiamo a Mantova con i nonni paterni nel 1953, dopo la nascita di mio fratello e contemporaneamente alla mia iscrizione alla scuola elementare. Dopo le scuole medie e il liceo, io mi trasferisco all’Università di Pavia e seguo la mia strada che mi porta lontano, in Italia e anche all’estero. Serbo nel cuore il ricordo dei nonni che ormai dormono nella loro terra rivaltese, lambita dal Mincio.

I miei genitori si trasferiscono a Padova quando mio fratello si iscrive all’Università; una volta laureato, anch’egli prende il volo per un paese del nord Europa.

Proprio a Padova mio padre, con la sola compagnia di mia madre, dei suoi libri e dei suoi ricordi, intraprende un minuzioso lavoro lungo vent’anni: 430 facciate manoscritte, in formato di fogli protocollo, suddivise in 26 capitoli, ricoperte da una calligrafia chiara, regolare ed inclinata a destra, si accumulano una alla volta, corrette, riscritte, ricopiate in triplice copia: descrivono appunto la sua vita personale, familiare e comunitaria dal 1920 al 1945, su uno sfondo storico che si fa sempre più ampio e circostanziato grazie alla sua maturazione umana, culturale e critica.

Dopo la sua malattia durata sei mesi e la sua scomparsa, nel 2005 mia madre ed io riceviamo in eredità quel prezioso plico, frutto della vita di un uomo ottantacinquenne che ha attraversato un’epoca complessa, ricca di eventi gioiosi o drammatici, di cambiamenti lenti o repentini. Nel 2012 anche mia madre, novantaduenne, mi lascia; tra due figli e tre nipoti, rimango la sola depositaria di quelle memorie, che affido alla lenta ma sicura mediazione del tempo. Tornata a vivere a Mantova, con l’aiuto di un parente di Rivalta le trascrivo e le revisiono. In una serata organizzata dal Gruppo Culturale nella Sala Polivalente di Corte Mincio le presento ad un pubblico eterogeneo per età, ma omogeneo per provenienza; sono presenti persino molte ex alunne di mia madre, che ha insegnato nella scuola elementare locale tra il 1943 e il 1953. Leggo i brani più significativi, mentre alle mie spalle scorre la proiezione di vecchie foto in bianco e nero.

Finalmente  quest’anno stampo la “Storia di Gepe” e la completo con tante foto quanti sono i capitoli,  facendola poi rilegare: che l’attenda o no un futuro editoriale, il suo destino è compiuto.

Un’altra mia parente mi sorprende con il dono di un documento: il foglio/passaporto che testimonia l’emigrazione del mio nonno paterno con la sua famiglia in Brasile nel 1897, episodio appena accennato nelle memorie; lo ripongo assieme alle foto di famiglia, nell’album che ho composto e conservato come un tesoro. A distanza di tempo lo restituisco a nuova vita, corredandolo di una precisa documentazione, e vagheggio un progetto narrativo: il racconto verosimile di quell’avventura, conclusa con il ritorno al paese natale: sarà lo spunto per raccontare un’altra storia di tutti loro. E ci sarò anch’io.

 Mantova, 15 agosto 2016                                                         Laura Erminia Savazzi

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