Cap.3° VACANZE RIVALTESI

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NONNO ENRCO E NONNA ERMINIA

Arriva l’estate, e Gepe torna a Rivalta, dai nonni materni; in casa loro deve restare per almeno un paio di mesi, fino alla riapertura delle scuole. Nonno Enrico ha circa settant’anni, qualcuno di meno nonna Erminia, sua moglie.

La loro è una famiglia numerosa, come ve ne sono moltissime in quel tempo (e pochissime oggi), formata da otto persone, nove con l’ospite: oltre ai nonni le due zie Anna e Maria, magliaie, non sposate; zio Vincenzo con la moglie Regina e i suoi due figli maschi, Lino – della stessa età – e Giuseppe, di qualche anno minore. I due nonni hanno avuto, oltre a Vincenzo, cinque figlie, Paola, Giustina, Rosa, oltre ad Anna e Maria.

Poiché tra figli e nipoti è comune il nome Giuseppe (a rinnovo del primogenito di Enrico, morto ragazzo) si suole distinguere tra Giuseppe della zia Rosina, Giuseppe della zia Giustina e Giuseppe della zia Regina. È necessario distinguere anche perché nonno Enrico ha dieci nipoti che bazzicano per casa, soprattutto nel tempo della vendemmia e della macellazione dei maiali (due all’anno in famiglia). I nonni abitano ora in una grande casa, relativamente antica, posta sulla piazza della chiesa: due piani e granaio, un grande portico chiuso di fianco, un ampio cortile, in comune con alcuni vicini; in fondo al cortile v’è la pompa comune dell’acqua, posta sul muro della stalla dei cavalli; sopra la stalla il fienile, e nell’angolo opposto il meno soleggiato, quindi il più fresco, la cantina del vino.

Nel punto più lontano dalle abitazioni, a una decina di metri dalla stalla s’apre il letamaio, una grande fossa rettangolare scoperta, profonda tre metri, con muri perimetrali di mattoni e fondo di cemento: in esso si ammassa il letame che viene dai cavalli e dalla porcilaia. Sul bordo del letamaio e comunicante col medesimo funziona il gabinetto a secco comune, un locale di un metro per due: vi convengono circa trenta persone di cinque diverse famiglie. Non migliora molto la situazione il fatto che alcune persone volonterose gettino ogni giorno grandi secchi d’acqua nel gabinetto: in quell’angolo del cortile il puzzo ammorba l’aria durante i mesi estivi. Questo è chiaramente il punto nero nella casa dei nonni: né conforta la considerazione che in quel tempo cose del genere sono comuni nella quasi totalità delle abitazioni, in paese e in campagna.

Dietro la stalla è posta una grande porcilaia, divisa in tre o quattro scomparti da bassi muri di mattoni; dietro ancora si stende un grande orto, in leggera discesa. Il declivio fa parte della scarpata, ora dolce, ora ripida, che accompagna la riva destra del fiume e termina in basso a contatto con l’acquitrino. Segue un breve prato, quindi un fossato fangoso, il Riello, comunicante direttamente col fiume, che scorre a cinquanta metri.

Nel punto in cui il fosso si chiude con un leggero slargo staziona un paio di barche di pescatori: i Piazza, gente di fiume e di valle, che abitano di fronte alla chiesa e scendono al Riello per un sentiero ripido e malagevole che attraversa un fitto boschetto spontaneo. La scarpata del Mincio prosegue ripida verso sud e gira intorno alla canonica e alla chiesa parrocchiale, cingendola su tre lati.

Il nonno e zio Vincenzo hanno bisogno di molto spazio per il loro lavoro; sono mugnai, dicono tutti in paese: non mugnai che macinano il grano, ma quelli che ogni giorno con cavallo e carretto vanno a ritirare le granaglie presso i contadini, soprattutto quelli più isolati nella campagna, ai quali a volte si arriva per lunghissimi malagevoli stradelli. Ogni due o tre giorni essi portano il loro carico ai due mulini della zona, posti a Rodigo paese. Quindi, dopo qualche giorno, riportano la farina ai contadini, trattenendone una quota per il loro lavoro. Comunque S. Caterina della Ruota è la loro festa, come per i gestori dei mulini: il 25 novembre c’è pranzo “alla grande” dal nonno e la casa in quel giorno è piena di parenti e amici. C’è sempre una grande quantità di sacchi di granaglie e farina nell’ampio magazzino, al quale si accede dall’andito di casa; esso è anche il locale di vendita.

Nonno Enrico è proprietario di un piccolo fondo, posto a un paio di chilometri da casa, verso l’interno della campagna a nord del paese: vi si arriva camminando per circa un chilometro di cavedagna dalla strada Rivalta-Goito. Si tratta di un fondo modesto, ma ben tenuto, coltivato direttamente e sul quale si sparge l’abbondante letame della stalla. È seminato a culture miste; vi sono anche cinque filari di vite, che produce uva da vino bianco e rosso, oltre a squisita uva da tavola.

Sotto il portico di casa stazionano quattro o cinque carretti di portata diversa, a ruote alte; nella stalla sono ospitate due bellissime cavalle baie, Gina e Linda “tenute come signore” (dice zio Vincenzo): pelo rossiccio, lucido sempre, biada di prim’ordine, cure quotidiane scrupolose, secondo una regola rigida per cui, al rientro dal lavoro, prima si sistemano le cavalle, poi si pensa a se stessi.

Fa’ loro compagnia una capra che fornisce il latte giornaliero: il latte di capra ha un sapore particolare, che di solito non piace al primo assaggio; poi, dopo pochi giorni, il sapore diverso scompare. Siccome la stalla è ampia, non di rado lo zio alleva i capretti e qualche puledro, figlio della cavalla più anziana, la Linda: allora c’è un divertimento in più per i ragazzi. Nella porcilaia sono allevati, in certi periodi, una decina – o più – di suini, nutriti con lo scarto della farina e delle granaglie; vengono via via venduti, salvo due, che sono ingrassati per la casa.

C’è da fare per tutti in casa del nonno; ma quanto si gioca e ci si diverte… Anche aiutando i grandi: nella stalla a portare la paglia nuova per la lettiera ( “Non fermarti dietro la Linda, perché è un po’ matta, e scalcia e morde”); si sistema la lettiera stando dalla parte della Gina, la cavalla giovane, buona e paziente; si butta il fieno dalla botola del fienile (al quale si sale per una scaletta di ferro a muro); si innaffia l’orto portando l’acqua coi secchi dal canale Riello; si prepara l’acqua nell’abbeveratoio della pompa mentre la Linda nella stalla protesta impaziente; si scopa sotto il portico o in cantina; si sega la legna e la si ripone nel rustico…

SCORRIBANDE

V’è anche qualche proibizione assoluta: non allontanarsi dalla piazza della chiesa (ma non ce n’è bisogno, è sempre piena di ragazzi); non salire in barca al Riello e tanto meno puntare al Mincio; non scendere mai al fiume, dimenticare il sentiero che vi giunge (in un centinaio di metri, scendendo tra la chiesa e la fossa del prete); dimenticare – ma questo per Gepe è proprio impossibile – che nel Mincio si può nuotare: in cinque minuti lui scende di corsa il sentiero, si spoglia, si butta in acqua, si riveste bagnato e ricompare davanti alla casa del nonno, tra gli altri ragazzi.

Sulla piazza della chiesa, più spesso indicata come “prato” , un campo in gran parte spoglio d’erba, fiancheggiato da una decina di platani vecchi e nodosi, ci si diverte in mille modi e in numerosa compagnia; e lo spazio dei giochi si amplia su entrambi i lati nelle due fosse, che scendono con pendio ripido, coperto di vegetazione spontanea. Vi convergono per forza di cose i ragazzi di mezzo paese, che qui sostano all’entrata e all’uscita di chiesa, sulla via del Mincio o al ritorno dal fiume.

Dai primi giorni di settembre Gepe e Lino, ogni giorno, dal mattino presto a sera sono inviati nei campi a fare la guardia all’uva, che comincia a maturare. Gli adulti raggiungono due scopi: levarsi di torno due dei tre ragazzi di casa e dare loro una occupazione utile tenendo lontano dalla vigna i non rari ladruncoli diurni, i più giovani e meno pericolosi. Nel percorso da casa al campo, tutto per i due ragazzi riesce interessante; intanto si cammina da soli, senza il noioso controllo degli adulti, con la possibilità di compiere soste e deviazioni. Dove finisce la piazza della chiesa, dalla via Roma, si imbocca sulla destra la via Zibramonda, più che altro un viottolo largo tre metri; dopo cento passi si giunge ai Muri: uno stretto buio passaggio largo un metro, posto tra il palazzetto dei Todeschi e una casaccia senza finestre su quel lato; vi si aprono due porte; alla seconda abita la Peppa – la Peppa dei muri –, appunto.

Uscendo dai muri il viottolo s’allarga tra gli orti: a destra c’è l’ortaglia del vecchio Sordelli, che vive con la moglie coltivando e vendendo verdura, senza bisogno di negozio ed a prezzi modici, dato che molti rivaltesi coltivano l’orto di casa.

Dopo altri cento passi si fiancheggia a destra la corte Pusiun Granda di Guizzon Luigi, affittuario del prete, quindi si esce sulla strada piena di polvere, buche e ciottoli, che porta da Rivalta a Goito. La si segue per duecento metri (a destra alcune case, a sinistra la campagna) e all’altezza di Corte Tesorino – l’ultima case del paese, confinante a mattina con la valle – si svolta a sinistra per uno stradello largo un paio di metri, che si snoda attraverso la campagna coltivata da Guizzon.

Dopo mezzo chilometro circa si giunge al campetto del nonno: piccolo –un ettaro o poco più– coltivato e ordinato come un giardino: cinque o sei piane rilevate su due stradelli, delimitate da altrettanti filari di viti scelte, sposate a nodosi olmi potati a ceppo.

LA PEPPA

Passando tra i Muri si respira l’aria di mistero che circonda l’esistenza della Peppa, vecchia o vecchissima donna a tutti nota, che non si vede mai in giro: come sia, come viva, per i ragazzi sono domande interessanti. Tanto che una sera tornando dalla vigna i due decidono di chiarire il mistero e passando dai Muri bussano alla porta. Quella si apre quasi subito e la Peppa appare: una vecchiona curva e nera, sorridente, dallo sguardo vivo e dalla parola lenta; lei saluta, chiede chi siano i visitatori e li invita ad entrare: “state attenti ai gradini”. Alcuni gradini, in discesa, fanno parte di una grande stanza, illuminata in parte da una piccola lucerna posta sul tavolo, accanto all’unica finestra, che s’apre sull’ortaglia di Sordelli.

Gepe e Lino si fermano accanto all’ultimo gradino senza sapere cosa dire, guardano la vecchia donna e, intorno, il camerone quasi vuoto: oltre al tavolo, una madia, due sedie, un letto in un angolo, informe e in disordine. Lino, confuso, dice che si voleva solo salutare, ma la donna va oltre le sue parole: “Volevate vedere la Peppa, voi due, vederla dopo averne sentito parlare… So che sono diventata un proverbio in paese, ma non me ne importa, non mi sento offesa…” questo dice nel suo eloquio lento e scandito. I due visitatori estemporanei salutano mentre salgono a ritroso i gradini; lei soggiunge qualcosa sorridendo, guardandoli di sotto in su: “Quando passate, fermatevi un momento a salutare, sono una povera vecchia sola, contenta se qualcuno si ferma…”. I due, sorpresi e turbati, promettono senza riflettere; e appena fuori non si sentono affatto contenti di aver chiarito un po’ del mistero di quella donna tanto nota e tanto sola. Non interessa loro di sapere come la Peppa viva: è vecchia, certo non lavora ed è povera tra i poveri. È di Gepe l’idea di portare una sera, tornando dai campi, alcuni grappoli d’uva: i due bussano alla porta, la posano nel grembiulone che la vecchia allarga e fuggono salutando in furia dal vicolo, mentre la Peppa ride felice.

AVVENTURE ESTIVE

Quando compare allo sguardo l’ortaglia di Sordelli, l’attenzione dei ragazzi va all’istante ad una grande pianta di fichi addossata al muro, che sporge verso il vicolo i rami carichi di frutti, molti scuri e rugosi, senza dubbio gonfi di polpa al miele. E una brutta mattina Lino non resiste al richiamo; Sordelli non è in vista e un ramo stracarico sembra a portata di mano … Lino si appoggia al muro, sale sulla rete, allunga una mano … e scivola di colpo in basso; i pantaloni si impigliano in un reticolato traditore e quando lui giunge al suolo ha uno strappo lungo quanto i pantaloni stessi (in quel tempo si portavano corti fino a quindici anni, non per seguire una moda, ma per la mancanza di soldi). Mentre Gepe si ingegna di aiutarlo, giunge la voce di Sordelli: “Ti sei fatto male? Per i pantaloni rotti mi fa piacere, è giusto”. Saputo che si tratta dei nipoti di Enrico il mugnaio: “Non glielo dico – aggiunge – perché se lo sapesse lui vi concerebbe per le feste”.

Si sosta spesso a curiosare nel cortile di Guizzon, la cui famiglia conoscono bene perché la terra della Pusiun Granda confina col campo del nonno.

In giugno e fino a tutto agosto in campagna si va solo ogni tanto, per aiutare i grandi nel raccolto del grano e del fieno; da casa si viaggia sui carretti, che servono per il trasporto. Si aiuta nello spostamento dei covoni o si lavora di rastrello sul prato coperto di fieno caldo e profumato. A pomeriggio inoltrato i due ragazzi sono inviati per l’acqua fresca alla vicina cascina di Miro Nobis. Costui è famoso per la varietà di ciliegie che coltiva intorno a casa. Ai primi di luglio sono pronte le marasche dal picciolo corto, tonde e succose. Le piante sono alte ed è proibito ai ragazzi di salirvi: i due sopraggiunti, d’accordo da sempre con Camillo, il figlio del Miro, appoggiano la scala al tronco, usando qualche semplice artificio per non essere visti da casa. Indi si organizza un po’ di chiasso sull’aia e Camillo, svelto come un gatto, sale; e dopo dieci minuti riappare con la camicia rigonfia di marasche. Ci si siede nel fossatello di confine e si mangia in silenzio, in perfetto accordo.

Una volta Gepe nota che Camillo è molto rapido nel pescare le marasche dal mucchio. “Ma come fai ad essere così svelto?” chiede, “Io – risponde lui – non sono stupido come te che perdi tempo a sputare gli ossi”.

Di ritorno al campo qualcuno si lamenta perché gli acquaioli sono stati in giro per troppo tempo; i due interessati fingono di non sentire; e non si siedono neppure a fare merenda, non hanno fame.

A mezzogiorno qualcuno di casa, in bicicletta porta da mangiare. Di solito è la zia Regina l’addetta al servizio. Arriva con pasta o riso stracotti (e chi vi bada, con la fame che c’è?), formaggio o salame o altro, con pane croccante di forno; qualche volta arriva una intera ciambella, fatta per noi in casa da nonna Erminia, ancora velata qua e là dalla cenere del focolare. Verso le otto di sera arriva zio Vincenzo e i ragazzi possono tornare a casa: è un vero sforzo questa camminata finale, dopo le infinite corse di tutta una giornata.

Appena a casa, pulizia, mani e piedi soprattutto (si cammina spesso scalzi); poi cena, poi a letto: i due salgono le scale morti di stanchezza, praticamente già addormentati.

È un’ emozione singolare quella che si prova seduti in cima a un carico di fieno, ancora caldo di sole, che colma il carretto: il gran mucchio soffice ondeggia lento, attutisce le scosse, amplia lo sguardo sui campi. In paese offre la vista inusuale della via ben nota dall’alto, mentre la bionda Gina lavora con garbo tra le stanghe, per metà coperta dal carico profumato che riempie la via. La gente che s’incontra guarda sorridendo e qualcuno allunga il braccio a prendere un mannello, perché il fieno fresco porta fortuna.

In quei mesi i due cugini fanno spesso compagnia sul carretto a zio Vincenzo nei suoi giri in campagna: li portano in giro per dare sollievo alla gente di casa; ma per loro si tratta di un diversivo bellissimo. Ci si siede sui sacchi pieni di farina o di grano e si va per stradine e stradelli lontani dalle vie battute. Ci si ferma in una cascina, poi in un’altra: lo zio scarica farina e carica grano e granoturco. Si ferma spesso a chiacchierare con i famigliari dei contadini, donne quasi sempre, gli uomini sono al lavoro; si è invitati a visitare la stalla, o nell’orto o in granaio.

Spesso segue la sosta – tutta voluttuaria – alla melonaia: lo zio sa scegliere le angurie mature senza bisogno del tassello – la paga meno – e usa portare a casa le più grosse per “far la sorpresa alle donne”.

In casa del nonno in quel tempo Gepe fa la conoscenza con un merlo francese. Lo zio tiene appese in fondo al corridoio tre o quattro gabbie, in ognuna delle quali sta un merlo maschio, piume nere lucide e becco giallo. Li cura personalmente e non permette che altri se ne occupino; i ragazzi in particolare devono tenersi alla larga. Non li compera quegli uccelli: in quel tempo neppure in città vi sono negozi che vendono uccelli da gabbia; li preleva al momento giusto dai nidi. Nei campi vi sono molte fratte a segnare i confini di proprietà: qui i merli nidificano e qui Vincenzo – osservando il via vai degli adulti –  scopre qualche nido. Lo segue fino a quando i novelli sono pronti a prendere il volo e a quel punto preleva il maschio più bello della nidiata. Fornisce giornalmente i suoi uccelli dell’impasto di farina e del becchime; e – soprattutto – di insetti e grilli neri dei quali sono piene le zolle nude rivoltate al sole dal vomere. Lo zio se ne riempie i taschini del gilè e giunto a casa li distribuisce nelle gabbie: i merli, golosi, li attendono e se ne riempiono il gozzo in un minuto.

Durante la prima guerra mondiale Vincenzo è stato mandato sul fronte francese, dove ha soggiornato per vari mesi. Qui ha imparato a fischiettare con precisione la Marsigliese; così, a forza di modulare l’”Alerte enfant de la patrie” indugiando sotto le gabbie dei merli, essi hanno imparato le note famose. Uno in particolare – il merlo francese, appunto – si esibisce spesso con una precisione sorprendente.

Fino ad agosto urge anche un altro lavoro: zio Vincenzo un paio di volte al mese va nei campi con la botte a ruote del verderame per la vite; tra le stanghe pone la Gina, paziente e saggia.

Manovrando un cannello di rame posto a capo di un lungo tubo di gomma, fissato a sua volta alla pompa a mano della botte, egli gira e rigira fra i tralci, dirigendo il getto ora ai grappoli acerbi ora ai sarmenti nuovi appesi ai vecchi aceri dei filari.

Dietro alla botte stanno a turno zia Regina o uno dei ragazzi a premere e sollevare l’asta della pompa a pressione. Si tratta di un lavoro per niente leggero o poco impegnativo: si deve fare attenzione a non far mancare la pressione, scegliendo con tempismo il momento della sosta, pur necessaria; e nel contempo badare a dove si mettono i piedi durante i continui spostamenti; cercare di prevedere dove lo zio sta per dirigere di momento in momento il getto del verderame, per scansarsi in tempo. Il secondo ragazzo sta presso il muso della Gina, con la funicella del morso in mano, attento al comando: “Avanti” e “Fermo”. Quest’ultimo è il lavoro più gradito e conteso: la Gina docile e attentissima, sembra consapevole di ciò che ci si aspetta da lei e misura con precisione i suoi passi. Solo quando giunge sulla cavedagna, si permette di muoversi a suo agio, scuotendo a piacere testa e coda.

Durante quel lavoro si indossano vecchi indumenti spesso già usati, quindi del colore azzurrino del verderame, in testa un vecchio cappellaccio di feltro o paglia: anche l’abbigliamento insolito ha una particolare attrattiva.

Vincenzo si muove per le “foreste” secondo una logica certa: meno strada, meno tempo, meno lavoro. Si combina un giro determinato, andata per una strada, ritorno per un’altra. Rispettata quella regola ci si può concedere qualche piacere: giugno e luglio sono i mesi delle ciliegie e delle marasche, agosto di angurie e meloni, settembre di prugne e fichi; non esiste frutta fuori stagione come oggi, ma neppure frutta avvelenata o maturata in remote parti di questo mondo.

Si parte prendendo a nord, verso Goito; al Tesoro si piega a destra per la strada bassa che segue alla lontana il corso del Mincio. Ci si può fermare al Tesorino Nuovo – posto in basso, al livello del fiume – presso il quale già si vedono le prime canne. Si risale sulla strada e ci si dirige verso il Gerotto, da Pelizza (Gerotto viene da gèra – ghiaia): Ettore è un coetaneo di Gepe; il padre per anni ha sognato di farne uno studente. Ma Ettore odia i libri e diserta senza rimorsi la scuola. Ad un certo punto il padre deve rassegnarsi e il figlio ha modo di diventare un buon operaio addetto alle macchine che lavorano la ghiaia. Al Gerotto la terra è sassosa e arida, idonea a nutrire solo gelsi e robinie; vi si campa solo per via di alcuni prati bassi che finiscono sulla riva del Mincio. Tornando sulla strada si attraversa il canale Goldone, tributario del fiume vicino. Qui i contadini  del Casino Goldone mandano avanti una melonaia: il terreno è sabbioso, ma l’acqua è vicina. L’impianto d’irrigazione in quel caso è una pura fantasia; il lavoro per portare l’acqua necessaria alle angurie è impegnativo e faticoso: un cavallo attaccato a una grossa botte a ruote, alcuni secchi e due o tre persone addette, ragazzi soprattutto. Si accosta la botte ad un tratto di riva bassa, con i secchi si pesca acqua per riempire la botte, si porta lungo i coltivi, si spilla e si versa sul terreno. Un vecchio resta in permanenza nel casotto a vendere: è il “pensionato” di casa, senza pensione ovviamente, che per i contadini ancora non esiste.

La sosta in quella melonaia è fissa: la cavalla infila la spianata senza bisogno del segnale delle redini. Se si deve proseguire, si può giungere fino ai Bressan delle Colombare, una grande famiglia di origine veneta, affittuari di un grosso fondo, che tocca Camignana e termina sul fiume con un’altra scarpata. “Brava gente” dice sempre lo zio dei Bressan: un apprezzamento spesso ripetuto per costoro, non frequente per altri clienti.

Per una lunga traversa, circa due chilometri, senza case, in direzione ovest da Camignana si raggiunge la strada principale per Goito, appena sopra Settefrati. Nella zona si ripetono, in modo anche più frequente che presso Rivalta, le prime avvisaglie delle colline moreniche  dell’Alto Mantovano: frequenti sono i dossi e le scarpate, mentre il terreno è inconsistente per la sabbia che affiora qua e là.

Fin qui ha operato la spinta poderosa esercitata verso sud dall’antico ghiacciaio del Garda, che ha portato con la sua acqua gelida i materiali fini, i piccoli ciottoli e la sabbia.

La strada di Goito ora la si percorre verso sud, verso Rivalta, per il ritorno.

A volte si entra nell’immensa Corte Settefrati: in capo alla corte sta il palazzotto dei Tommasini – i  proprietari – (poi dei Bodini, gli affittuari); sugli altri lati, le case dei salariati e dei braccianti fissi – una decina di famigli – la chiesetta, i portici con fienili, le stalle; in mezzo due o tre vaste aie. È una delle corti più grandi e popolate del comune, quelle nelle quali vivono otto–dieci famiglie di contadini: come la Corte Catenaccio sulla strada per Rodigo o la Corte Motta; ma quest’ultima  è oltre Rodigo, presso la via Postumia, del tutto fuori dal giro dello zio.

In cammino verso Rivalta si fa spesso un’altra tappa obbligata, presso la casa dei Fratti delle marasche, di fronte alla Corte Macallè Alta. Quest’ultima è posta su un poggetto di pochi metri, che cade bruscamente sulla strada: il nome vi è giunto dalla storia della guerra d’Africa del 1895.

Fratti abita a Macallè “bassa” a livello della strada e sulla spianata di casa sua crescono due gigantesche piante di marasche dal picciolo corto, rotonde e dolcissime.

Il Fratti coltiva parte del suo piccolo fondo a ortaglia, aiutato dalla moglie e dal figlio Canzio, un dodicenne magro, dagli occhi a spillo, scuro di pelle come un arabo. Nel suo orto, tra l’altro, si producono meloni speciali, rotondi, dal sapore dolcissimo leggermente piccante: zio Vincenzo  ne fa incetta ogni volta che passa per Macallè. Canzio è molto amico dei due coetanei che arrivano in visita col mugnaio e intesse con loro un piccolo commercio privato. Così un giorno passa a loro sotto banco due fionde da lui preparate, rozze ma robuste e precise. Esse serviranno egregiamente per un certo tempo, non solo in campagna; fino a quando, scoperte dallo zio, spariranno dalla circolazione.

Il “giro” verso Rodigo attraversa una campagna diversa, più fertile e più monotona, interrotta spesso da fossi e fratte alte e fitte, da filari di vite, di gelsi e da grandi alberi da frutto, noci soprattutto, via via che ci si addentra procedendo verso il capoluogo. Poco lontano da Rivalta s’incontra Corte Gere, circondata da un terreno simile a quello già descritto, sabbioso e arido. Ma subito dopo la campagna s’innalza e migliora su entrambi i lati: la grande Corte Catenaccio è ricca di terreni fertili e freschi. Dopo Catenaccio lo zio visita altre corti, bagnate dalla Seriola Marchionale, abbondante sempre d’acqua pulita: qualche pescatore paziente vi si procura il pesce per la cena. Si visitano spesso Cittadella vecchia e nuova, Finiletti I e II, le Corti, i Forni. Fanno tutte capo a fondi fertili e ben coltivati, ai quali si giunge ora per cavedagne solide e ben tenute, ora per stradelli appena segnati, spesso fangosi. Quelli che portano alle più lontane dalla strada comunale, sono i più disagevoli e interessanti, hanno il fascino dell’ignoto, del disabitato, dell’avventuroso.

L’arrivo nella corte è tanto più interessante quanto più i contadini vivono isolati, tagliati fuori dalla vita del paese. Le donne, soprattutto, restano per mesi interi relegate nella loro campagna; i ragazzi sono timidi e schivi, “selvatici” così li giudicano in paese. In effetti essi a volte non frequentano la scuola di Rivalta – o del capoluogo – per lunghi periodi durante l’inverno: impiegherebbero ore per uscire sulla strada comunale, camminando nel fango delle cavedagne, spesso invase dall’acqua che risale dai fossi. La gente che vive nelle corti più isolate è organizzata per una vita semplice e autosufficiente: il maiale, le galline e gli altri animali da cortile sono allevati in modo da permettere alla famiglia di vivere senza andare a bottega. È una frase frequente, questa, nel linguaggio delle donne di casa: non si va a “bottega” in paese per due motivi, la scomodità e la frequente mancanza di contanti. Nella corte in genere si vive con ciò che si produce: per i salariati, per esempio, da questa legge non si deroga mai. Cominciando dal pane, che si confeziona sul tavolo di cucina e si cuoce nel piccolo forno a legna, di uso comune per tutte le famiglie della corte. Non solo v’è chi non compra assolutamente nulla nei negozi di alimentari del paese; molti sono i contadini che cercano di vendere alle persone che capitano in corte. A Rivalta paese v’è una donna, la “Ada polli e uova” che gira col marito in bicicletta per le “foreste” per comperare pollame da rivendere: è il suo lavoro. Zio Vincenzo ha spesso da casa l’incarico di comperare dai contadini; e col pollame, anche prodotti della macellazione di maiali e bovini; oltre, naturalmente, alla solita frutta e alla verdura.

C’è una grande corte, decentrata rispetto alle strade comunali, lontana un paio di chilometri da Rivalta, il Vedusino. Lo stradello che vi arriva per un lungo tratto nella cattiva stagione va sott’acqua; allora per donne e ragazzi, forniti dei soliti zoccoli rigidi, è impossibile camminarvi.

Dopo il Vedusino lo stradello si alza di alcuni metri sul ciglio di un costone alberato e dopo un altro chilometro giunge a corte Camerlenga. Per fortuna da quella corte sperduta rispetto a Rivalta, si può uscire più rapidamente lungo un buon stradello, che in qualche centinaio di metri sbocca presso corte Pilone, sulla comunale Rivalta-Sarginesco. Ma da quel punto, per un ragazzo che volesse recarsi a Rivalta ci sono circa quattro chilometri di strada. Converrebbe andare alla scuola di Sarginesco, cioè fuori comune: tre chilometri in tutto. In un’ora, di buon passo, uno scolaro volenteroso se la caverebbe.

Lo zio arriva di rado alla Camerlengo: non gli conviene, data la distanza e la difficoltà del cammino. Ma al Vedusino arriva spesso: qui ha un cliente importante, Giuseppe Pani, un affittuale capo di una famiglia numerosa.

Uno dei Pani, coetaneo di Gepe, è stato suo compagno nella classe terza della maestra Trotti. È stato lui che un giorno ha condensato in una riga il diario di una domenica dedicata agli affetti famigliari: “Ieri sono andato a trovare mia sorella sposata col cavallo”. Per una virgola dimenticata Pani conquista una temporanea notorietà tra i ragazzi di Rivalta.

Qualche volta nei posti più vicini si va col nonno; e con la Gina, la “sua” cavalla. Lui vuole aiutare, nonostante i suoi settant’anni. È alto e magro e porta con orgoglio i lunghi baffi bianchi, come i capelli, che ha crespi e ancora folti. Quando si parte nonna Erminia si affaccia per le raccomandazioni di rito: “State attento – tra loro i nonni trattano col voi – ricordatevi che non avete più trent’anni”. “Purtroppo” risponde lui. E si parte.

Col nonno c’è meno libertà: è esigente con i ragazzi in fatto di comportamento. Le persone conosciute che si incontrano lo trattano con gentilezza, senza scendere a confidenze; lui sorride con tutti, ma è sempre riservato. Il nonno è il padrone del calessino, leggero, moderno e lustro, parcheggiato in cantina, dove non c’è la polvere del portico. Naturalmente la cavalla addetta è la Gina, che sa trottare sempre uguale e tranquilla per chilometri. Per la città si percorre la strada provinciale Asola-Mantova, in terra battuta, spesso coperta di ghiaia d’inverno; essa conserva su un lato i binari della tramvia a vapore che univa Asola al capoluogo e che da qualche anno è stata soppressa. Solo gli ultimi tre chilometri prima della città sono asfaltati. Le automobili che si incrociano sono rarissime; comunque la Gina si mantiene sempre calma, imperturbabile – il nonno lo annuncia in casa con orgoglio –, sia che incroci un’auto o il tram elettrico che funziona dalle Grazie, sia quando a Castelnuovo passa dalla terra battuta all’asfalto, quindi alla pavimentazione in ciottoli e lastroni di marmo delle vie della città.

Qui giunti, appena oltrepassata porta Pradella, si mettono cavalla e calesse allo stallo e a piedi, percorrendo Pradella e i portici di corso Umberto I si va in piazza Purgo. Qui, il giovedì si radunano gli agricoltori della provincia per il mercato settimanale.

Sui tavolini del bar, accanto al bicchiere di vino bianco o al Martini, si vedono cubetti di fieno, sacchetti di grano, granturco e sementi varie, campioni della merce in vendita.

Una volta sola viene per Gepe il turno di salire sul calesse del nonno per visitare la città. Ma Mantova, dopo Milano, non gli fa un’impressione particolare.

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