LA LEGGENDA DI MANTOVA

 Manto e Ocno

Il mito fondativo di Mantova

È giunto il momento di conoscere i personaggi che costituiscono il mito fondativo della città di Mantova. Poiché esistono diverse versioni, che vedremo in un secondo momento, abbiamo deciso di fornirvi una versione che racchiuda il maggior numero di elementi e che maggiormente si avvicini a quella scelta dai mitografi antichi.

Pertanto non si preoccupi il lettore al quale è stata raccontata una storia sensibilmente differente poiché, in quanto mitologia antica, tutti i personaggi facenti parte delle grandi tradizioni oirali greche e latine, possiedono storie differenti con diversi genitori e diversi figli. Oltre a ciò anche i nomi dei personaggi stessi tendono ad avere delle trasformazioni.

Nel nostro caso accettiamo la versione che vede Manto figlia di Tiresia, moglie di Tevere e madre di Ocno.

Viveva un tempo in Grecia una celebre indovina, chiamata Manto, figlia del celeberrimo indovino Tiresia.

Un bel giorno ella fu costretta ad abbandonare la città nativa, per salvarsi dalle ire dei tebani, pertanto decise di partire alla volta della penisola italica.

Manto, dopo una serie di tribolazioni,raggiunse il territorio dell’Italia centrale ove risiedevano diverse popolazioni di genti etrusche; in particolar modo, arrivò alle rive del fiume Tevere. Qui incontrò un giovane dio, che aveva il palazzo sotto l’acqua, ma che doveva cacciare e cavalcare per i boschi vicini.

Il dio del fiume, forte e buono, la sposò.

Da quelle nozze nacque un bambino a cui misero nome Ocno, bello come la madre, robusto e generoso come il padre.

Col passare degli anni, Ocno imparò molte cose: sapeva intonare melodie sulla cetra e sul flauto; sapeva cacciare i cinghiali per la foresta e costruire forti zattere. Non solo, ma la sua bontà lo portava ad aiutare tutti gli abitanti dei villaggi lacustri fabbricati lungo il Tevere.

Ma, in un giorno di tempesta, il dio del fiume venne colpito da un fulmine di Giove e morì.

Manto ed Ocno, rimasti soli, pensarono di abbandonare quella terra piena di dolorosi ricordi.

Dopo di aver navigato in lungo e in largo per fiumi e mari dell’Italia, giunsero ad un fiume detto Mincio, che scorreva verde nella pianura, per allargarsi in tre laghi d’un color celeste pallido.

– Guarda! – disse Manto al figlio. – Io vedo in mezzo all’acqua due isolette piene di canne. Non potremmo rifugiarci in quell’angolo tranquillo e silenzioso?

Ocno, per accontentare la madre, costruì una zattera e con essa arrivarono alle isolette del Mincio. Si costruirono una bella casa di canne.

Passarono così i giorni fintanto che non divennero mesi e poi anni.

I capelli di Manto si fecero sempre più bianchi quando un giorno Ocno, vedendo la madre più pallida e più debole del solito, le chiese amorevolmente:

– Che hai madre mia?

– Mi sento morire, – mormorò l’indovina con un sorriso. – Sii buono figlio mio, e fai tutto il bene che io non ho potuto, né saputo fare!

Dopo pochi giorni Manto spirò.

Ocno, profondamente addolorato, le fece una tomba nell’isola più bella e più fiorita, sulla quale spuntò, dopo qualche tempo, una pianta dalle foglie lunghe e argentee, come i capelli dell’indovina.

Quella pianta fu detta salice e crebbe prospera nelle isolette e lungo le rive del Mincio.

Ocno, ricordando la raccomandazione della madre, costruì case e sponde attorno all’albero e ponti per unire le isole alle sponde. Poi invitò i pastori dei dintorni ad abitare nella nuova città a cui diede il nome di Mantova in onore della madre.

Non contento di tutto questo, insegnò i pastori a suonare il flauto, perché, a loro volta, insegnassero ai figlioletti quelle agresti melodie.

Divenuto vecchio con tanto di barba, chiamò intorno a se, prima di morire, i suoi sudditi e disse loro:

– Non dimenticate le canzoni che vi ho insegnate, e amate questo lembo di terra, come io l’ho amata!

Quanto piansero i pastori sulla tomba di Ocno!

– Dormi in pace, o re! Noi e i nostri figli ti ricorderemo e ti obbediremo sempre!

A questo punto diventa fondamentale capire chi sono i personaggi della nostra storia e quali sono le diverse versioni che vengono riportate di essa.

Manto_nel De mulieribus claris di Boccaccio.jpg

Chi era Manto?

Manto il cui nome evoca l’idea di divinazione (dal greco mantis, indovino), è figlia di Tiresia, il celebre indovino che venne trasformato ora in donna, ora in uomo per volere di Zeus e Era.

Come il padre ha il dono della profezia. La tradizione vuole che lei guadasse il padre cieco per la Beozia dopo la conquista di Tebe da parte degli Epigoni. Ma l’indovino morì ad Aliarto, prima di giungere a Delphi in cui si recava Manto. Gli Argivi vittoriosi avevano promesso ad Apollo, prima di conquistare la città, di donargli “ciò che vi sarebbe stato di più bello nel bottino”, e Manto fu designata in offerta al dio. Rimase a lungo a Delphi, perfezionandosi nell’arte della divinazione e venendo scelta come Sibilla, sino al giorno in cui il dio la mandò in Asia Minore, dove ella fondò la città di Claro e sposò il cretese Racio dal quale ebbe un figlio chiamato Mopso.

Col nome di Mopso s’intende la figura mitologica che fondò la città di Colofone. Era l’indovino dell’oracolo d’Apollo di Claro e a questo titolo entrò in competizione con l’altro grande indovino del suo tempo, Calcante, il quale faceva allora ritorno dalla guerra di Troia.

Quest’ultimo fu un indovino di Micene considerato, alla stregua di Tiresia, uno dei più abili del suo tempo nell’interpretare il volo degli uccelli e nel sondare il passato, il presente e il futuro.

A Colofone, riporta il mito, trovò l’indovino Mopso. Vicino alla casa di questo, si trovava un fico. Calcante allora chiese: – quanti fichi porta? E il figlio di Manto rispose – diecimila e un moggio, e un fico in più. Fatta la verifica, Mopso aveva ragione. C’era anche una scrofa incinta. Mopso chiese a Calcante: – quanti piccoli porta e fra quanto tempo figlierà? Quello gli rispose che essa portava otto piccoli. Mopso gli fece osservare che si sbagliava e aggiunse che la scrofa portava nove piccoli tutti maschi e che avrebbe figliato l’indomani, alla sesta ora. E proprio questo avvenne. Allora Calcante morì per il dolore.

Una tradizione diversa mostra Manto unita ad Alcmeone dal quale ha un figlio, chiamato Anfiloco. Però Manto, moglie d’Alcmeone, non sarebbe figlia di Tiresia ma di Poliido. Secondo versione riportata da Virgilio essa è madre di Aucno o Ocno, eroe etrusco, legato alla leggenda di Bologna. Viene accreditato come figlio di Fauno, oppure – come nella versione che abbiamo riportato noi – del dio Tevere. Originario di Perugia, lasciò la città per non dare ombra al fratello Auleste che l’aveva fondata; oltrepassò l’Appennino e andò a fondare Felsina, la città etrusca che diventò più tardi Bologna. Stessi natali ha Bianore che viene identificato anch’esso come eroe di Mantova.

Miti più tardi o secondari, e non necessariamente legati alla fondazione della città virgiliana, vedono Manto figlia dell’eroe Eracle oppure dell’indovino Melampo da parte di padre di Ifianeria, figlia di Megapente, da parte di madre e le vengono attribuiti anche Antif, Bioo e Pronoe.

Manto vista dai poeti

Chi veramente ha reso celebre il personaggio mitologico fino a qui descritto? I poeti, ovviamente, che ne hanno consacrato la memoria all’interno di importanti opere quali le Metamorfosi di Ovidio, l’Eneide di Virgilio e la Divina Commedia di Dante Alighieri. Anche il Bardo per eccellenza, all’interno di una delle sue opere più celebri, ovvero Romeo e Giulietta, descrive il personaggio dello speziale, riprendendo caratteristiche tipiche della descrizione di Tiresia e dimostrando, in maniera implicita, quanto, ancora a quell’epoca, la città di Mantova godesse della fama di essere ospite di molti indovini, stregoni e speziali capaci nella preparazione di filtri magici.

Il primo a parlarne è Ovidio nelle sue Metamorfosi che ai versi 157-164 del libro IV descrive Manto in questo modo:

 Accadde che la figlia di Tiresia, Manto, che conosceva il futuro,

eccitata da un impulso divino, fosse andata vaticinando

da una via all’altra: “donne dell’Ismeno, andate in folla

a offrire con devozione a Latona e ai suoi figli

preghiere e incensi, intrecciando del lauro ai capelli.

Latona ve lo rodina per bocca mia!”. L’esortazione fu accolta

 e tutte le donne di Tebe si incoronarono di fronde d’alloro,

come era stato prescritto, e alimentarono di incenso i sacri fuochi, elevando preghiere.

Non poteva certo mancare, tra le fonti che parlano dell’indovina, il poeta Virgilio che dà notizia di lei nel libro X dell’Eneide. In particolar modo la cita nei versi che vanno dal 198 al 203:

 Anch’egli, Ocno, manovra una schiera delle patrie contrade,

 figlio di Manto che detta i responsi e del fiume etrusco,

che a te dette, o Mantova, una cinta di mura e il nome di sua madre,

Mantova, ricca di nobiltà antica, ma non tutta di un’unica stirpe:

 in tre genti si divide, quattro comunità per ogni gente,

 delle comunità essa è capitale, il suo nerbo è di sangue etrusco.

 Nel periodo medioevale il Sommo Poeta, accompagnato nell’Inferno e nel Purgatorio dalla figura di Virgilio, coglierà questo come pretesto per dedicare alcuni versi del XX Canto della prima Cantica alla figura di Manto, che verrà brevemente ripresa anche in Purgatorio XXII 113-114. Nel caso dell’Inferno i versi riportati vanno dal 52 al 57.

 E quella che ricuopre le mammelle,

che tu non vedi, con le trecce sciolte,

e ha di là ogne pilosa pelle,

 

Manto fu, che cercò per terre molte;

poscia si puose là dove nacqu’io;

onde un poco mi piace che m’ascolte.

Le genti di Mantova portano con sé il fascino degli indovini e degli stregoni anche per Shakespeare che, nel Romeo e Giulietta, caratterizza il personaggio de lo Speziale, che avrà modo di apparire nella I scena del V atto quando verrà scelto come colui che venderà la pozione fatale al veronese innamorato, in questo modo:

Romeo [rivolgendosi a Baldassarre]: Non fa nulla. Tu va, va a procurarmi i cavalli; io ti raggiungo subito. [Esce Baldassarre] Bene, Giulietta, dormirò con te, stanotte. Come? Vediamo… o perdizione! Pronta a insinuarti nei pensieri dell’uomo disperato: ecco che mi ricordo di uno speziale che abitava qui presso [N. d. R.: Mantova] e l’ho veduto or non è molto, tutto stracci e sopracciglia, a cercar erbe medicinali; magro, allampanato, ridotto, dalla miseria, nera, a pelle e ossa. Nella sua stamberga c’era, appesa al soffitto, una tartaruga, un coccodrillo impagliato, e altre pelli di svariati mostri marini; e qua e là, negli scaffali, il monte della miseria: barattoli vuoti, vasi di coccio verdi; vesciche e semi ammuffiti; streffoli di cordino e pasticche di rose rinsecchite – tutto lì, alla rinfusa, in bella mostra. Davanti a tanto squallore io mi dicevo: “se un uomo avesse ora necessità di uno di quei veleni che a spacciarne qui a Mantova si va dritti alla forca, ecco un rudero d’uomo che certamente glie ne venderebbe” – oh, quel pensiero precorreva precisamente il mio bisogno d’ora; e proprio questo straccione ora mi servirà. Se ben ricordo, la bottega è questa qui; è chiusa, è vero – è festa, oggi. Olà, speziale! [Entra lo Speziale]

(Mendes Biondo)

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