Cap. 5°  Dalla fiaba alla storia

L’ISTITUTO MAGISTRALE

Gepe non partecipa al lavoro della vendemmia fino alla fine: verso il 30 settembre qualcuno viene a prelevarlo e lo riporta a Sesto, dove lo aspetta un anno impegnativo, quello della quinta elementare e dell’esame di ammissione. Il distacco da Rivalta non può essere facile, ma la scuola lo aiuta a dimenticare. Ritrova gli amici e l’insegnante dell’anno prima, le letture amate e messe da parte per troppo tempo, gli impegni all’oratorio di S. Andrea.

Continua a “fare bene” in italiano, a fasi alterne in aritmetica; già dall’inverno sua madre è invitata a scuola perché si deve decidere se e dove fargli continuare lo studio; naturalmente, non tenendo conto della scuola di avviamento al lavoro, il triennio frequentato da chi sceglie il lavoro a quattordici anni. I genitori, che hanno già deciso per la continuazione, chiedono qualche consiglio a un giovane architetto mantovano che frequenta amici comuni; e verso la primavera vanno a chiedere la sua iscrizione presso un istituto magistrale di Milano. È questa una delle scuole che scelgono i genitori di scarse possibilità economiche, che tuttavia vogliono dare ai figli una buona cultura di base: costa meno del liceo, dura sette anni anziché otto, e può dare un lavoro senza bisogno di continuare lo studio nell’università. Comunque quella scuola già appare un traguardo straordinario per Gepe, figlio di un muratore e di un’operaia tutto fare. A Milano dicono che non possono accettare il ragazzo perché hanno già coperto i posti disponibili. Si decide allora di mandarlo al ginnasio di Monza, la cittadina posta a sette chilometri a nord di Sesto; in quella scuola dovrà sostenere l’esame d’ammissione nel giugno. In quell’epoca non esiste la scuola media uguale per tutti e obbligatoria; solo l’elementare è obbligatoria; e senza esame si accede solo all’avviamento al lavoro. Per tutti gli altri tipi di scuola bisogna scegliere subito dopo la quinta elementare e superare un esame di ammissione, da sostenere nella stessa scuola che si decide di frequentare.

All’inizio della primavera un giorno entra nella loro classe la maestra Rastelli: la presenta la signora Ferè. È un’anziana signora dall’aspetto fine, alta e magra, il viso incorniciato da folti capelli bianchi, fermati a crocchia sulla nuca e rigonfi alle tempie. È in pensione, vive sola – dice loro – e le manca la compagnia dei ragazzi; almeno per qualche giorno alla settimana, d’accordo con l’insegnante di classe, si offre di seguirne un piccolo gruppo destinato a sostenere l’esame di ammissione. Non vuole alcun compenso, chiede solo che ci si impegni nello studio. Da subito cinque o sei ragazzi, per due o tre pomeriggi alla settimana si pongono sotto le ali della nuova maestra: lei li porta ora a casa sua, ora a sedere sulle panchine dei giardinetti pubblici posti accanto al Municipio di Sesto.

A giugno sostengono l’esame di quinta e subito dopo quello di ammissione. Gepe sa già dove si trova il ginnasio-liceo, perciò è avviato da solo con i suoi libri per Monza, sul tramvai che parte dal rondò, il centro di Sesto. Ricorda poco dell’esame: si rivede seduto davanti ad un tavolo a parlare di Napoleone che, venuto per la prima volta in Italia e trovatosi di fronte a due eserciti avversari, affronta e sconfigge successivamente l’uno e l’altro: sa di ripetere più o meno le esatte parole del suo sussidiario… È promosso con buoni voti; si leggono su un foglio bollato, intestato “Regio Ginnasio Zucchi”, la certificazione scritta a mano, in data 1° settembre 1931, IX E.F., firmata per il preside dal prof. Carlo Penco, e le seguenti classificazioni: “Italiano – otto; aritmetica – sei; cultura generale – sette; disegno – otto; educazione fisica – 6 “.

Ma subito dopo – a fine giugno – Gepe si ritrova con alcuni amici del gruppo Rastelli, seduto sugli stessi banchi di quinta. È accaduto che, promossi all’ammissione, hanno sbagliato il problemino dell’esame di quinta: e qui sono stati richiamati per qualche ora a rifare la prova.

Alcuni giorni dopo Rosina accompagna il figlio a casa della maestra Rastelli per ringraziarla e portarle un piccolo dono. La signora è buona e gentile, dice che si è molto divertita a fare ancora scuola, alla sua età; che Gepe, riuscendo bene all’esame, le ha fatto il regalo più bello e gradito.

L’ANGELO CUSTODE

Nell’istruzione religiosa di Gepe l’Angelo custode aveva avuto sempre scarso rilievo. Poi a S. Andrea aveva incontrato Varisco e le cose erano cambiate. Il nuovo maestro aveva un culto particolare per quest’Essere spirituale con funzioni individuali ed aveva convertito allo stesso culto il suo allievo per i tre anni di Sesto. Gepe ad un certo punto si sente tanto attratto dalla presenza invisibile del “Suo“ Angelo, che più volte nello stesso giorno si sorprende ad invocarlo a fior di labbra: “Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina custodisci governa me…”. Quando ha appena superato l’esame di ammissione al ginnasio di Monza, poco prima di partire per Rivalta, si diletta ogni tanto uscendo a piedi per percorrere vie nuove, soprattutto nella periferia nord di Sesto, a lui sconosciuta. Un pomeriggio si trova a camminare in mezzo ad un folto gruppo di operai davanti ad un passaggio a livello della ferrovia Milano-Monza: la sbarra è abbassata, lui vi passa sotto insieme a tutti gli altri e si ferma ad un metro dal primo binario, in attesa che sul secondo transiti un convoglio già in vista. Il convoglio passa e subito dopo Gepe, che è in prima fila,  parte d’impeto per attraversare. Non ha ancora completato il primo passo che sente una mano forte e decisa posarsi sulla sua spalla: il piede gia sollevato ricade e, guardando in su, il ragazzo vede il viso buono e serio di un uomo robusto, nella tuta blu dell’operaio. Nello stesso istante, mentre la mano salvatrice rinsalda la presa, una locomotiva in manovra sfila veloce a un metro da lui…

Gepe percepisce un tuffo al cuore e torna a guardare in su, allo stesso viso, che ora sorride, sempre in silenzio. Tutto quanto accade è questione di attimi. La mano si solleva dalla spalla del ragazzo e la piccola folla si muove per attraversare, lui tra gli ultimi, questa volta. Confuso, non cerca subito il suo salvatore; e quando si riprende del tutto e si rende ben conto dell’accaduto, non lo vede più.

Ripensa nei giorni seguenti all’uomo dalla mano provvida e capisce che l’intervento v’è stato perché già l’operaio lo stava guardando: forse aveva dei bambini a casa e sapeva quanto essi sono sventati… O, forse, quella era la mano dell’Angelo, intervenuto in tempo per fermarlo: perché anch’egli partecipasse da adulto alla vita e lasciasse un segno nel mondo, tra gli innumerevoli altri…

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ANCORA VACANZE RIVALTESI

Questa volta – si è nell’estate del ’31 – è Rosina che porta Gepe a Rivalta dal nonno Enrico: probabilmente desidera rivedere i genitori anziani, oppure la voglia di muoversi perché le cose cominciano ad andare meglio. Lei e Nibale stanno pagando rapidamente il debito sulla casa e sono più sereni. Torna a Sesto dopo pochi giorni; lui rimane a Rivalta e riprende la vita beata dell’anno precedente.

In quell’estate è chiamato per alcuni giorni alla Platana, in casa di zio Pietro e nonno Domizio, i parenti che conosce poco, essendo stato portato via dal paese a otto-nove anni.

Il campo del nonno è un rettangolo di terra sabbiosa di poco più di un ettaro, ben delimitato sui quattro lati: a ovest e a sud scorre la Duganella, un torrentello largo un metro, incassato nel terreno; a est passa la strada provinciale che da Rivalta porta a Mantova; a nord una cavedagna di uso comune. Sull’angolo di nord-est, a dieci metri dalla strada, è costruita la casa. Anche questa è terra ingrata, come quella della Campagnina, il campo comprato subito dopo il ritorno dall’America, né è permesso irrigare con l’acqua del fosso. L’unico vantaggio, rispetto al primo campo, è la vicinanza del paese, posto a mezzo chilometro verso nord. Il fosso Duganella, abbandonando i campi, passa sotto la strada e si perde nei prati bassi che precedono la valle.

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LA PLATNA

A pochi metri dall’acqua sul bordo di una strada secondaria, che si stacca che si stacca dalla provinciale e si dirige verso il paese per congiungersi con la via Voltazzola, sorge un platano gigantesco, vecchio di qualche secolo. Gli anziani raccontavano una storia udita dai loro vecchi: sotto il platano, dalla chioma allora già ampia, si erano riposati – oltre ottant’anni prima – molti giovani soldati italiani feriti, provenienti da Grazie e Curtatone. Erano reduci della battaglia del 29 maggio 1848, combattuta a pochi chilometri da qui, tra seimila studenti toscani e trentamila austriaci. I giovani ritirandosi verso Goito, dove si trovano i piemontesi, si sono fermati a Rivalta e sono stati aiutati in molti modi dalla gente.

È un vezzo del contadino mantovano l’uso di coniare il femminile di nomi maschili, per indicare cose di dimensioni inusitate: così, una sacca è un sacco grande il doppio del normale, una letta è un letto a tre o più piazze (in dialetto il posto letto singolo non si indica col vocabolo “piazza”, ma con quello più esplicito e inelegante di culo) capace di ospitare più persone, sfruttando al massimo la capienza del locale (v’è a Rivalta una famiglia numerosa e povera – i due genitori e sei figli – che, disponendo di due sole stanze, utilizza la letta). Da questa usanza è nata la denominazione Platana, ad indicare il grande albero e la località circostante.

Nel tempo al quale questi ricordi si riferiscono, sotto il grande platano, staziona ogni giorno nella bella stagione un gruppo di anziani: si sdraiano sull’erba, il dorso appoggiato al tronco e chiacchierano in santa pace. Il traffico delle due strade vicine non disturba, anzi rompe la monotonia della sosta. Passando in bicicletta anche Gepe qualche volta si ferma per un minuto: allora l’eloquio dei vecchi s’arresta e qualcuno chiede al sopraggiunto di chi – lui – è figlio, o nipote e che cosa sta facendo in giro. Dopo un po’ distolgono lo sguardo e riprendono il loro discorso, lento e svagato.

 

ZIA MARIETTA

Nonna Brigida se ne è andata da pochi mesi e Marietta gli parla molto di lei. Questa zia, che Gepe impara a conoscere solo ora, è pingue, trasandata e chiacchierona. A lui piace, mentre Pierino Merican su di lei trova parecchio da ridire. Lei ha senz’altro dei difetti come donna di casa, ha la lingua lunga (qui ha ragione lo zio), ma è buona e generosa; e fornisce notizie interessanti su famiglia, parenti e affini.

La casa degli zii ha la facciata a mattina e consta di tre stanze in fila al piano terra e di altrettante al primo piano. Si entra in casa dal locale di mezzo, che serve da anticamera ed è quasi vuoto: la stanza di sinistra fa da cucina e pranzo, quella di destra è di passaggio e funge da deposito di materiale e da laboratorio; non è neppure pavimentata, sebbene qui sia posta la solita ripida scala di legno. Nella stanza superiore dormono Guglielmo e Carolina –  i due figli – separati da una leggera tramezza d’assi; da qui si entra nella stanza di nonno Domizio, che ora è solo ( dopo la morte di Brigida), quindi nell’ultima stanza, quella degli zii.

Dalla cucina, dove sono posti camino e stufa di ghisa, si esce in un cortile polveroso, dominio delle galline, che vi razzolano per smuovere la terra e godersi al sole i bagni di polvere. Dal cortile si raggiunge un piccolo vigneto, che non promette nulla di buono, nonostante le assidue fatiche di Domizio; in fondo al vigneto scorre la Duganella.

Dove termina la casa è stato improvvisato un ampio pollaio nel quale si riparano di notte decine di volatili chioccianti, che dall’alba al tramonto vagano liberamente nel campo adiacente. Così accade che le galline depongano uova a capriccio, nei posti più impensati. Per questo, verso sera, Marietta, con il grembiule ai fianchi e gli angoli stretti in mano, compie un giro nel campo e torna dopo mezz’ora con le uova raccolte nei posti che lei sola conosce. Marietta va a colpo sicuro perché dal mattino conosce il numero delle uova da raccogliere: all’uscita dal pollaio afferra ad una ad una le galline e le “palpa”; la sinistra stretta attorno alle ali, la destra libera, corre rapida alla meta con l’indice teso: la meta è l’orifizio dal quale l’uovo dovrà uscire; così si accerta che l’uovo di giornata sia in arrivo. Ciò fatto, libera le ali, segue lo svolazzo finale: in pochi minuti Marietta ripassa una trentina di volatili.

Qui Gepe impara che in primavera molte galline chiocciano (e le chiocce non fanno uova); che in inverno le uova arrivano di rado perché il freddo restringe l’orifizio ( così spiega la zia, che non usa il termine tecnico ma quello esplicito del dialetto).

Sul lato sud, dove termina la casa, comincia una costruzione secondaria, che comprende la stalla per il somaro del nonno, un portichetto per fieno e attrezzi, il porcile e il solito servizio a secco.

 

PIERINO MERICAN

Zio Pietro, muratore in proprio, ha fama di persona bizzarra e artigiano abile e preciso. Dato che per tutti vige un soprannome, lui è l’Americano; così i due suoi fratelli, Annibale e Anselmo. Il cognome vero esiste solo all’anagrafe, per i rivaltesi ci sono soltanto Pierino Mericàn, Nibal Merican e Selum Mericàn. Una infinità di anni più tardi, quando Pietro se ne va, a novantacinque anni, sulla Gazzetta di Mantova, sotto la foto si legge, oltre al nome ufficiale quello a tutti noto, Pierino Merican: il soprannome si è conservato attraverso tre generazioni.

In quel tempo il cugino Guglielmo aiuta il padre, ma si propone di specializzarsi come cementista; per questo frequenta a Mantova la scuola di disegno. Carolina fin da giovanissima dichiara di voler diventare pettinatrice. A molte donne di Rivalta sembra che un lavoro di quel genere non abbia senso: le donne sono sempre state capaci di pettinarsi da sole, si dice. Invece quello si dimostrerà un lavoro redditizio ed aperto sul futuro.

NONNO DOMIZIO, L’EMIGRAZIONE E IL RITORNO

Nonno Domizio vive in un mondo a parte, non solo perché nel suo lavoro fa e disfa senza farne partecipe alcuno, ma perché di fatto appartiene ad un mondo estraneo, lontano. Da giovane, verso i trent’anni, con tre figli giovanissimi, lui e Brigida, contadini pieni di disperazione e di fame, decidono di emigrare. Già s’è detto che Anselmo è figlio adottivo: era accaduto che Brigida, portata all’ospedale per partorire Pietro, il primogenito, è tornata portando con sé anche Anselmo, un trovatello sfortunato, che l’ha commossa strada facendo.

Domizio e Brigida, analfabeti o quasi, vanno in America alla ventura. Gepe ha avuto molte occasioni di sentir parlare della vicenda americana. I cinque approdano in un primo tempo a S. Paulo, in Brasile, a zappare caffè: si guadagna tanto da non morire di fame. Dopo alcuni anni lasciano S. Paulo seguendo una traccia diversa da quella dei contadini; per puro caso si fermano a Montevideo per fare gli operai: un po’ meglio, ma non troppo. Ma ora i figli sono più grandi e vogliono decidere con i genitori; e vogliono imparare un mestiere importante, in un luogo del quale si parla spesso, perché vi si sta costruendo una città nuova. E tutta la famiglia passa in Argentina e si dirige verso Bahia Blanca (quante volte Gepe ha udito suo padre rammentare quel nome!). Qui finalmente si gettano basi più sicure nella grama vita di emigranti: Pietro e Anselmo diventano muratori, Annibale piastrellaio. A Bahia, lavorando in quattro potrebbero fare fortuna. Ma il destino decide altrimenti. Quella volta il destino si chiama nostalgia, un sentimento che non si addice a gente fuggita dal luogo natìo per fame: Domizio e Brigida, dopo aver messo insieme un certo risparmio, incominciano a pensare alla possibilità del ritorno: si è nel 1909. I figli vorrebbero restare, poi si lasciano convincere, anche perché in quell’epoca il parere dei giovani conta poco o nulla.

Così nel 1910 i nonni paterni, ormai sui cinquant’anni, riappaiono a Rivalta sul Mincio; e scoprono ben presto di aver messo da parte risparmi assai meno consistenti di quanto hanno creduto. Riescono a comperare una casetta e un campicello di un paio di ettari sulla strada che da Rivalta porta a Goito, poco prima della grande nota Corte Settefrati, a tre chilometri dal paese, la Campagnina. Basta poco per avvedersi che la Campagnina non è propriamente terra, ma sabbia; che nelle condizioni di lavoro di quel tempo produce solo fatica e miseria. Oggi quel tipo di terreno, molto diffuso tra Rivalta e Goito, se abbondantemente irrigato e concimato è ottimo per coltivarvi alberi da frutta e ortaggi: si scalda presto al sole e produce primizie. Ma oggi è così perché in quelle zone arriva abbondante e ben canalizzata l’acqua del Mincio; allora sul loghino del nonno l’unica acqua disponibile – oltre quella del cielo – era quella del pozzo di casa; e le uniche piante che vi crescevano bene erano lo spino bianco e la robinia. Perciò Domizio ricomincia a stentare, con l’unica differenza che ora stenta sulla propria terra. Ma li attendono altre prove, ardue e interminabili: nell’anno stesso del ritorno Annibale, il figlio più giovane, deve partire per il servizio militare; l’anno seguente è la volta degli altri due, che debbono mettersi in regola con il servizio non compiuto. I tre figli ora servono la patria, Domizio e Brigida sudano sul loro magro campicello; in più c’è l’angustia per l’errore commesso col ritorno in Italia. Nell’ ’11 il soldato Savazzi Annibale del 75° reggimento fanteria – così si legge su un documento dell’epoca – è spedito in Libia e buttato il mattino del 5 ottobre su una spiaggia deserta presso Tobruk. Che non è poi tanto deserta, se qualcuno dalle dune spara sui sopraggiunti. Il soldatino ventenne ad un tratto inciampa correndo, cade sotto lo zaino e percepisce una botta sulla spalla; si rialza e riprende a correre tra i compagni. Solo oltre la duna, quando corsa e paura sono finite, si accorge che sulla spalla la giubba ha uno strappo e che in quel punto è scura, bagnata. Qualcuno gli dice che è sangue, una scalfittura: se non avesse inciampato una pallottola avrebbe colpito una spanna più in basso. Gli dicono che ha avuto una fortuna schifosa: lui pensa che la fortuna l’aveva lasciata in una città lontana, di un altro mondo, dove in ottobre il caldo preannuncia l’estate.

Finalmente i tre soldati di nonno Domizio si ritrovano insieme alla Campagnina, novella speranza per Domizio che gli stenti siano finiti. Ma due anni dopo egli si ritrova più solo di prima, tutti i figli in guerra, sul fronte italo-austriaco: Annibale, il soldatino di Tobruk, ora è in Cadore a Monte Piana sotto le tre cime di Lavaredo, Domizio lavora e pena, Brigida corre su e giù dal paese perché il parroco le legga le lettere dei figli e scriva loro ciò che a lei preme far loro sapere. Così il nonno riassumeva, nei suoi ultimi anni la vita di quel periodo: lavorare da mattina a sera, anche la domenica – io e Brigida, stanchi morti anche di notte, a letto –, col pensiero fisso ai figli in guerra, che non sapevi, mentre li ricordavi, se erano ancora vivi.

Poi nell’inverno tra ’18 e ’19 i soldati tornano davvero, maturati dalla guerra, e riprendono il lavoro a lungo interrotto: Pietro e Anselmo muratori a Rivalta, Annibale piastrellaio a Mantova.

Ma è un danno quell’abitare lontani dal paese, bisogna avvicinarsi: si vende la Campagnina e si compera alla Platana. Ancora terra agra, solo c’è più comodità per il lavoro dei figli. Ora essi sono sui trent’anni e si vogliono sposare. Domizio e Brigida scelgono di rimanere con Pietro e perciò si devono “fare le parti”: a Pietro il loghino, ad Annibale quattromila lire in contanti, ad Anselmo nulla, perché lui non è figlio vero. Quante volte ha sentito Marietta e sua madre parlare di quelle famose “parti”! Quante volte Rosina gli ha ricordato il pianto segreto di nonna Brigida per l’ingiustizia commessa: poco ad Annibale, niente ad Anselmo, che pure aveva lavorato per la famiglia, come e più degli altri, e senza badare al fatto che lui era solo adottivo! Poi, subito dopo, Pietro aiutato dai fratelli costruisce la casa della Platana, dove ora Gepe si ferma spesso, ragazzo di undici-dodici anni; gli altri due fratelli hanno costruito nel ’27 e ’28, lavorando insieme, le loro due case, una di fianco all’altra, presso la scuola. E Brigida corre dall’uno all’altro racconsolata, portando qualche piccolo dono nella sporta di giunco: una ciambella, dieci uova e, una volta, un cappello di paglia nuovo fiammante per Gepe.

Anche lei e Domizio si danno del voi; ma Brigida a volte perde la pazienza ed è brusca col nonno, buono e sincero fino all’ingenuità. Da sua madre Gepe ha udito su quei nonni un aneddoto spassoso. Il nonno aveva messo insieme un suo risparmio personale, un migliaio di lire (una somma ragguardevole in quel tempo) e aveva trovato un nascondiglio nella stalla del somaro, dietro un mattone smosso del muro. Nessuno se ne sarebbe mai accorto se egli non avesse avuto il vizio di pensare a voce alta: un vizio che tutti conoscevano, Marietta compresa. La quale un giorno sente – senza essere vista – che Domizio esprime la sua soddisfazione per un certo suo gruzzolo nascosto nella stalla. Attende l’occasione propizia, cerca, scopre il malloppo e lo sequestra a beneficio della famiglia: “Pensare che noi abbiamo tanto bisogno di soldi e lui li nasconde!”, lo rimprovera a tavola. E Brigida in separata sede: “Siete proprio uno stupido, nascondete i soldi e poi raccontate al vento dove li avete messi! Ma è mai possibile?!” Il rispetto formale è salvo, ma la sostanza del discorso colpisce senza riguardo.

Un “brutto male” allo stomaco porta via la nonna nell’inverno del ’29, in un paio di mesi. Coraggiosa sempre, anche davanti alla morte, e bisbetica impenitente, risponde alle preghiere per i moribondi che il prete recita ai piedi del letto; e trova modo di rimproverare nonno Domizio, che per la commozione si è distratto: “Guardatelo lì! Pregate anche voi, dunque, invece di piangere!”

Così Domizio resta solo, pur tra i suoi famigliari. Nei giorni trascorsi alla Platana, Gepe lo segue qua e là cercando di parlargli. Ma Domizio è piuttosto sordo, non è facile improvvisare un discorso con lui. È vicino agli ottanta, e non ha mai smesso di lavorare; piccolo di statura, un po’ curvo ma robusto, ha svolto con grande scrupolo un incarico per il comune: al mattino con il carretto e il somaro fa il giro per le vie di Rivalta e lavora come spazzino. Di sindacati e contratti di lavoro non si parla, neppure per gli avventizi di un Ente pubblico: cinquanta lire al mese, dura fin che dura e tutto finisce lì. C’è poi un vantaggio oltre la paga: Domizio raccoglie ogni giorno del buon letame per il suo magro campicello. Nessuno lo obbliga, ma lui esce col suo carretto anche la domenica mattina: non sopporta che la gente vada a Messa camminando per vie sporche! In quel giorno però si permette una deroga: lega il somaro al tronco di un platano, davanti alla Chiesa, ed entra per la messa. All’uscita continua il suo giro.

Nel pomeriggio dei giorni feriali lavora nel campo e nell’orto; deve far eseguire i lavori grossi, perché nessuno dei figli può aiutarlo: del resto in quel campo non vale la pena di affaticarsi – dice Pietro – esso è un’illusione alla quale solo il nonno può credere. Ma lui ha aperto gli occhi sulla terra, in campagna è sempre vissuto e non può concepire un’attività diversa.

Ad un certo punto deve lasciar perdere il vigneto, che richiede troppo lavoro e non produce che pochi grappoli stenti: continua però a curare l’orto. L’acqua è accessibile alla Duganella, presso il piccolo ponte che porta dai vicini Bozzacchini. Qui il nonno e il vicino hanno scavato per mezzo metro sul fondo onde avere la possibilità di riempire agevolmente il secchio. In quello slargo dal fondo ghiaioso, Gepe si immerge spesso fin oltre il ginocchio per meglio osservare gli sciami di girini che qui si raccolgono. Il fosso è popolato da rane, numerosissime in certi punti e da piccoli pesci che qui giungono dal Mincio, distante mezzo chilometro. Domizio ha allestito una carriola tra le cui stanghe ha fissato un mastello alto e stretto; esso viene riempito col secchio e la carriola spinta a forza di braccia per i sentieri dell’orto: la verdura è bella a vedersi, ma costa una fatica immensa. Il nonno ha per l’orto una vera passione: dice di averla ereditata da suo padre, già ortolano in un vicino borgo, vissuto fino a cent’anni. Ad ogni modo egli si impegna in quel lavoro liberamente, senza avere un reale bisogno: l’abitudine a lavorare da mattina a sera lo spinge a fare.

 

I BOZZACCHINI

Passando sul ponticello si giunge alla casa dei Bozzacchini, i vicini di casa, due anziani coniugi senza figli, che sul loro campo vivono da sempre. I due si fermano volentieri a parlare: un giorno raccontano a Gepe che è stata una festa per loro la costruzione della casa di zio Pietro, perché essa ha segnato la fine del loro isolamento.

La moglie lo invita spesso in casa e gli offre la merenda, pane e salame. Se si è in stagione gli indica la pianta con la frutta matura o l’uva più dolce; Gepe ama vagabondare anche oltre la casa dei due anziani amici, all’interno della campagna; lo trattiene solo la paura dei cani che, a volte inselvatichiti, scorrazzano in libertà.

 

ADDIO, NONNO DOMIZIO!

Quando, alcuni anni prima dal Comune di Rodigo è stata notificata a Domizio la fine del suo rapporto di lavoro, egli è ben oltre i settanta. Non gli assegnano neppure un soldo di pensione, ma questo già lo sapeva e lo accetta in pace. Ciò che lo abbatte è il significato della lettera firmata dal Podestà: non hanno più bisogno di lui, forse non sono contenti del suo lavoro, pensano che lui non si guadagni più le cinquanta lire al mese. Solo queste parole sentono da lui in famiglia per qualche giorno. Poi non parla più della cosa, ma lascia intendere che quello è un cruccio che lo accompagnerà fino alla fine. Nonno Domizio muore verso il 1935. In casa raccontano che una settimana prima, all’insaputa dei famigliari, si è munito di una scala ed ha potato alcune alte robinie verso strada. Si è in febbraio-marzo, fa ancora freddo, il nonno ha certamente sudato e si è preso una grossa infreddatura. Così sembra all’inizio; invece sopravviene una polmonite e Domizio se ne va in pochi giorni.

 

TRA MULINI E  MINCIO

Si gode di libertà assoluta alla Platana; Gepe non ha qui amici della sua età, ma ama anche vagare da solo, per scoprire cose e sensazioni nuove. Un giorno si mette a seguire la Duganella verso valle camminando sul fondo ghiaioso: vi sono venti centimetri di acqua, che scorre tra prati bassi e verdi, fin dove l’erba cede al carice e al canneto. Proprio in quel punto il ragazzo si trova all’improvviso a camminare in acqua freddissima; cerca tra l’erba alta della sponda e scopre un polla ribollente che sgorga dal fondo. Beve di gusto di quell’acqua di ghiaccio – si è d’estate – e racconta agli zii la sua scoperta: nessuno si era mai accorto di quella risorgiva naturale, piccola, ma certamente molto profonda.

Le scorribande sul carretto dello zio Vincenzo diventano in quell’anno più interessanti. Lo zio porta i ragazzi almeno una volta a settimana ai mulini di Rodigo, dove fa macinare il grano per i suoi clienti contadini.

I mulini sono due: quello di Cozzani, elettrico e moderno; quello di Pozzi, mosso ad acqua e perciò posto presso la Serriola Marchionale, l’ampio profondo fossato che attraversa tutto il paese da nord a sud. Un salto di un paio di metri muove la grande ruota maestra.

Il capoluogo comunale è un paese agricolo, allora più grande di Rivalta; il terreno vi è più fertile che accanto al Mincio, dove la maggior fonte di lavoro sta nella raccolta e lavorazione dei prodotti vallivi e nella pesca.

Quando si va al mulino il carico richiede l’uso di un carretto più grande e robusto. Spesso l’attesa della farina occupa più di mezza giornata e allora il mugnaio invita lo zio (e l’accompagnatore) alla sua tavola: il pranzo è semplice e rapido. Dai Pozzi si mangia spesso il pesce, quello pescato nel fosso del mulino, in un’acqua limpida e pura, come tutta quella di canali e fossi che scorrono nella campagna e che con la Marchionale comunicano. È frequente l’incontro, lungo le strade comunali e gli stradelli di campagna, di uomini e donne intenti a pescare. A Rivalta, nella buona stagione, molte donne nel tardo pomeriggio si avviano al Mincio recando la guada. Anche Rosina possiede quell’attrezzo; a volte per non portarlo in giro lo lascia nella casa di zia Giustina, sua sorella, che abita presso il fiume; porta con sé la guada ed entra nell’acqua fino al ginocchio. Fa scorrere l’attrezzo sul fondo tra le erbe basse per alcune volte, cambiando di posto: ha voglia di mangiare saltarelli a cena e va a prenderseli nel Mincio. I gamberetti di fiume ora sono un sogno: scomparsi per sempre, da decenni, da quando non esiste l’acqua pura che essi esigono. L’acqua di fossi e seriole ora non reca più alcuna traccia di vita animale.

 

LA PRIMA GINNASIO

Anche in quell’anno il mese di settembre è il tempo delle scorribande nei campi. Per il ritorno a Sesto giungono per tempo i genitori a prendere Gepe: deve prepararsi lui i libri per la prima ginnasio. In giugno per la sua promozione all’esame di ammissione Gepe ha chiesto ed ottenuto “Il nuovissimo Melzi”, un dizionario di italiano che lui conserverà tra le cose più care. Entro settembre arrivano gli altri libri: non sono molti, ma rappresentano una spesa notevole per i genitori. Tra i libri di futuro insegnante di lettere essi conservano sempre il posto d’onore: l’Analisi logica di Santini e Campanini, il Dizionario di latino di Campanini e Carbone, la grammatica italiana del Lipparini, il Centonovelle di G. Parisi, la Storia delle storie del mondo di L. Orvieto: libro bellissimo e moderno anche dopo cinquant’anni. Il dizionario di latino glielo porteranno via dal cassetto della cattedra tanti anni dopo, nella scuola in cui insegnava.

In uno dei primi giorni di ottobre, con il suo nuovo abbonamento per il tram elettrico Sesto-Monza, lo imbarcano al Rondò, solo, per il suo nuovo destino. Gepe ci si incammina con un certo piacere e una buona dose d’incoscienza.

L’edificio scolastico che lo accoglie, dopo una breve camminata dall’arrivo del tram – Monza è una piccola città – è ampio e piuttosto vecchio. Lui ricorda bene un’ entrata aperta su un cortile interno e un’aula al pianterreno con tre file di banchi, piena di ragazzi; degli insegnanti, solo quello di lettere, un signore cordiale di mezza età, che sa stare con i ragazzi. Le prime difficoltà le incontra in latino: forse in quinta non è stato preparato in analisi logica; quasi certamente si applica poco allo studio, senza la necessaria continuità. La lettura personale continua ad essere la sua principale occupazione; di conseguenza riesce bene in italiano, ma non altrettanto in latino. Gli servirebbero un controllo e una guida personali; ma più che pagare i libri e le spese di frequenza i genitori non possono fare.

 

SENZA LAVORO!

Verso Natale nella famiglia nasce una preoccupazione che sopravanza ogni altra possibile: sembra che in Ferriera il lavoro cominci a mancare. La prima notizia, incerta e vaga, si apprende frequentando ogni tanto lo spaccio di alimentari gestito dalla stessa amministrazione; la conferma giunge poi dal personale direttivo dello stabilimento. Dopo qualche mese la terribile notizia, questa volta ufficiale: tra i muratori si comincerà presto a licenziare; i primi saranno gli operai non iscritti al Partito Nazionale Fascista. E Annibale che, coerente con le sue idee, non ha mai voluto iscriversi, si ritrova tra i primi destinatari delle lettere di commiato.

Annibale allora si rivolge ad amici e conoscenti mantovani qui residenti; ed un rivaltese, immigrato da molti anni, gli propone di andare da lui a Milano: lavora in proprio, come imbianchino e decoratore: presso i suoi clienti c’è spesso bisogno di piccole opere murarie, e queste egli passa all’amico. Così a quarant’anni Annibale va ogni giorno a Milano in bicicletta; qui sale su un triciclo carico degli attrezzi e del materiale necessari per il lavoro del giorno. Capita qualche volta che manchi la possibilità di completare la giornata di lavoro anche per l’amico generoso. Ma si deve tentare il tutto prima di decidere di lasciare Sesto: si sa che a Rivalta c’è poco da fare. Non ultima c’è la preoccupazione di far terminare l’anno scolastico a Gepe: è necessario tirare avanti fino a giugno, poi se si deve, si partirà.

Per quanto molto giovane Gepe si rende conto della situazione: le difficoltà vere maturano la mente prima del tempo.

 

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