Il mediterraneo ancora da venire. Imparando dall’acqua: il libro dell’architetto Alfonso Femia

E’ stato presentato giovedì 29 giugno, al Centro Pompidou di Parigi, il volume ‘La Méditerranée encore à venir. Learning from water’, scritto dall’architetto Alfonso Femia insieme a Paul Ardenne e Jean-Philippe Hugron, e edito da Ante Prima – AAM Édition.

In questo volume, gli autori fanno il punto sul lavoro tecnico, sperimentale e critico svolto da Alfonso Femia sul tema acqua, toccando la Biennale Internazionale di Architettura di Pisa, ‘Tempodacqua, di cui Femia è stato direttore, passando per la ricerca Mediterranei invisibil, in essere dal 2018. Sino alla recente Biennale dello Stretto, svoltasi dal 30 settembre al 15 dicembre 2022, nuovo capitolo culturale sulla dimensione mediterranea organizzata tra Reggio Calabria e Messina. 

Nel testo «La Méditerranée encore à venir. Learning from water» prosegue la riflessione collettiva e interdisciplinare, innescata dalla Biennale, sulla coesistenza delle diverse regioni mediterranee, la cui realtà va ben oltre quella del Mediterraneo stesso.

Più voci si confrontano, ponderando i pensieri emersi in Biennale: Alfonso Femia racconta l’evento come azione concreta, operatività responsabile sul tema delle tre linee d’acqua che contraddistingue il territorio mediterrano, l’acqua montana, i fiumi e le fiumare e il mare, dunque i crinali, le piane e le coste.

La sua riflessione si articola in più direzioni – territoriale, progettuale, architettonica, paesaggistica – nei dialoghi con Paul Ardenne, storico dell’architettura e con Jean-Philippe Hugron, giornalista ai quali fanno da contrappunto le voci di Carmen Santana e Marc Barani «architetti delle linee di costa» spagnola e francese.

Gli autori

Paul Ardenne. Scrittore e storico dell’arte, è autori di libri di architettura e urbanistica (Terre habitée, 2010) e di numerose monografie sui protagonisti dell’architettura contemporanea(Rudy Ricciotti, Alain Sarfati, Philippe Gazeau, Jean-Paul Viguier, Franklin Azzi, Erik Judice Architecture, …). Cura la rubrica « Humeur » per la rivista francese Archistorm.

Jean-Philippe Hugron. Giornalista laureato in storia dell’architettura, nel 2020 ha ricevuto la Medaglia delle Pubblicazioni dell’Académie d’architecture per le sue pubblicazioni, in particolare per Le Courrier de l’Architecte, settimanale online che ha fondato nel 2010 e che gestirà fino al 2020. È anche autore del libro Promoteur Architecte. Une histoire récente. L’évolution de la maîtrise d’ouvrage en France de 1977 à aujourd’hui, pubblicato da AAM-Ante Prima nel settembre 2021.

Alfonso Femia, architetto, designer e urbanista, opera professionalmente, in ambito internazionale, dal 1995. E fondatore e presidente di Atelier(s) Alfonso Femia (in precedenza denominato 5+1AA), con sede a Genova, Milano e Parigi.

Tra i progetti più recenti la nuova sede di Vimar a Marostica, la Dallara Academy a Parma, la nuova sede del Gruppo BNL-BNP Paribas a Roma, LesDocks a Marseille, The Corner a Milano.

È co-fondatore di 500×100 società benefit attraverso la quale sviluppa i progetti culturali e di ricerca. È stato direttore della III edizione della Biennale Internazionale di Achitettura di Pisa nel 2019 e ideatore e curatore della I edizione de La Biennale dello Stretto, nel 2022.

Ha vinto numerosi premi d’architettura in Italia e in Francia; ha pubblicato saggi sui temi della città e dell’architettura ed è speaker in conferenze accademiche internazionali.

Lingua: francese/italiano – Pagine: 148 – Prezzo: 24 €
Edizione: Ante Prima – AAM Édi’on
Produzione: Ante Prima Consultants, Parigi
Pubblicazione: 16 giugno 2023

ACQUA

RIFLESSIONI di ALFONSO FEMIA

Rovesciamo il cannocchiale per vedere lontano, sott’acqua o senza acqua, secondo traiettorie liquide.

Rovesciamo il cannocchiale, se vogliamo parlare di futuro dobbiamo parlare di acqua.

Parliamo dell’acqua, passando dai luoghi e dai territori, dalla realtà quotidiana in cui il problema non è esserne travolti o non averne affatto o la confezione di plastica che la contiene.
L’emergenza e le regole quotidiane si possono risolvere e bene, è solo una questione di volontà politica e di cultura sociale, semplicemente di responsabilità.

Ma l’acqua è molto di più.

L’acqua è il bene fondativo del pianeta e dell’uomo.

Cominciamo dai paesi fantasma.

Ogni regione italiana ha i suoi paesi fantasma, cioè i borghi spopolati. E di borghi fantasmi è pieno il mondo. Alcuni sono diventati famosi, altri completamente dimenticati, alcuni sono abitati da cinque, dieci persone, altri sono deserti.

Molteplici possono essere i fattori di questo fenomeno che si lega ovviamente al tempo e all’evoluzione della società, ma la posizione spesso non facile, la mancanza di infrastrutture o la non adeguatezza delle stesse, la costruzione di dighe sono le cause dello spopolamento, insieme a frane e alluvioni quelle naturali e più frequenti.

  • Territorio fragile, equilibrio instabile

Cavallerizzo e Africo sono due borghi calabresi entrambi a circa 500 metri sopra il livello del mare, di quelli che potrebbero fare da set per un film romantico che farebbe venire voglia di andarci.

A Cavallerizzo nel 2005 è piovuto in tre mesi poco meno di quanto piove solitamente in tutto l’anno. Ci sono state frane e smottamenti e il paese è stato abbandonato. Così pure ad Africo, cinquant’anni prima, nel 1953.

Craco in Basilicata venne abbandonato alla metà degli anni Sessanta per una frana che pare fosse stata provocata da lavori di costruzione di fogne e reti idriche, a servizio dell’abitato. Nel 1972 un’alluvione dissuase da ipotesi di recupero dell’abitato fino all’abbandono totale nel 1980, a causa del terremoto.

  • Acqua necessaria

Osiglia è un paese in provincia di Savona. Nel 1937 è stata costruita una diga che ha creato un lago artificiale che ha sommerso, a sua volta, il paese. Osiglia è in numerosa compagnia, molti borghi italiani sono scomparsi per la costruzione di infrastrutture.

  • Acqua che manca

Anche Brugosecco è in Liguria, ma di acqua lì proprio non ce n’era. Negli anni Sessanta bisognava andare a prenderla ai pozzi vicini, quaranta minuti a piedi. Oppure si usava quella piovana, quando era possibile. Per questo gli abitanti se ne sono andati.

La mancanza d’acqua è un problema che riguarda tutto il mondo: in India la bellissima città di Fatehpur Sikri, che è anche patrimonio dell’Unesco, è stata abbandonata per la scarsità di risorse idriche a metà del 1500, quindici anni dopo la sua costruzione. Il problema dell’acqua ha origini lontane nel tempo

  • Acqua che esonda

California è invece un paese in provincia di Belluno, sulle rive del torrente Mis e del Gosalda. Nel 1966, dopo giorni di piogge senza sosta, i torrenti esondarono travolgendo ogni cosa.

Potremmo andare avanti a lungo con l’elenco – sono circa 2000 i paesi con meno di 1000 abitanti e a rischio di desertificazione – ma le storie si assomigliano ed è più importante capire perché un paese viene abbandonato.

Terremoti, smottamenti che danneggiano le abitazioni in modo irrecuperabile sono le cause, e in moltissimi casi, l’acqua.

Molti paesi sono in fase di abbandono anche oggi in Italia, Secinaro in Abruzzo, Roio del Sangro, in provincia di Chieti, Marcetelli, in provincia di Rieti, Castelmagno in Piemonte, Drenchia in Friuli con tassi di spopolamento superiori al sessanta per cento. Tutti hanno perso più della metà delle persone, in meno di mezzo secolo. Piccoli comuni che si pongono l’obiettivo sia di rafforzare le infrastrutture, sia i servizi, cioè le scuole, gli ospedali e la mobilità.

Molti sindaci vogliono che resti sul territorio almeno una delle risorse fondamentali, che arrivano proprio dall’entroterra, e cioè l’acqua che poi serve gli acquedotti delle città.

Tra territorio è acqua c’è un legame molto stretto e quando viene meno, cadono i presupposti del vivere e dell’abitare i luoghi.

Si tratta di un circolo virtuoso che, se viene compromesso, diventa vizioso e pericoloso.

Quando un territorio abitato viene abbandonato, gli accorgimenti che vengono attuati per contenere gli smottamenti non vengono più mantenuti e aggiornati. Si genera un’acutizzazione del dissesto idrogeologico che non viene più controllato e allarga il suo campo d’azione.

Il sistema ligure, per esempio, quello nella zona meridionale della regione, a ridosso delle Alpi, è fatto di micro-borghi quasi tutti abbandonati. L’incuria e lo spopolamento hanno determinato un disequilibrio tra territorio e paesaggio urbano.

La scala territoriale rende concreto il tema dell’acqua, perché l’acqua è visibile. Ma rischi e disagi accadono anche a scala urbana, cioè anche le città “soffrono” d’acqua.

Perché ci dobbiamo preoccupare, se questi eventi sono sempre accaduti? In passato a cicli è piovuto di più o di meno e ci sono stati periodi di siccità. Succede e basta

Cosa c’entra l’acqua con il cambiamento climatico?

L’alternanza di stagioni piovose e stagioni secche fa parte dei cicli climatici.

Ma è subentrata una preoccupante incognita: il cambiamento climatico.

Cominciamo a dire che il cambiamento climatico esiste, non è un’invenzione dei giornalisti o di qualche scienziato che vuole fare terrorismo mediatico.

Intanto vediamo cosa significa: l’ISPRA che èl’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale spiega cheper “cambiamento climatico” si intende qualsiasi cambiamento di clima attribuito direttamente o indirettamente ad attività umane, che altera la composizione dell’atmosfera mondiale e si aggiunge alla variabilità naturale del clima osservata in periodi di tempo comparabili.

In altre parole, il clima ha una sua ciclicità nel tempo, compromessa ora dall’intervento dell’uomo che determina situazioni acute di riscaldamento, che non si sono mai verificate nei decenni e millenni precedenti (scienziati che si chiamano paleoclimatologi si occupano di confrontare il passato remoto con il passato prossimo e il presente). Il motivo è l’aumento della concentrazione di gas a effetto serra che derivano dall’attività umana inquinante. La conseguenza è il riscaldamento dell’atmosfera (0,8 °C dal 1880 a oggi) che ha innescato lo scioglimento dei ghiacciai e l’aumento del livello dei mari.

Cosa sta succedendo e cosa potrebbe accadere

La comunità scientifica ha indicato come data d’inizio del cambiamento climatico il 1958 perché in quell’anno Charles David Keeling, un geochimico della Pennsylvania, si rese conto che sulla cima del Mauna Loa, un vulcano delle isole Hawaii, a 4mila metri sul livello del mare, c’era una concentrazione di anidride carbonica.  Ormai sessant’anni fa, e in sessant’anni di cose ne sono successe parecchie: nel 1958 c’erano 315,3 parti di CO2 per milione di volume (ppm), cioè quanti grammi di una certa sostanza sono presenti su un milione di grammi totale. L’anno scorso, oltre 60 anni dopo il valore era di più di 400 parti per milione di volume

Come dicevamo se sui territori montani e rurali gli effetti dell’acqua sono immediatamente evidenti, le città non godono affatto di buona salute.

Quando si parla di dissesto idro-geologico, espressione comunemente usata per attribuire le responsabilità di frane, alluvioni e altri disastri a base acqua, si pensa a paesi arroccati su declivi scoscesi, popolazione anziana, semi abbandonati. O a ponti in mezzo al nulla travolti dall’acqua impetuosa dei torrenti. O ancora all’acqua nascosta, tombata si usa dire, che si ribella al confinamento forzato, distruggendo in qualche ora un quotidiano urbano fatto di negozi e residenze e strade e parchi e scuole.

Qualche esempio e qualche numero: in Liguria dal 1970 a oggi sono morte 88 persone. 44 a Genova nel 1970 per la piena dei torrenti Bisagno e Fereggiano e a ponente del Leira e Chiaravagna, 2000 quelli rimasti senza casa. Poi nel corso di questi cinquant’anni altri morti in Val di Vara, nelle Cinque Terre, ma anche a Savona, Imperia e di nuovo a Genova.

È vero il territorio ligure, come quello calabrese, quello delle realtà montane, è un caso particolare

Ma quanto è davvero lontano il cambiamento climatico per i centri urbani?

Focalizziamoci su questo aggettivo, “lontano”: di luogo, cioè distante? nel tempo, cioè nel futuro?

Il Fai, Fondo Ambiente Italia, ha detto che la metà dei beni italiani è a rischio.

Ma quando e dove?

L’Ispra ha compilato una mappa dei beni italiani a rischio frana e alluvione.

Facciamo degli esempi: a Roma i beni esposti a rischio idraulico in un tempo stimato da oggi ai prossimi 500 anni sono 2.140, molti sono nel centro storico, Piazza Navona, Piazza del Popolo e Pantheon.

A Firenze, l’elenco comprende 1276 beni tra cui la Basilica di Santa Croce, la Biblioteca Nazionale, il Battistero e la Cattedrale di Santa Maria del Fiore, il periodo è di 200 anni.

La stima è fatta a partire da oggi. Questo significa che potrebbe accadere anche molto prima di 200 o 500 anni.

In Europa i Paesi che si affacciano sul mare del Nord sono piuttosto preoccupati perché, se non si riduce l’effetto serra, il livello del mare aumenterà mangiando la loro terra.

Sono preoccupati al punto da pensare di costruire due super dighe che dividano il mare dall’oceano.

Dall’altra parte del mondo però, l’acqua manca. L’Unicef e l’OMS hanno detto, in un rapporto pubblicato lo scorso anno, che una persona su tre nel mondo non ha accesso all’acqua potabile e usa acqua contaminata per lavarsi, cucinare e bere. E questa situazione è adesso, non stiamo parlando di qualcosa che accadrà tra 50 o 100 anni.

L’acqua manca anche in Italia, a casa nostra, qualche volta.

Per esempio, tre anni fa non ha piovuto per un sacco di tempo. Undici regioni hanno chiesto lo stato di calamità a causa della siccità. Per rendere l’idea la quantità d’acqua in meno nel 2017 è stato quanto quella che c’è nel lago di Como, più o meno venti miliardi di metricubi che è un numero pazzesco.

A Roma nel febbraio del 2018 l’acqua era stata razionata e a Palermo era stato dichiarato lo stato d’emergenza.

E anche il “nord” non se l’era vista bene e le aziende agricole padane erano in seria difficoltà.

Come si può contrastare tutto questo?

Perché un architetto si occupa d’acqua? C’entra l’acqua con l’architettura?

Intanto cominciamo spiegando che fare l’architetto non è disegnare le case e i palazzi o comunque non è solo quello. È un lavoro legato a tante cose, al territorio e all’ambiente, e molto all’uomo.

Ad esempio, l’inquinamento che compromette l’aria che respiriamo deriva per il 40 per cento dalle case che abitiamo (riscaldamento, raffrescamento) e poi dalle auto, dalle industrie e da altri fattori.

Questo perché in passato costruivamo senza preoccuparci troppo dell’ambiente e un po’ anche perché usiamo male le nostre cose, poco responsabilmente.

Questa parola “responsabilità” dovrebbe guidare il lavoro dell’architetto.

Che si dovrebbe preoccupare di disegnare spazi urbani, case, uffici, situazioni in cui l’uomo stia bene senza danneggiare il pianeta.

Credo che nella dimensione responsabile e di visione per il futuro, l’acqua o la relazione con essa deve essere uno degli elementi fondativi del progetto di architettura o comunque la relazione con essa.

Certo non mi riferisco all’acqua che scende dal rubinetto quando lo desideriamo, né alle piscine delle ville. Penso all’acqua nei territori, a come costruire bene vicino all’acqua, a come sfruttarla perché i luoghi diventino attraenti, senza violentarla, costringerla o deviarla troppo.

Penso all’acqua locale, all’acqua urbana, all’acqua in Europa e nel mondo.

Penso che per costruire con la complicità dell’acqua bisogna conoscere il suo tempo che veloce o lento governa sempre il progetto di architettura.

Chi ha più confidenza con l’acqua, gli olandesi per esempio, sa come trattarla. Ha imparato ad assecondarla, a non costringerla, a creare, attraverso l’architettura, nuovi ecosistemi.

Penso che i territori abbandonati vadano presidiati e ripopolati, sia per arricchire la nostra geografia, sia per recuperare la storia e per definire un’architettura idraulica che li protegga.

Per questo si deve impegnare la politica, per stanziare finanziamenti che consentano di lavorare bene.

Le decisioni a breve periodo che gli architetti prenderanno nei confronti del territorio e delle città potranno realmente accelerare i tempi di evoluzione del pianeta e invertire il processo in corso.

Per questo ho deciso di fare dell’acqua la linea guida della mia ricerca e laddove è possibile dei miei progetti, studiando, sperimentando e confrontandomi con tutta la comunità degli architetti.

Ho cominciato nel 2018 con un progetto permanente, che ho chiamato Mediterranei invisibili, un viaggio nelle città e nei borghi del Mediterraneo, dalla linea di costa all’entroterra, in cui al primo posto c’è il valore dell’incontro con le amministrazioni pubbliche, i sindaci, i cittadini, gli architetti di luoghi meravigliosi, per ridare centralità a una parte importante del territorio italiano.

Ma l’acqua stimola altre riflessioni e l’urgenza di intervenire.

Per questo ho affiancato a Mediterranei invisibili, Tempodacqua, una parola nuova nata apposta per spiegare che acqua e tempo viaggiano insieme: scorrere del tempo e fluire dell’acqua.

A Pisa abbiamo parlato e mostrato progetti che hanno un forte rapporto con l’acqua per dieci giorni consecutivi, alla terza edizione della Biennale di Architettura che ho curato proponendo come tema Tempodacqua. Anche Pisa mostrava in quel momento la sua potenziale fragilità, sacchi e sacchi di sabbia erano stati messi a rinforzare gli argini perché si temeva che esondasse l’Arno. Agli Arsenali, dove un tempo, a metà del 1300 circa, si riparavano le barche che arrivavano navigando su un canale dell’Arno, si sono spinti tanti architetti, ma anche scienziati, ingegneri, biologi, artisti, fotografi, studenti e gente comune.

Per capire l’acqua e per agire.

Il progetto Tempodacqua è ripartito nuovamente per la Biennale di Architettura di Venezia, al Padigione Italia, la più importante nel mondo.

Perché abbiamo fatto Tempodacqua?

Tempodacqua vuol fare funzionare meglio l’architettura in Italia e anche altrove se ci riesce. L’architettura funziona bene se gli architetti hanno a loro disposizioni informazioni serie e verificate, buone fonti, sulle condizioni di contesto, sui territori e sull’ambiente. Noi cerchiamo di parlare d’acqua e di progetto con lo scopo di far prendere coscienza del tema e riportarlo al centro delle azioni con il territorio, con la città, con l’uomo.

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