DOPO L’USCITA IN DIGITALE DEL NUOVO ALBUM “AND THEN.” (ENTRO GIUGNO DISPONIBILE ANCHE IN VINILE E IN CONCERTO A PARIGI IN LUGLIO) IL MUSICISTA SARÀ SUL PALCO AL TEATRO CARIGNANO DI TORINO LUNEDÌ 13 MAGGIO CON ALESSANDRO BARICCO, CESARE PICCO E ROBERTO TARASCO PER LA PRIMA NAZIONALE DI “ABEL CONCERTO”.
La prima assoluta dello spettacolo “Abel concerto” di Alessandro Baricco – che sarà in tour nazionale dall’autunno 2024 – chiude il Salone Off lunedì 13 maggio al teatro Carignano di Torino. Lo scrittore sale sul palco per leggere e ‘suonare’ 7 capitoli del suo ultimo libro (Abel, Feltrinelli Editore) insieme a Cesare Picco, Roberto Tarasco e Nicola Tescari. Da anni collaboratore dello scrittore torinese, e anche autore della sezione “Musica” nell’antologia scolastica “La seconda luna” ideata da Baricco alla Scuola Holden (Zanichelli, 2024), Tescari interpreterà musicalmente tre dei capitoli scelti.
Alessandro Baricco è anche spoken voice – insieme a Yànis Vàroufakis – di “And Then.”, il nuovo ‘utopico’ album firmato da Nicola con l’alias Manofresca, uscito in digitale il 26 aprile (https://idol-io.ffm.to/andthen), tra gli interpreti – insieme all’autore – Annie Burnell, Piers Faccini, Nate McBride, Nadeah e Victor Solf.il disco sarà lanciato anche in vinile entro giugno 2024, con due tracce aggiuntive interpretate da Ala.ni, e presentato in concerto a Parigi in luglio.
Direttore d’orchestra, pianista e compositore italiano – Nicola Teascari ha conquistato un’importante visibilità internazionale con la nomination ai Grammys 2012 ottenuta per l’arrangiamento di Moon Over Bourbon Streetdi Sting, e le collaborazioni con Madonna, Rufus Wainwright, Katia e Marielle Labèque, Viktoria Mullova e Giovanni Sollima. Vive da anni a Parigi ed è conosciuto soprattutto per le molte colonne sonore di successo firmate per il cinema (da Francesca Comencini a Carlos Saura e Valeria Golino) e per il teatro.
“AND THEN.”
disponibile al link
(https://idol-io.ffm.to/andthen)
Se Nicola Tescari ha scelto spesso l’ombra, lavorando soprattutto dietro le quinte per progetti condivisi, con “And Then.” Manofresca porta alla luce più di un semplice progetto: un manifesto da consegnare a chi ascolta.
L’album – prodotto da Back Office Records e pubblicato da Back Office Publishing (Paris, France) – si muove tra modern classical e jazz passando per il minimalismo e la musica concreta, e mette in discussione, nei contenuti, la condizione sociale e la situazione politica del mondo in cui viviamo.
Attraverso le voci di Ala.ni, Annie Burnell, Piers Faccini, Nate McBride, Nadeah, Victor Solf e quella dello stesso autore, testi e ritmi raccontano in forma lirica e giocosa i limiti, i fallimenti e le speranze della società contemporanea. Guest d’accezione come spoken voices, Yanis Varoufakis, che ha acconsentito con entusiasmo all’uso campionato della sua voce, e lo scrittore Alessandro Baricco. “And Then.” è un viaggio orchestrale e filmico in cui si intrecciano suoni analogici e organici, proponendo un itinerario personale che rivisita i codici della musica contemporanea rendendola allo stesso tempo accessibile.
<<“And Then.” rappresenta un enigma avvincente. – Ha dichiarato Sting – Come riflettere il caos, il rumore e le sciocchezze del mondo moderno, ma anche la sua squisita grazia, bellezza e mistero in una narrazione musicale coerente? Per fare ciò deve contenere tutta la musica, tutte le lingue, tutte le culture, tutta l’armonia e la complessità ritmica. Deve abbracciare sia l’incertezza del postmodernismo sia la sua antitesi, l’ottimismo. “And Then.” è un lavoro di questo tipo, che riesce coraggiosamente a essere ottimista attraverso la sorpresa, abbaglianti cambi di metro, scelte armoniche che fanno alzare le sopracciglia, orchestrazioni che spaziano tra i generi e risuonano con le influenze di Schönberg, Ravel e Gershwin fino all’immediatezza e alla semplicità della musica pop.”>>
« AND THEN. »
Note dell’autore
Le ragioni che spingono un musicista a creare un disco sono le più svariate, e altrettante sono quelle che lo spingono a non farlo. Quelle che hanno spinto me a non farlo finora, e a farlo finalmente, sono essenzialmente tre.
La prima é che ho sempre pensato che tutto il bello della musica fosse già stato scritto. E per questo ho deciso di parlare con la musica attraverso il bello degli altri: musicando un film, una serie, uno spettacolo di teatro, dei brani per solisti o per orchestre, producendo dischi di cantanti, accompagnando solisti, orchestrando; cucendo dei rapporti tra mondi musicali diversi, ma sempre da dietro, al riparo dal pubblico e dai suoi giudizi.
La seconda é che non appartengo a nessuna élite musicale, a nessuna corrente, a nessuna scuola. Tante mi hanno esaltato, istruito, stuzzicato, mi hanno insegnato ad esprimermi in nuove lingue, a trovare soluzioni, risposte a dubbi esistenziali, ma alla lunga mi hanno soffocato: la musica classica, quella contemporanea, elettronica, quella concreta, etnica, quella microtonale, l’improvvisazione radicale, il pop, il rock, il jazz, il blues, la soul, il funk. Per evitare di parlare solo una lingua, e inciampare nell’etichetta, ho sempre evitato di cantare il mo universo musicale, preferendo domarlo per un progetto. Ma la ragione principale é che nutro da sempre il culto del dubbio, che si scontra frontalmente con il voler declamare verità musicali. La morte dell’ideale mi ha colto nel mezzo del cammino e lasciato con un’unica certezza: per dire delle cose bisogna esserne profondamente sicuri, se no meglio restare in silenzio. Poi, ad essere sinceri, il dubbio é comodo quando si ha paura di esporsi.
Due anni fa, in pieno Covid, davanti alle tragedie nelle tragedie, davanti al disastro climatico, con imigranti “dimenticati” nel mediterraneo, da questa parte dei nuovi muri, mi è venuto da vomitare musica, come per cancellare in contro-fase il molesto rumore vocale di Trump, di Johnson, di Farage, di Salvini. Ho scritto “We Are Done in Three Movements”, un mini concerto per pianofortee altri strumenti, splendidamente interpretato in immagini da Matteo Manzini. In quell’esperimento incompleto, ho avuto la necessità di cercare un eroe da contrapporre a quel gruppo di squinternati. L’ho trovato in Yánis Varoufákis, uno degli ultimi baluardi di una politica che mi sento ancora di sostenere. Ho quindi campionato alcune sue parole chiave, le ho divise in sillabe e usate come scudo, come strumento per ridicolizzare il blaterare insensato delle losche figure che ci rappresentavano in quel momento. Tornavano, come un ritornello, due sillabe: “And Then.”.
In quel momento sospeso, la richiesta insistente del mio amico ed editore Gregoire Corman mi é sembrata, dopo anni, più ragionevole: scrivi il tuo disco. Le mie ragioni sono sfumate, una per una, e armato di poche certezze ho deciso di impormi dei limiti creativi: quello dell’orchestra (un pianoforte, un Rhodes, un Wurlitzer, un Hammond, un quartetto d’archi, un clarinetto, un clarinetto basso, due Flicorni, una Batteria, l’elettronica) e quello dei temi di cui avevo finalmente voglia di parlare: la politica, il cambiamento climatico, i migranti, la fatica e lo splendore di amare. E, nonostante tutto, l’ottimismo con cui guardare al futuro. Il futuro, quello che accadrà dopo questa epoca incerta e precaria: “And Then.” E’ il futuro di Anaïs, la mia bambina di quattro anni a cui devo di cantare le gesta di questa umanità stremata. E di fianco al mio deus ex machina, Yánis Varoufákis, che aveva nel frattempo acconsentito con entusiasmo all’utilizzo della sua voce, avevo bisogno anche di voci che si intrecciassero con gli strumenti, con i suoni, di voci che raccontassero storie, che documentassero le emozioni umane. Ala.ni, Alessandro Baricco, Annie Burnell, Piers Faccini, Nate McBride, Nadeah, Victor Solf: le sette voci che si sono imbarcate con me in quest’anomala avventura, ognuna con il suo bagaglio, il suo universo, il suo passato e il suo, intimo, and then.
Così è nato “And Then.”, un disco che parla di:
1 Human Potential
L’illusione di sistemare tutto e la resilienza di affidarsi alla persona amata. Ecco il paradosso di “Human potential”. Immerso in una ritmica che utilizza un alfabeto morse sintetico e gli schiocchi delle dita, un ostinato di Pianoforte ossessivo concede lo spazio di cantare ai due flicorni e un quartetto d’archi; poi due voci all’unisono pongono delle domande paradossalmente semplici ed universali: É questo l’amore definitivo? É un lusso avere la fiducia di lasciarsi amare? Varoufakis, come un saggio distante, segna il contrappunto annunciando l’essenziale.
2 Just About to
Eterno incipit.
La fatica di cominciare, e ancor più di portare a compimento. Schiarirsi la voce a lungo, prima di suonare. Una batteria immaginifica dal palazzo accanto si avvicina nella stanza attigua e poi, dopo un respiro che fagocita l’atmosfera, precipita tra gli strumentisti, prima di svanire. Passato il primo slancio, il pezzo non inizia mai.
3 Home
Il delirio ossessivo del capitalismo. Ho Raccontato a Victor Solf del mio progetto, via zoom mentre stavo mixando un progetto a Roma, e lo vedevo prendere appunti forsennati sul suo quaderno fuori campo. Tempo dopo, ho ascoltato – rimaneggiato – il nostro dialogo trasformato in un testo programmatico, intimo e fragile, cantato dalla sua sublime voce, che si contrappone al parlato protettivo di Varoufakis. Il testo è immerso, tra gocce immaginarie, flauti che ronzano e nel volteggiare del pianoforte, che raggiunge lento e inesorabile tessiture estreme per poi tessere la tela un’altra volta, protetto da un mini moog che cuce nuovi disegni.
4 Something Changed
Una navigazione negli errori umani. La tragedia volontaria e annunciata del cambiamento climatico. La ricerca di un connubio impossibile tra un ensemble acustico e un click irrealizzabile con interventi elettronici dal tempo instabile, per definizione quadrati e ritmicamente prevedibili. L’ottimismo nell’ultima frase di Varoufakis, “but then something changed”, me lo devo, lo devo alla mia bambina di appena quattro anni.
5 Name-Calling in a Song
Un’accorata richiesta di ascoltarci tutti di più’, come un manifesto: “choosing to be”. Un mondo alieno in cui si incontrano un quartetto, un clarinetto basso, un pianoforte, un basso distorto e una batteria opaca. Il Clavinet (alla Stevie Wonder,), altro personaggio, arriva da chissà dove e si inserisce nel dialogo.
6 Three for Two
Un pianoforte volante, un clarinetto basso frullato che risuona per simpatia con le sue corde. Un mormorio introspettivo. Frammenti di piano si distaccano, prendono una voce propria per poi disperdersi.
Viaggiamo veloci sotto una pioggia battente e quando il tergicristallo si inceppa, sfuocando il panorama, restano sul parabrezza effimeri frattali, attraverso il cui prisma la realtà assume qualità inimmaginate. É come quando la mente, alterata da una febbre alta, ci conduce in un dedalo di immagini sfumate, e per un istante rinunciamo a quel dannato desiderio di mettere tutto a fuoco. Proprio sul finale il brano ci obbliga a mollare il volante, a lasciarci pervadere dall’istante presente, come un bambino che suona la batteria sulle pentole della cucina. Il prima e il dopo si confondono, il tempo si cristallizza, lasciando spazio soltanto allo sfogo gioioso di terzine e duine, “Three for two”.
7 Groovy Bluesy Clusterfuck
Il 7/4 è lo stesso di “Money”, il rapporto distorto con i soldi all’origine della debacle in cui passeggiamo. “Do you know my friend we’re done”. L’amarezza come nota di fondo del brano più politico dell’album, in cui il testo di Nadeah parla senza giri di parole.
8 Duemila
Novecento, la leggenda del pianista sull’oceano, quella nostra migrazione verso un Nuovo Mondo, la voce di Baricco insieme a due batterie ci rimanda alle tragedie migratorie di oggi, come se per un istante riuscissimo a vederla dal gommone. Su un malinteso le vite si confondono, e non sappiamo se siamo stipati nella stiva di una nave, al timone, o se guardiamo il film da una confortevole riva.
9 Down Under Lock (Down)
Un tributo da ammiratore all’armonia del primo ‘900 francese, e di quella sua attitudine irresistibilmente blasé e annoiata. E’ il lockdown che avresti voluto vivere. Chiusi in casa l’aria é finita, come quella dei condizionatori che gemono nel pezzo. La pioggia é lontana. Una guerra tra strumenti e percussioni umane (battiti di mani e schiocchi di dite) in cui disturba, da paciere, una sonorità elettrica.
10 A few Houses for Anaïs
Anaïs ha due anni e con cura sceglie pezzi di lego, io registro quel suono familiare, come una madeleine. Anaïs si muove come un gatto e si racconta per sé una storia, che dura un battito di ciglia, concentrata come se non esistesse nient’altro al mondo. Poi di scatto si volta, e tutto quel mondo, fatto di canne da pesca, di tuffi, macchine da scrivere, radio, svanisce per dar spazio a un’altra storia, un altro mondo totalizzante.
11 Nothing of Ours
Un libro sfogliato. Un testo di Piers Faccini tres engagé. Un tango e un valzer, sospeso on the brink. L’amarezza annacquata da un ottimismo obbligatorio. Il clarinetto basso danza leggero, come una donna che a fatica si divincola dall’abisso, con la forza dello slancio verso un futuro sperato.
12 Utopia (une Étude pour Piano)
Un inizio terribilmente fastidioso, la parola “utopia” ripetuta allo stremo, nuda davanti ai suoi limiti, un Do minore per sempre pronto al decollo. Poi il pianoforte tentacolare si sposta, in uno studio armonico, da una tonalità all’altra del sistema ben temperato, sfiorandole tutte. Lo raggiungono un Rhodes Bass e due sinusoidi, che raddoppiano il canto in un hoquet moderno e lo rendono singhiozzato per sbocciare in un finale con un terzetto d’archi.
13 When You Were a Pine
Non poteva essere che Nate Mc Bride, il mio fratello yankee, a portare la nota grunge, col suo basso materico e la sua voce Seattleite, a questo pezzo, che stona con gli altri, e proprio per questo é indispensabile. Rullante e cassa sono invertiti, come un amore instabile, che non si accomoda.
14 Boots on the Snow
Passeggiata sulla neve, gli scarponi che sprofondano a ogni passo. Il suono ovattato, il bianco del cielo si miscela col bianco del suolo. Tutto tace, salvo una tromba in primo piano, una secondo flicorno lontano e una formula 1 di altri tempi, intonata, che passa sullo sfondo.
15 Graceful Circus Act
Come una canzone d’amore.
La voce di Ala.ni, graziosa funambola, senza rete, rincorre il flicorno, si rimbalzano domande a cui non sanno rispondere. L’amore non é nei dettagli, é nel fiato sospeso di un numero da circo.
16 And Other Things that I don’t Cry About
Omaggio estemporaneo a Samuel Barber. Il testo di Annie Burnell accompagna una calda orchestrazione analogica, organica. Un pianoforte semi-preparato, un violoncello, dei toms e dei piatti opachi, un clarinetto, due flauti dolci e un moog solitario volteggiano in un’atmosfera rassicurante e sospesa.
17 Then
“This means that something will change”. La sacralità dei due organi da chiesa, la voce di un “nemico” che si svolge e riavvolge, tesa a esorcizzare la sua propria sentenza. L’arpeggio ossessivo, il suo contrario. E poi la semplicità di un tema diretto, prima di concludere il disco, definitivamente, con una cadenza plagale.
Nicola Tescari


