Il ricordo di Gian Maria Erbesato, poeta e conservatore che ha plasmato la cultura mantovana, unendo bellezza, arte e memoria

Gian Maria Erbesato: Un legado culturale a Mantova

Il ricordo dello sotrico e critico d’arte, prof. Gianfranco Ferlisi

MANTOVA – Il mondo dell’arte e della cultura mantovana si è fatto, in questi giorni, più silenzioso. È venuto meno, il 6 novembre 2025, Gian Maria Erbesato, settantotto anni: poeta prima che conservatore, spirito inquieto e sapiente, voce di una generazione che credette nell’arte come destino e nella bellezza come compito.

Ma più che tracciarne un necrologio, vorrei evocare una stagione che tanto contribuì a formarmi, perché da quegli uomini si poteva ricevere una lezione altissima: la disciplina dello sguardo, la curiosità, la fedeltà alla cultura come gesto morale. Dai lidi di Roma, dove oggi sono approdato, posso meglio rammentare gli anni Settanta e poi gli Ottanta: anni di fervore e d’invenzione, quando a Mantova un manipolo di giovani favolosi, raccolti attorno prima alla rivista Il Portico e poi a esperienze sempre più innovative, sollevava la coltre di nebbia che avvolgeva la città.

Erbesato s’abbeverò alla stessa sorgente Castalia in cui avevano bevuto Gino Baratta, Francesco Bartoli, Ferdinando Trebbi, Enzo Zelati, Renzo Margonari, Umberto Artioli, Mario Artioli, Benvenuto Guerra, Giannino Giovannoni, Frediano Sessi e molti altri. Muoveva i suoi primi passi tra poesia, pittura e letteratura. In quella sua matura giovinezza, a partire dai primi anni Settanta, cominciò a scorrere il tempo felice dell’intelligenza condivisa, e Gian Maria — con il suo passo assorto e la parola esatta — ne raccolse e ne custodì il rigore e la grazia.

Conservatore di Palazzo Te dal 1973 fino alla metà degli anni Novanta, poi del Museo di San Sebastiano, Erbesato fece di ogni mostra un atto d’amore e di ogni catalogo una forma di poesia. Sotto la sua direzione funzionariale, prese corpo la memorabile esposizione Giulio Romano del 1989, apice di una lunga stagione di restauri e di rinascita culturale: un evento di respiro internazionale che riportò Mantova al centro della mappa dell’arte.
Con lui, e con la Fondazione di Palazzo Te, nacquero i Quaderni di Palazzo Te, rivista diretta da Licisco Magagnato, che accolse contributi di studiosi di fama mondiale come Ernst H. Gombrich (nel n. 1, 1984), Manfredo Tafuri, Sergio Marinelli, Daniel Arasse e molti altri.

Non meno intensa fu la sua attenzione per l’arte contemporanea. Seguì, sostenne e amò le ricerche di Sergio Sermidi, Lanfranco (Frigeri), Renzo Schirolli, Augusto Morari, Carlo Bondioli Bettinelli, Teresa Noto, Carlo Bonfà, Italo Lanfredini, Aurelio Nordera, Albano Seguri, Francesco Ruberti, Roberto Pedrazzoli e di personalità di grande spicco come Enzo Nenci, o il poliedrico Renzo Margonari, Lamberto Pignotti, Carlo Mattioli, Alessandro Dal Prato…
Questi e tanti altri artisti mantovani videro in lui un interlocutore vero, capace di coniugare competenza critica e autentica poesia. In ciascuno riconosceva una voce, un frammento di quella stessa inquietudine creativa che lo animava, contribuendo a valorizzare la Scuola Mantovana del Novecento.

Accademico virgiliano, poi vicepresidente del FAI di Lombardia, fu — anche dopo la pensione — guida discreta e appassionata al fianco di monsignor Roberto Brunelli nel Museo Diocesano, dove continuò a esercitare la sua arte più alta: la custodia della memoria.

Di Gian Maria resta oggi il passo lieve, la voce ferma, il sorriso che sapeva ancora stupirsi davanti a un affresco, a un quadro, a una parola detta bene.
Resta la sua Mantova, città amata e vegliata come una tela antica.
Con lui si chiude una stagione importante della nostra cultura, ma non si spegne la sua eco: rimane nei suoi scritti, nei volti che ha accompagnato, nei luoghi che ha amato.
E mi piace pensare che ora, assorto come sempre, egli osservi dal Gan Eden — un po’ perplesso, un po’ divertito — le pieghe della bellezza terrena, continuando a interrogarsi e a sorridere.

E resta, soprattutto, il suo esempio: la misura e la malinconia di chi ha saputo fare della cultura una forma di fedeltà, e della memoria una forma d’amore.

Con lui si chiude una stagione irripetibile della cultura mantovana, ma la sua eco continua a vibrare — riverberando nelle sale di Palazzo Te, tra le carte d’archivio e nei gesti di chi ancora crede, tenacemente, che l’arte possa redimere.

Come celebrarne la memoria e l’impatto?

Non con la sterile nostalgia, ma coltivando il suo stesso stupore, la sua attenzione ostinata per le cose che restano.
Ricordarlo significa imparare, ancora una volta, ad assumere il suo sguardo critico e appassionato sul mondo: uno sguardo capace di coniugare erudizione e poesia, rigore e meraviglia.

Per onorare davvero la sua figura, si potrebbe dare forma a un Convegno di Studi dedicato a lui e a quella intensa stagione culturale che contribuì a plasmare: dalle riviste Il Portico e Il Verri al ruolo di Palazzo Te negli anni Ottanta e Novanta, fino alla valorizzazione dell’arte mantovana contemporanea.

A ciò potrebbe affiancarsi una Raccolta di Scritti — un volume di studi e testimonianze, Scritti in suo onore, che riunisca i contributi di amici, colleghi, artisti e intellettuali che condivisero o proseguirono il suo impegno, perché il suo metodo e la sua visione continuino a nutrire il dibattito critico.

Così, nel dialogo e nella memoria, Gian Maria Erbesato potrà continuare a vivere: tra le opere, le parole e i luoghi che seppe trasformare in un paesaggio dell’anima

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.