di Paolo Biondo
Ricordiamo Gino Paoli, icona della musica italiana, scomparso a 90 anni.
La sua eredità musicale vive attraverso i suoi celebri brani.
Il 24 marzo si è spento Gino Paoli, uno dei più grandi protagonisti della canzone italiana. Aveva 90 anni e con lui se ne va una figura centrale della cosiddetta “scuola genovese”, accanto a Fabrizio De André, Luigi Tenco e Bruno Lauzi. Nato a Monfalcone nel 1934 e cresciuto a Genova, Paoli ha attraversato oltre sessant’anni di musica lasciando un segno profondo, grazie a una scrittura essenziale e a una voce capace di raccontare l’intimità come pochi altri. Brani come Il cielo in una stanza, Sapore di sale, La gatta e Senza fine sono diventati classici intramontabili, tradotti e reinterpretati in tutto il mondo.
La sua carriera è stata intensa e mai banale: momenti di grande successo si sono alternati a fasi più complesse, ma Paoli ha sempre mantenuto una forte coerenza artistica. Negli anni ha collaborato con grandi musicisti e arrangiatori, tra cui Beppe Vessicchio, continuando a cercare nuove forme espressive anche in età avanzata. La sua eredità musicale resta oggi un punto di riferimento imprescindibile per intere generazioni di artisti.
Tra le testimonianze raccolte in queste ore, emerge anche quella del mantovano Alberto Grizzi, che è stato produttore discografico e musicista e che molti anni fa lo incontrò in una circostanza del tutto insolita. All’epoca lavorava nel settore del software retail e fu proprio questo a portarlo a casa di Paoli, a Nervi, incuriosito da una tecnologia innovativa chiamata Dragon System, capace di trasformare la voce in testo scritto.
Avete lavorato molto sul software? Com’è andata la sessione tecnica?
Sì, abbiamo passato del tempo ad “addestrare” il software alla sua voce. Lui era davvero entusiasta delle potenzialità dello strumento. Tra una prova e l’altra, avendo io una grande passione per la musica, il discorso è scivolato inevitabilmente sulla sua carriera e sul suo modo di lavorare.
Ti ha svelato qualche segreto o curiosità sulla sua produzione musicale?
Mi raccontò diversi aneddoti interessanti. Mi disse che spesso si ritirava in una casa in Toscana dove aveva un pianoforte per comporre i suoi pezzi. Per quanto riguarda gli arrangiamenti, si affidava spesso a Beppe Vessicchio. Mi spiegò anche che la maggior parte delle sue registrazioni avvenivano allo studio Splash di Napoli, dove collaborava con un fonico inglese di nome Martin, che stimava moltissimo per il mixaggio.
C’erano altri musicisti con lui in quel periodo?
Mi parlò di un giovane sassofonista che suonava nella sua band in quel periodo. Era convinto che quel ragazzo avesse un grande avvenire davanti a sé. Purtroppo non ricordo il nome, ma chissà, magari oggi è diventato un musicista di fama mondiale. Ricordo vagamente anche una possibile telefonata o una breve comparsa di Ornella Vanoni, ma sono passati così tanti anni che i dettagli su questo punto sono un po’ sfocati.
Che bilancio faceva della sua lunga carriera?
Nonostante avesse già inciso circa 30 dischi, si considerava quasi “poco prolifico”. Confrontandosi con altri autori della sua generazione, sentiva di aver prodotto meno rispetto ai suoi trent’anni di professione. Eppure, quello che mi è rimasto impresso di lui è l’immagine di una persona estremamente tranquilla e alla mano, nonostante la sua grandezza.


