“20 miliardi in 20 minuti”:
chi è davvero Paolo Zampolli, l’uomo dei grandi accordi USA
Paolo Zampolli, Inviato Speciale della Casa Bianca per le Partnership Globali nominato da Donald Trump, e il post Instagram “20 miliardi in 20 minuti”. Dietro quello slogan c’è l’arte comunicativa di un grande uomo d’affari, ci sono mesi di trattativa, un valore iniziale di 8,5 miliardi di dollari destinato a generare un impatto economico molto più ampio rispetto alle cifre dello slogan, e un grande business costruito e finalizzato da un connazionale che l’Italia dovrebbe osservare con meno sospetto, con più orgoglio e forse anche con un po’ di sana invidia.
Sicuramente la frase “20 miliardi in 20 minuti” incuriosisce, divide, fa sorridere. E, per qualcuno, diventa anche il pretesto per insinuare dubbi, soprattutto sui social, dove spesso la velocità del giudizio arriva prima della comprensione dei fatti. Ma la prima domanda dovrebbe essere un’altra: che cosa c’è davvero di strano?
Se a scriverla fosse stato un politico, probabilmente avrebbe pubblicato uno di quei lunghi, prevedibili e noiosi messaggi istituzionali sul rafforzamento della cooperazione industriale, sul sostegno all’occupazione, sugli accordi di partnership strategica e sulle relazioni bilaterali.
Paolo Zampolli no.
Zampolli non parla da politico, perché non è un politico. È un uomo d’affari, un businessman che sa costruire operazioni commerciali, valorizzarle e raccontarle con efficacia. Ha uno stile diretto, riconoscibile, perfettamente coerente con il linguaggio competitivo del business americano. Sa trasformare un risultato economico in un messaggio di forza, rafforzando il proprio posizionamento e il proprio prestigio internazionale. In America, dove il linguaggio degli affari è diretto, muscolare e competitivo, un post del genere viene capito per quello che è: lo slogan di un’operazione commerciale. Non va letto soltanto attraverso importi e tempi, ma soprattutto attraverso il valore che quell’operazione è destinata a generare.
È facile comprendere che l’operazione Boeing-Uzbekistan non nasce in venti minuti. Comincia mesi prima, attraverso relazioni, viaggi, incontri, dossier tecnici, contatti istituzionali, persuasione, costruzione di fiducia. I venti minuti sono l’ultimo atto, il momento della firma, il passaggio in cui una trattativa diventa accordo. E in quel passaggio Zampolli c’era, dentro una cornice ufficiale, riconosciuta, documentata dalle cancellerie istituzionali interessate e raccontata anche dalla stampa americana, uzbeka e finanziaria internazionale.
Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha rivendicato con orgoglio, in un comunicato ufficiale, il valore dell’accordo da circa 8,5 miliardi di dollari tra Boeing e Uzbekistan Airways per l’acquisto fino a 22 Boeing 787 Dreamliner: un’operazione con 7,3 miliardi di contenuto export americano e quasi 35.000 posti di lavoro statunitensi sostenuti. Boeing ha definito l’ordine il più grande nella storia della compagnia uzbeka: inizialmente 14 Boeing 787-9, con opzione per altri otto, poi trasformati in ordine fermo fino al totale di 22 velivoli, ringraziando Paolo Zampolli per il lavoro svolto.
Tornando al post provocatorio di Paolo Zampolli, diventato virale anche perché ripostato dal Presidente degli Stati Uniti, è evidente che non nasce nel vuoto. Zampolli conosce benissimo il valore della commessa che ha contribuito a finalizzare. Conosce l’importo ufficiale, ma sa altrettanto bene che il valore reale di un’operazione aeronautica di questa portata può superare di gran lunga la cifra iniziale indicata nel contratto. I numeri economici, soprattutto in operazioni industriali di questa dimensione, vanno letti bene e analizzati nei loro impatti settoriali. Gli 8,5 miliardi rappresentano la cifra della commessa industriale ufficiale; non necessariamente l’intero valore economico dell’ecosistema che quella commessa mette in movimento.
Zampolli sa che il valore economico di quella commessa non si esaurisce nel solo importo dell’accordo. Il valore di una flotta non finisce con il prezzo degli aerei: attorno a 22 Dreamliner ci sono manutenzione, assistenza tecnica, addestramento degli equipaggi, ricambi, aggiornamenti, servizi, rotte, logistica, fornitori, infrastrutture, contratti pluriennali e relazioni industriali destinate a durare nel tempo.
C’è poi un altro dato importantissimo: i quasi 35.000 posti di lavoro che Boeing ha annunciato come sostenuti dall’operazione. Questo significa vantaggi per l’intera filiera americana. Significa salari, consumi, tasse, prodotto interno lordo, benessere, redditività, capacità produttiva. Quanto valgono davvero 35.000 posti di lavoro sostenuti da un’operazione di questa portata? Non è una nota a margine. È una parte centrale del valore.
E che cosa vale, per Boeing, per gli azionisti, per le banche e per Wall Street, una notizia di questo tipo? Che guadagni ha generato in soli otto mesi? E che cosa potrà generare ancora?
La Borsa ha letto l’accordo come un segnale positivo. Dopo l’annuncio, il titolo Boeing è salito. Investopedia ha registrato un rialzo del 3% nella mattinata successiva, collegando la reazione del mercato all’ordine di Uzbekistan Airways e al possibile ritorno di grandi commesse internazionali per il gruppo. Boeing quota 220,61 dollari, con una capitalizzazione di mercato di circa 173,9 miliardi di dollari. Prendendo come riferimento i 212,09 dollari indicati prima dell’accordo e i 220,61 dollari successivi, la crescita è di 8,52 dollari per azione. Applicata a circa 768 milioni di azioni ordinarie, significa circa 6,54 miliardi di dollari di maggiore capitalizzazione teorica.
Naturalmente la Borsa non si muove mai per una sola ragione. Il prezzo di un titolo incorpora aspettative, scenario industriale, tassi, ordini futuri, fiducia degli investitori e contesto generale. Ma sarebbe altrettanto sbagliato far finta che un accordo da 8,5 miliardi, con 22 aerei, quasi 35.000 posti di lavoro e un rafforzamento del portafoglio ordini, non abbia contribuito a migliorare la percezione del mercato su Boeing.
Una società aerospaziale vive di backlog, cioè di ordini acquisiti da produrre e consegnare nel tempo. Ogni grande commessa non vale solo per il contratto firmato: vale perché dà visibilità alla produzione futura, rafforza la filiera, consolida la fiducia degli investitori e rimette l’azienda al centro dei grandi flussi industriali internazionali.
È qui che la frase di Zampolli va rimessa al suo posto. “20 miliardi in 20 minuti” non è un comunicato del Tesoro, non è un prospetto SEC, non è una valutazione contabile. È il modo in cui un businessman racconta una chiusura di un importante affare. E Zampolli è questo: un uomo di business, uno che ha costruito la sua carriera sulle relazioni, sulla vendita, sull’accesso ai tavoli giusti, sulla capacità di trasformare contatti in operazioni.
Donald Trump, che ragiona da imprenditore prima ancora che da politico, non ha scelto un burocrate. Ha dato spazio a un uomo che sa parlare con le aziende, con i governi, con gli investitori e con chi deve decidere. Una figura capace di muoversi dove la diplomazia economica non è fatta soltanto di cerimonie, ma di contratti, industrie, forniture, occupazione, influenza e ritorno strategico.
Non è un caso che, da quando ricopre questo ruolo per l’amministrazione americana, Zampolli sia entrato nel perimetro di più dossier internazionali, lavorando su relazioni economiche, partnership globali e operazioni dove la dimensione commerciale si intreccia con quella diplomatica. Sarebbe sbagliato attribuire a una sola persona il merito esclusivo di accordi complessi che coinvolgono governi, aziende, ministeri, diplomazie e apparati industriali. Ma sarebbe altrettanto miope non riconoscere il ruolo di chi contribuisce ad aprire porte, favorire contatti, costruire fiducia e portare le parti fino al punto in cui un’intesa può diventare firma.
Questa è la parte che in Italia spesso facciamo fatica ad accettare. Quando un nostro connazionale riesce a entrare nei grandi dossier internazionali, invece di chiederci che cosa abbia saputo fare, quanto valore abbia prodotto, quale rete abbia costruito e perché gli altri lo riconoscano, partiamo dal sospetto.
Sarà vero? Sarà esagerato? Quanto vale davvero? Perché era lì?
Invece i fatti sono davanti. L’accordo esiste. I numeri ufficiali esistono. I posti di lavoro esistono. La presenza istituzionale esiste. Il riflesso finanziario esiste. Il ruolo di Zampolli esiste.
Se un americano avesse contribuito a portare a casa per l’industria americana una commessa di questa dimensione, probabilmente verrebbe raccontato come un esempio di patriottismo economico. In Italia, invece, il rischio è sempre quello di ridimensionare il connazionale che funziona fuori dai confini. È un vecchio vizio nazionale: criticare chi ce la fa, mettere in dubbio prima ancora di capire, cercare la crepa anche quando il risultato è evidente.
Eppure la storia di Zampolli dovrebbe interessarci proprio per questo. Perché racconta un talento italiano che ha trovato in America il sistema adatto per muoversi. Un Paese che misura il business dai risultati, non dal galateo del racconto. Un sistema che, quando vede qualcuno capace di aprire porte e portare accordi, lo utilizza. Noi, troppo spesso, lasciamo che figure del genere lavorino altrove. Poi ci lamentiamo della crisi industriale, della mancanza di visione, della difficoltà delle nostre imprese a creare valore.
Il primo vero rammarico è non saper valorizzare e trattenere in Italia imprenditori come Zampolli. Il secondo è che i benefici economici di questo affare, creato e accompagnato anche dal lavoro di un italiano, finiscono soprattutto negli Stati Uniti. A beneficiarne sono Boeing, la filiera americana, i lavoratori americani, gli azionisti, le banche, il mercato finanziario, il sistema produttivo statunitense.
Zampolli è italiano, ma il valore che contribuisce a muovere viene assorbito da un altro Paese, da un’altra industria, da un’altra idea di capitalismo nazionale.
Ed è forse questo il punto più interessante. Non bisogna trasformare Zampolli in un simbolo fuori misura, né ignorare il carattere volutamente provocatorio della sua cifra pubblica. Ma bisogna riconoscere il lavoro svolto. Bisogna riconoscere la capacità di stare nei tavoli che contano. Bisogna riconoscere che, in un mondo in cui le relazioni economiche valgono quanto le relazioni diplomatiche, saper costruire un deal è una forma concreta di potere.
Gli Stati Uniti lo sanno. Per questo valorizzano chi porta risultati. Per questo trasformano ogni grande accordo in un messaggio industriale, politico e finanziario. Per questo un ordine Boeing non è soltanto una vendita di aerei, ma un pezzo della strategia americana nel mondo: export, lavoro, filiera, influenza, presenza economica.
L’Italia, invece, troppo spesso guarda i suoi talenti quando sono già altrove. Li discute, li ridimensiona, li osserva con diffidenza. Salvo poi accorgersi che quegli stessi talenti, in altri sistemi, diventano utili, riconosciuti, operativi, centrali.
Per questo la vicenda di Paolo Zampolli andrebbe letta con maggiore lucidità. Non solo come il racconto di uno slogan social, ma come la storia di un italiano che si muove dentro il capitalismo americano dei grandi accordi. Un uomo che può piacere o non piacere, ma che dimostra una cosa molto semplice: nei dossier internazionali contano le relazioni, contano i risultati, conta la capacità di trasformare un contatto in un’operazione.
E allora sì, la frase “20 miliardi in 20 minuti” può anche far discutere. Può sembrare eccessiva, provocatoria, perfino irritante per chi preferisce il linguaggio più freddo delle comunicazioni ufficiali. Ma prima di liquidarla bisognerebbe guardare che cosa c’è dietro: una commessa miliardaria, una filiera industriale attivata, decine di migliaia di posti di lavoro, un rafforzamento del portafoglio ordini Boeing, una compagnia aerea che modernizza la propria flotta, un’amministrazione americana che porta a casa un risultato industriale importante.
Il paradosso è che l’Italia non incassa i proventi economici di queste grandi operazioni: non la filiera, non i posti di lavoro, non il vantaggio industriale, non il dividendo strategico. Ma forse sarebbe ora di smetterla di giudicare e criticare chi riesce, quando quel “chi riesce” è un italiano capace di muoversi nei grandi dossier internazionali. E sarebbe anche ora di riconoscere che Donald Trump, piaccia o non piaccia, ha saputo vedere le capacità di un nostro connazionale e continua a valorizzarle dentro l’amministrazione americana.
Semmai dovremmo provare a sfruttare al meglio queste abilità commerciali di Zampolli, proponendo idee, progetti e operazioni capaci di coinvolgere anche la nostra industria. Chissà che, prima o poi, non sia la volta buona anche per l’Italia. Nel frattempo, consoliamoci almeno con un piccolo ritorno: Paolo Zampolli ci restituisce un po’ di orgoglio, anche se il successo di un italiano, troppe volte, lo celebrano prima gli altri di noi.

