Il nuovo libro di Luca Bonaffini esplora l’evoluzione necessaria della musica riprodotta da fine Ottocento all’avvento della AI
Con La rivoluzione del suono. Viaggio nella storia della Popular Music tra cultura, tecnologia e società, Luca Bonaffini propone una lettura originale della storia della musica popolare, raccontandola come parte di una più ampia trasformazione che coinvolge il rapporto tra esseri umani, tecnologia e società. Pubblicato dalla casa editrice Universitas Studiorum, il volume attraversa oltre un secolo di cambiamenti culturali e tecnologici, offrendo al lettore una riflessione che va oltre la semplice evoluzione dei generi musicali.
Dalle prime forme di ritmo condiviso nelle comunità antiche fino alle playlist generate dagli algoritmi e alla musica prodotta con l’intelligenza artificiale, il libro ripercorre le tappe fondamentali che hanno segnato il modo di creare, diffondere e ascoltare la musica. Jazz, rock, hip-hop, elettronica e pop vengono analizzati non soltanto come espressioni artistiche, ma come linguaggi che riflettono la nascita della cultura giovanile, l’espansione dei media e l’evoluzione dell’industria musicale.
Attraverso un approccio che intreccia storia, sociologia e riflessione critica, Bonaffini esplora il suono contemporaneo e le profonde trasformazioni che hanno accompagnato lo sviluppo delle società moderne, mettendo in evidenza il ruolo della musica come specchio dei cambiamenti culturali e tecnologici.
Luca Bonaffini, nato a Mantova nel 1962, è autore di canzoni, libri e testi teatrali. Attivo da oltre quarant’anni nel panorama culturale italiano, ha collaborato con numerosi artisti della musica d’autore e ha pubblicato opere di saggistica e narrativa dedicate alla società contemporanea. Nei suoi lavori intreccia musica, letteratura e riflessione civile, esplorando il rapporto tra creatività umana e tecnologia, tra memoria e trasformazioni antropologiche.
Lo abbiamo intervistato.
Nel suo libro lei interpreta la storia della popular music come una storia del rapporto tra uomo, tecnologia e società. Quanto questa prospettiva si avvicina alle riflessioni di pensatori come Marshall McLuhan, Walter Benjamin o Theodor Adorno, e in che modo la musica diventa una chiave privilegiata per leggere le trasformazioni della modernità?
Se McLuhan, Benjamin e Adorno fossero seduti oggi a un tavolo con Spotify aperto sul cellulare, probabilmente discuterebbero proprio di quello che racconto nel libro. La mia idea è che la musica sia una sorta di radiografia della società. Basta ascoltare cosa cantiamo, come lo ascoltiamo e attraverso quali tecnologie per capire chi siamo. Dal tamburo tribale all’intelligenza artificiale che compone canzoni, il vero protagonista non è il suono: siamo noi. Con le nostre paure, i nostri sogni, le nostre rivoluzioni e, ogni tanto, anche le nostre playlist imbarazzanti.
Dalle pratiche ritmiche collettive delle comunità antiche alle playlist generate dagli algoritmi, il concetto stesso di esperienza musicale sembra essersi radicalmente trasformato. Stiamo assistendo a una progressiva democratizzazione dell’accesso alla cultura sonora oppure a una nuova forma di mediazione che ridefinisce il nostro libero arbitrio estetico?
Probabilmente entrambe le cose. Da un lato viviamo l’epoca più democratica della storia della musica: con uno smartphone possiamo accedere a un patrimonio sonoro che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare. Dall’altro, gli algoritmi non sono neutrali: selezionano, suggeriscono e orientano i nostri ascolti, spesso senza che ce ne accorgiamo. Il rischio è passare dalla libertà di scegliere alla comodità di lasciarsi scegliere. Non credo però che il libero arbitrio estetico sia scomparso. È semplicemente diventato una conquista più consapevole. Oggi la vera rivoluzione non è avere tutta la musica del mondo, ma saperla cercare fuori dagli algoritmi.
Nel Novecento la popular music è stata uno dei principali strumenti di costruzione delle identità giovanili e delle culture di opposizione. Nell’epoca delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale, la musica conserva ancora una funzione di costruzione identitaria e di resistenza culturale o rischia di diventare prevalentemente un prodotto di consumo personalizzato?
La musica continua a costruire identità, ma lo fa in modo diverso rispetto al Novecento. Se un tempo rock, punk o hip-hop univano intere generazioni attorno a simboli e valori condivisi, oggi le piattaforme digitali tendono a frammentare il pubblico in una moltitudine di nicchie e micro-comunità. Questo può indebolire la dimensione collettiva della protesta, ma non la elimina. Anzi, nuovi linguaggi musicali continuano a dare voce a temi sociali, politici e culturali emergenti. Il rischio esiste: trasformare la musica in un semplice prodotto personalizzato. Tuttavia, finché saprà raccontare conflitti, desideri e cambiamenti, conserverà una funzione critica e identitaria.
Il suo saggio attraversa jazz, rock, hip-hop, elettronica e pop come linguaggi capaci di raccontare le trasformazioni della società. Esiste, a suo avviso, un filo rosso che collega queste forme espressive al bisogno antropologico dell’essere umano di attribuire significato al mondo attraverso il suono, e come si è modificato questo bisogno nell’era digitale?
Assolutamente sì. Il filo rosso è che l’essere umano, da quando batteva due pietre una contro l’altra attorno a un fuoco, usa il suono per dare senso al caos dell’esistenza. Il jazz, il rock, l’hip-hop o l’elettronica cambiano linguaggio, ma rispondono alla stessa domanda: chi siamo e dove stiamo andando? Nell’era digitale questo bisogno non è scomparso, si è semplicemente trasferito sullo smartphone. Oggi cerchiamo identità e appartenenza tra playlist, podcast e algoritmi. La differenza è che un tempo cercavamo la nostra tribù in piazza o a un concerto; oggi spesso la troviamo… tra i suggerimenti di Spotify.
Se ogni epoca lascia una traccia riconoscibile nei suoni che produce, come sostiene il suo lavoro, quale immagine della nostra civiltà potrebbe ricostruire uno storico del futuro ascoltando esclusivamente la musica generata, distribuita e consumata nel XXI secolo? Quali elementi culturali, sociali e antropologici emergerebbero con maggiore evidenza?
Se uno storico del futuro potesse studiarci soltanto attraverso la musica del XXI secolo, probabilmente concluderebbe che eravamo una civiltà iperconnessa, velocissima, un po’ narcisista e perennemente in cerca di attenzione… ma anche terribilmente sola. Scoprirebbe una società capace di ascoltare nello stesso giorno Bach, trap coreana e un brano generato dall’intelligenza artificiale. Vedrebbe individui convinti di essere unici, ma guidati da algoritmi sorprendentemente simili. Noterebbe il trionfo della personalizzazione e, allo stesso tempo, il bisogno antico di emozionarsi insieme. In fondo, cambiano gli strumenti, ma continuiamo a usare la musica per dire la stessa cosa: “Ehi, ci sono anch’io”.
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WIKIPEDIA https://it.wikipedia.org/wiki/Luca_Bonaffini
SITO https://lucabonaffiniglobalorchestra.it/portfolio/

