SOS SOSTENIBILITÀ: SECONDO GLI ESPERTI A RISCHIO IL 20% DEL VALORE AZIENDALE ENTRO IL 2030

APPROFONDIMENTO

Dalla survey Richmond- Ipsos Doxa emerge un paradosso critico: meno di 4 manager su 10 integrano la sostenibilità nella strategia di business. A livello globale, il 99% dei leader aziendali riconoscono l’importanza dei valori ESG, ma meno del 15% si sente realmente preparato ad affrontare le principali sfide, esponendo le altre a una potenziale svalutazione del 20% entro il 2030. Al Richmond Sustainability Business Forum, i leader presenti si sono confrontati sulle sfide incontrate sul campo, focalizzandosi su come tradurre i dati in decisioni strategiche immediate. “Il cambiamento inizia quando smettiamo di chiederci il perché e iniziamo a chiederci cosa possiamo fare”, commenta Daniele Cassioli, sciatore nautico paralimpico plurimedagliato

Nonostante la crescente visibilità globale delle metriche ESG, permane un profondo divario tra la consapevolezza dell’importanza della sostenibilità e la sua reale implementazione operativa. Secondo lasurvey Noesis – Richmond Executive Observatory in collaborazione con Ipsos Doxa, solo il 37% delle aziende integra effettivamente i principi ESG nei propri processi decisionali e modelli di business.

Il dato evidenzia una barriera strutturale significativa, sebbene nelle grandi imprese la convinzione strategica raggiunga il 46%, confermando che, per la maggior parte del tessuto produttivo, la trasformazione rimane ancora incompiuta.

A conferma di come questa sfida non sia solo italiana ma sistemica ci sono i dati del CEO Study 2025, uno dei più ampi studi globali sul sentiment dei leader d’impresa condotto dallo United Nations Global Compact che rivelano come, nonostante il 99% dei CEO mondiali dichiari l’intenzione di mantenere o espandere i propri impegni di sostenibilità, meno del 15% si sente realmente preparato ad affrontare le principali sfide globali, tra cui la crisi climatica e l’instabilità delle catene del valore.

Questo vuoto decisionale ha conseguenze dirette sui bilanci: secondo un’analisi del McKinsey Global Institute, le aziende che non riusciranno a dotarsi di un’infrastruttura dati per la gestione del rischio climatico entro il 2030 rischiano una svalutazione degli asset operativi superiore al 20% a causa dell’inadeguatezza ai nuovi standard di accountability globale.

Ma qual è la percezione degli stakeholder verso gli investimenti ESG? La survey Richmond-Doxa mostra che gli intervistati evidenziano 5 aree critiche che le aziende devono imparare a governare per evitare che la sostenibilità si trasformi in un boomerang reputazionale:

  1. Necessità di supporto esterno (63%): La maggioranza ritiene che gli investimenti ESG debbano essere accompagnati da innovazione e politiche pubbliche efficaci
  2. La barriera del greenwashing (47%): Quasi la metà del campione pensa che vengano spesso utilizzati solo per finalità di marketing, ovvero per pratiche di “greenwashing”
  3. Valore strategico (37%): Poco più di un terzo degli intervistati considera questi investimenti come strategici per il successo dell’azienda
  4. Richiesta di regolamentazione (25%): Un quarto del campione sostiene che, in assenza di norme più severe, l’impatto positivo degli investimenti ESG risulti limitato
  5. Preoccupazioni per la redditività (9%): Una minoranza teme che tali investimenti possano penalizzare la redditività a breve termine
Daniele Cassioli e Claudio Honegger

“Il management deve abbandonare definitivamente la narrazione di facciata per abbracciare un modello in cui la sostenibilità funge da vera e propria architettura competitiva. La sfida cruciale per le imprese moderne è proprio questa: evolvere verso una gestione capace di governare con estremo rigore la complessità, i flussi di dati e i rischi operativi, rendendo la sostenibilità il vero motore del proprio vantaggio competitivo”, commenta Claudio Honegger, co-fondatore e amministratore di Richmond Italia.

Come emerge, lo scetticismo italiano verso le pratiche ESG è alimentato principalmente dalla percezione che le aziende facciano largo uso di greenwashing.

Il principale fattore di sfiducia riguarda i proclami pubblici e le partnership ambientali che non trovano riscontro in cambiamenti concreti nei processi produttivi (62%). A questa mancanza di sostanza si aggiunge un’evidente opacità informativa, con il 59% degli intervistati che contesta la diffusione di report di sostenibilità vaghi e privi di dati verificabili.

La diffidenza colpisce anche gli strumenti di validazione, poiché il 38% considera le certificazioni ambientali poco affidabili, mentre il 37% critica le strategie di compensazione, come piantare alberi, quando queste non sono affiancate da una reale riduzione delle emissioni alla fonte. Infine, il 33% degli italiani giudica negativamente la tendenza aziendale a fissare obiettivi di sostenibilità troppo distanti nel tempo, percepiti spesso come promesse di facciata.

La necessità di colmare il solco profondo tra la consapevolezza teorica e l’esecuzione strategica è stata al centro del Richmond Sustainability Business Forum all’Hotel Billia di Saint-Vincent.

La platea ha interagito in sessioni plenarie e incontri one-to-one, trasformando il dibattito accademico in soluzioni concrete di business. L’atmosfera del forum ha permesso ai leader presenti di confrontarsi direttamente sulle sfide incontrate sul campo, focalizzandosi su come tradurre i dati in decisioni strategiche immediate.

I lavori hanno visto l’importante contributo di Daniele Cassioli, lo sciatore nautico paralimpico non vedente più titolato di sempre. Attraverso la sua testimonianza, il forum ha esplorato temi di adattabilità, performance sotto pressione e trasformazione come scelta consapevole, offrendo una chiave di lettura fondamentale per le aziende che puntano a fare della sostenibilità una leva strategica.

“La sfida è rendere la cultura della sostenibilità una condizione operativa, non una narrazione di facciata. Se pensiamo di cambiare il mondo con i proclami smettiamo subito, perché è troppo faticoso. Ma se ci mettiamo in discussione su quei comportamenti automatici che mettiamo in atto ogni giorno, possiamo impattare concretamente sui nostri micromondi. Cambiare in meglio il modo di vivere il business parte da qui: dal coraggio di essere coerenti anche quando i tempi stringono e c’è da fatturare”, ha commentato Daniele Cassioli.

Il programma ha approfondito quattro direttrici chiave per l’agenda delle imprese. È stata analizzata la convergenza tra AI e sostenibilità come percorso evolutivo unico che unisce tecnologia e trasformazione green. Si è discusso del passaggio obbligato dalla narrazione alla misura, focalizzandosi su dati, tracciabilità, carbon footprint e accountability.

È stato inoltre trattato il ruolo della supply chain, identificata come l’epicentro del rischio climatico e operativo. Infine, il forum ha sottolineato come cultura e leadership siano gli unici reali abilitatori della trasformazione, ben oltre le dinamiche di semplice conformità.

L’edizione 2026 ha beneficiato di collaborazioni di rilievo, tra cui le partnership con Donne 4.0 e RSE (controllata GSE), che hanno contribuito a delineare un approccio multidisciplinare alle sfide del settore.

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.