Aggredire, filmare, condividere:
che cosa sta accadendo ai nostri ragazzi?
di
Barbara Fabbroni
Ci sono immagini alle quali non dovremmo mai abituarci: un insegnante aggredito, alcuni studenti che osservano, un telefono o una telecamera che riprende la scena. La violenza non rimane più confinata nell’aula o nel corridoio della scuola, ma diventa un contenuto da conservare, condividere e offrire allo sguardo degli altri.
Gli episodi riferiti dalla cronaca, come quello recente di Roma o quello avvenuto alcuni mesi fa nella provincia di Bergamo, pongono una domanda inevitabile: che cosa può spingere un adolescente ad aggredire un insegnante? E perché, mentre colpisce, quel gesto viene filmato?
Non esiste una risposta unica. Dietro lo stesso gesto possono esserci rabbia, frustrazione, bisogno di affermarsi, desiderio di dominio, ricerca di visibilità o necessità di essere accettati dal gruppo. Comprendere queste dinamiche non significa giustificare la violenza, ma individuare le condizioni sulle quali intervenire.
L’adolescenza è un’età di profonda trasformazione. Le capacità di controllare gli impulsi, pianificare e valutare le conseguenze continuano a maturare, mentre il bisogno di riconoscimento da parte dei coetanei diventa particolarmente intenso. Il gruppo è uno specchio nel quale il ragazzo cerca conferme, misura il proprio valore e costruisce la propria reputazione.
Un adolescente che da solo esiterebbe può sentirsi più forte quando è circondato dagli amici. Non agisce soltanto contro la persona che ha davanti: recita una parte davanti al proprio pubblico reale o virtuale che sia. Deve dimostrare di non avere paura, difendere la propria immagine ed evitare di apparire debole.
Perché filmare? Per alcuni ragazzi il video é un oggetto da mostrare, un strumento per ottenere attenzione e prestigio. L’aggressione non viene soltanto compiuta: viene messa in scena per mostrarla a un pubblico.
Lo smartphone o la telecamera con cui riprendere non provoca la violenza, ma può modificarne il significato e amplificarne gli effetti. La videocamera introduce un pubblico reale o immaginato, composto dai compagni, dalle chat e dai social. Il gesto può così diventare più teatrale ed estremo, funzionale alla costruzione di un’immagine di forza. Visualizzazioni, commenti e “like” agiscono come forme di ricompensa sociale e danno alla violenza una diffusione e una durata che prima non possedeva.
Anche guardare attraverso uno schermo crea distanza. Chi filma rischia di concentrarsi sull’effetto della ripresa del gesto, dimenticando che davanti all’obiettivo non c’è un personaggio, ma una persona che soffre. Non significa necessariamente essere privi di empatia. Può verificarsi una temporanea sospensione della risposta empatica, favorita dall’eccitazione, dal conformismo o dalla paura di perdere il proprio posto nel gruppo.
L’insegnante possiede un valore simbolico: rappresenta la conoscenza, la valutazione, la regola e il limite. Aggredirlo può diventare un modo per rovesciare le posizioni: chi dovrebbe valutare viene umiliato, chi esercita l’autorità viene reso impotente.
Quando il rapporto con il limite è fragile, un richiamo o un voto negativo possono essere vissuti non come la valutazione di un comportamento, ma come un attacco all’intera identità. Il ragazzo non pensa: “Ho sbagliato”, ma sente: “Non valgo nulla e mi stanno umiliando”. La vergogna, difficile da tollerare, può allora trasformarsi in rabbia. L’aggressività diventa un modo immediato per respingere l’impotenza e recuperare un’immagine di forza.
Che cosa può essere mancato nella crescita? Non necessariamente l’affetto. Possono essere rimaste fragili alcune funzioni educative: l’interiorizzazione del limite, la tolleranza della frustrazione, la capacità di comprendere le proprie emozioni e quelle dell’altro, l’assunzione di responsabilità.
Crescere significa imparare che la rabbia è legittima, ma non autorizza a colpire. Significa attraversare un rifiuto, un’attesa, una sconfitta o un richiamo senza sentirsi annientati. Significa riuscire a pensare: “Sono furioso, ma la mia rabbia non coincide con tutta la realtà”.
Attribuire ogni responsabilità alle famiglie sarebbe però ingiusto e riduttivo. Un adolescente cresce dentro una rete formata da famiglia, scuola, coetanei, territorio, servizi e cultura. Oggi alcuni genitori temono che porre un limite possa compromettere il rapporto con i figli; la scuola viene talvolta delegittimata e gli insegnanti sono lasciati soli di fronte a problemi che richiederebbero un intervento collettivo.
Esiste, inoltre, una contraddizione: chiediamo ai ragazzi rispetto e autocontrollo, mentre nello spazio pubblico vedono spesso premiati l’insulto, la prepotenza e l’umiliazione dell’avversario. I giovani imparano da ciò che gli adulti insegnano, ma anche da ciò che vedono ottenere successo.
Di fronte a un’aggressione serve una sanzione chiara e proporzionata. La prima persona da proteggere è l’insegnante. Ma punire, da solo, non basta. Occorre comprendere la storia del ragazzo, intervenire sulle sue difficoltà.
La prevenzione richiede educazione emotiva, cittadinanza digitale e adulti capaci di essere autorevoli senza diventare autoritari. Un adolescente ha bisogno di sentirsi dire: “Comprendo ciò che provi, ma non tutto ciò che provi può diventare un’azione. La tua rabbia ha diritto a una parola, non al corpo dell’altro”.
Il problema non è soltanto che qualcuno filmi una violenza. Il problema più profondo nasce quando la sofferenza diventa spettacolo.
Educare significa insegnare che l’altro non è un bersaglio, un pubblico o un contenuto da condividere. È una persona. E nessuna crescita può dirsi compiuta finché questa consapevolezza non diventa responsabilità.
Come criminologa la dottoressa Fabbroni affronta i casi più attuali del panorama della cronaca nera, dei cold case, dei delitti efferati, dei femminicidi, come: il caso Garlasco, Nada Cella, la Strage di Erba, l’omicidio di Yara Gambirasio solo per citarne alcuni. Offre una rilettura attenta della scena del crimine e delle dinamiche psicologiche che avrebbero portato all’azione omicidiaria.
Come psicologa e psicoterapeuta, ha una lunga esperienza clinica, nel trattamento delle dipendenze affettive e delle psicopatologie di coppia. Autrice di riflessioni critiche sui processi mediatici, affronta i temi con l’autorevolezza di chi conosce le carte e le fragilità umane. Combina la formazione in Analisi Transazionale in una capacità comunicativa empatica, ideale per sensibilizzare il pubblico sui suoi approfondimenti.
