APPROFONDIMENTO
Negli ultimi anni il rapporto tra le generazioni più giovani e i propri animali domestici ha assunto contorni sempre più simili a quelli di una relazione genitoriale.
Lo confermano i dati appena pubblicati dello “State of Pets 2026” di The Harris Poll, secondo cui nel 2026, ormai 4 persone su 10 scelgono gli animali domestici al posto dei figli, con il 55% di Millennial e Gen Z che ha già preso in considerazione l’idea di costruire la propria vita intorno a un pet piuttosto che a un bambino.
Tra le ragioni che spingono le persone a preferire un animale ci sono il non sentirsi nella fase di vita adatta (45%), la maggiore semplicità di gestione rispetto a un bambino (35%), il minore impatto economico (32%), la minore responsabilità richiesta (28%) e la scelta consapevole di restare senza figli (24%).
Il fenomeno si riflette anche nelle scelte di vita più concrete: il 54% dei Millennial e dei Gen Z lascerebbe un’eredità al proprio animale se ne avesse la possibilità, mentre quasi la metà dei proprietari single (49%) dichiara di aver rinunciato alla ricerca di un partner, affidandosi alla compagnia del proprio pet. A confermare che si tratta di una dinamica generazionale, e non solo economica, è anche il report 2026 sulla pet-parenthood generazionale di Rover, secondo cui il 66% della Gen Z considera il proprio animale un figlio a tutti gli effetti, e circa la metà tra Gen Z (51%) e Millennial (48%) lo vede come una sorta di “prova generale” prima di un figlio umano, contro appena il 28% dei Baby Boomer.
La stessa dinamica generazionale emerge anche guardando all’Italia: secondo una ricerca Ipsos per Changes Unipol sul rapporto tra italiani e animali domestici quasi 4 giovani su 10, il 37% dei Millennial e il 36% della Gen Z, ritengono che un animale domestico possa sostituire un figlio, contro appena il 13% dei Baby Boomer, a fronte di una media nazionale al 28%.
È quanto emerge da un monitoraggio condotto dallo Schesir Respect My Nature Index su un ampio panel d’indagini e testate internazionali, coinvolgendo anche esperti del settore. Questa deriva affettiva nasconde però un lato d’ombra evidenziato dalla ricerca internazionale di psicologia animale e antrozoologia.
Secondo una recente review pubblicata sulla rivista scientifica internazionale Animals, condotta da un team di veterinari di atenei come la UNAM e l’Università di Pisa, l’eccessiva umanizzazione degli animali da compagnia porta frequentemente a disturbi comportamentali come ansia da separazione, aggressività e forme di stress cronico. Il motivo principale risiede nell’incapacità dei proprietari di interpretare i reali bisogni etologici e nutrizionali della specie, proiettando sull’animale bisogni, emozioni e aspettative umane.
“Il rischio del pet parenting non è amare troppo il proprio animale, ma amarlo nel modo sbagliato, proiettandogli addosso aspettative ed esigenze che appartengono ad un essere umano e non a un cane o a un gatto – spiega il dott. Vittorio Saettone, veterinario ed Head of R&D&QA di Schesir, realtà italiana leader a livello globale nella nutrizione naturale per cani e gatti. “Rispettarli significa prima di tutto conoscerli: capire il loro linguaggio del corpo, i loro tempi e modi di socializzazione, le loro reali esigenze alimentari e comportamentali, che restano profondamente diverse da quelle di un bambino, per quanto affetto si possa provare. Condividere il pasto, offrire dolci o snacks pensati per il palato umano, o replicare un’alimentazione ‘di famiglia’ senza tenere conto delle specifiche esigenze nutrizionali di cane e gatto, può generare nel tempo carenze, sovrappeso o vere e proprie patologie causate da alimentazione non corretta. Una nutrizione realmente rispettosa della specie parte dalle materie prime, dagli ingredienti e dal loro specifico equilibrio nutrizionale, non dalle abitudini a tavola di chi li adotta. Lo stesso vale sul piano comportamentale: un cane o un gatto a cui non viene lasciata libertà di esprimere i propri istinti, annusare, esplorare, socializzare con i propri simili, può sviluppare ansia, frustrazione o comportamenti compulsivi, esattamente come accade quando si ignorano i suoi reali bisogni alimentari”.
Ecco 5 regole per rispettare davvero la natura del proprio animale, secondo gli esperti dello Schesir Respect My Nature Index:
1. Osservare il linguaggio del corpo prima di proiettare emozioni umane: interpretare ogni comportamento del cane o del gatto come se fosse “umano” (un broncio, un dispetto, una vendetta) porta spesso a non riconoscere i reali segnali di disagio, stress o dolore che l’animale sta comunicando a modo suo.
2. Rispettare i tempi e gli spazi di socializzazione della specie: cani e gatti hanno bisogno di relazionarsi anche con i propri simili, non solo con gli esseri umani; isolarli in una dimensione esclusivamente “familiare” può generare ansia da separazione o comportamenti compulsivi.
3. Nutrire in base alle reali esigenze biologiche, non alle abitudini umane: condividere il pasto, i dolci o gli snack da tavola con il proprio pet, per quanto sia un gesto affettivo, non tiene conto delle profonde differenze nutrizionali tra le specie e può comprometterne la salute nel lungo periodo.
4. Non sostituire il parere di un professionista con le proprie impressioni: davanti a un cambiamento nel comportamento o nell’appetito dell’animale, è sempre bene rivolgersi a un veterinario o a un educatore cinofilo/felino, invece di interpretarlo unicamente attraverso la propria sensibilità di “genitore”.
5. Rispettare i tempi di movimento e le posture naturali dell’animale: tenere il pet in braccio, in marsupio o in passeggino per lunghi periodi, oppure imporgli manifestazioni di affetto tipicamente umane come abbracci prolungati, ne limita la libertà di movimento e può essere percepito come invasivo o stressante, invece che come un gesto d’amore.
