TURANDOT. UN’ALBA CHE RESTA UN ENIGMA
Alessandro D’Agostini dirige il nuovo allestimento firmato da Nadir Dal Grande. L’esecuzione si arresta alla morte di Liù, dove si interrompe la partitura di Puccini.
Il nuovo allestimento è il vincitore del bando rivolto a creativi under 35 promosso da OperaLombardia, in coproduzione con il Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca e la Fondazione Teatro Carlo Coccia di Novara, in collaborazione con Opera Europa e con il sostegno del Ministero della Cultura, della Regione Lombardia e della Fondazione Cariplo
PAVIA – Un’alba attesa, invocata, capace di illuminare ciò che nessuno ha voluto vedere. Ma che cosa resta dell’amore quando la violenza ha già consumato il suo sacrificio?
È intorno a questa domanda che prende forma Turandot, il titolo che venerdì 9 e domenica 11 ottobre 2026 inaugura la Stagione d’Opera del Teatro Fraschini di Pavia. A cento anni dalla prima rappresentazione, avvenuta alla Scala il 25 aprile 1926, l’ultima opera di Giacomo Puccini torna in un nuovo allestimento che intreccia la ricerca musicale di Alessandro D’Agostini e la lettura scenica di Nadir Dal Grande, autore di regia, scene e costumi.
Opera in tre atti e cinque quadri, su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni dall’omonima fiaba teatrale di Carlo Gozzi, Turandot viene proposta limitando l’esecuzione alla musica compiuta da Puccini: il racconto si arresta dopo la morte di Liù, senza il successivo completamento. Una scelta che attraversa l’intero progetto e conferisce all’incompiutezza un preciso significato teatrale. Il destino di Turandot e Calaf rimane sospeso; la morte della giovane schiava diventa il punto dal quale interrogare tutto ciò che l’ha preceduta. La penultima scena di Turandot contiene l’ultima musica mai completata da Puccini, che andò a Bruxelles alla clinica per la cura del cancro portando con sé non più che degli scarni appunti per il finale dell’opera, che non terminò mai. Lo stesso Arturo Toscanini, durante la prima mondiale alla Scala di Milano nel 1926, si voltò verso il pubblico e disse: “Qui finisce l’opera, perché a questo punto il Maestro è morto”.
“Aprire la stagione d’opera con Turandot” – dichiara Francesco Nardelli, Direttore Generale del Teatro Fraschini – “nel centenario della sua prima rappresentazione, significa tornare a un capolavoro che conserva domande ancora vive. Questo allestimento ci invita ad ascoltare la fragilità dei personaggi dentro la grandezza della partitura e a guardare ciò che accade quando una comunità si lascia governare dalla paura. La scelta di fermarsi alla morte di Liù, ovvero al termine della musica creata da Puccini, affida al pubblico una responsabilità: restare davanti a quelle domande, senza una risposta che le ricomponga. È anche questo il valore del teatro, un luogo in cui la bellezza ci avvicina a ciò che è più difficile comprendere»,
Nella lettura di D’Agostini, Turandot è anzitutto una fiaba sulla ricerca dell’identità. I personaggi emergono dalla notte e dalla folla attraverso il riconoscimento: Liù ritrova Calaf, il principe riconosce suo padre Timur, Turandot racconta la vicenda dell’ava per definire se stessa. Il nome diventa così il centro di un confronto nel quale conoscersi e rivelarsi possono significare salvezza oppure perdita. È il nome della principessa a sciogliere l’ultimo dei suoi enigmi; è il nome del principe ignoto a diventare l’oggetto della sfida successiva.
Questa dimensione attraversa una scrittura musicale che il direttore invita a riscoprire nella sua precisione e trasparenza. L’ampiezza dell’organico e la forza delle pagine corali convivono con una ricerca estrema dell’essenzialità: armonie taglienti, atmosfere rarefatte, timbri isolati ai quali Puccini affida il movimento più intimo delle emozioni. Già gli accordi dissonanti e secchi dell’apertura introducono un universo sonoro inquieto. Anche nei passaggi di maggiore intensità, l’orchestra mantiene una nitidezza che permette di cogliere le tensioni dei personaggi e la raffinatezza degli impasti.
Il silenzio acquista, in questo percorso, un peso decisivo. Nel compianto per Liù, un ottavino solitario sostiene in pianissimo un lungo mi bemolle, a tre ottave di distanza dagli archi: il suono sembra allontanarsi dal corpo della giovane e assottigliarsi fino alla sospensione. È uno dei punti nei quali l’ascolto incontra più profondamente il senso della scelta conclusiva. Fermarsi qui significa lasciare che quella perdita risuoni, mantenendo irrisolto il conflitto che l’ha prodotta.
D’Agostini individua anche nelle linee vocali una concentrazione espressiva legata al tema del nome. All’inizio dell’ultima aria di Liù, tre si bemolle ripetuti richiamano, nella sua interpretazione, le tre sillabe di “Tu-ran-dot”, restituendo l’immobilità della principessa di gelo; dopo la morte della schiava, due note acute discendenti dell’ottavino evocano invece le due sillabe di “Li-ù”. Piccoli nuclei musicali diventano tracce dell’identità dei personaggi, dentro una partitura che scava nelle loro contraddizioni.
Anche Ping, Pang e Pong acquistano uno spessore particolare. Nelle note del direttore, i tre ministri sono figure divise fra l’obbedienza e la consapevolezza di un ordine superiore, fra i desideri e la loro vanità. Il ricordo della casa e di una felicità lontana rivela una nostalgia profondamente pucciniana. La regia raccoglie questa dimensione e li rende custodi rammaricati della gloria perduta di un regno ormai in rovina.
La Pechino immaginata da Nadir Dal Grande è infatti una Cina senza tempo, segnata da una ferita che non si rimargina. Il trauma dell’ava Lo-u-Ling si è trasformato in un culto di vendetta che coinvolge l’intera comunità. Una materia nera, lucida e vischiosa invade la scena, sale lungo le pareti, si insinua nello spazio: è la manifestazione visibile di un male che raggiunge anche i corpi, lasciando mani annerite, abiti imbrattati e volti dipinti di bianco. Fra le rovine affiorano ancora motivi decorativi, frammenti di una raffinatezza diventata memoria.
Turandot è associata alla Luna: donna, divinità e demone nella percezione di un popolo che la teme e la venera. Il suo volto, una maschera bianca, si accompagna alle teste dei principi che hanno fallito la prova degli enigmi. L’apparizione lunare assume il carattere di un rito collettivo, mentre la folla diventa un personaggio essenziale: una moltitudine che si muove come un unico organismo, soggiogata dalla superstizione e in attesa di una luce. L’imperatore Altoum, relegato su un trono dal quale non può scendere, assiste impotente alla rovina del proprio mondo.
In questo paesaggio entrano Calaf, Liù e Timur, tre esuli che conservano, pur nella sofferenza, una diversa possibilità di stare al mondo. Calaf cerca di ritrovare se stesso e il valore del proprio nome; Timur affida alla giovane schiava ciò che resta della sua esistenza. È soprattutto Liù a introdurre una luce viva, opposta al gelo che domina il regno.
La regia lega la sua presenza al canto “Là sui monti dell’Est”, trasformato nell’eco di una promessa di fioritura. Una bambina, visibile soltanto a Liù, le appare come una visione e la accompagna verso il sacrificio. Il centro emotivo dello spettacolo si sposta così sulla giovane schiava: la sua morte spezza l’incantesimo e rende visibile ciò che la comunità ha sacrificato. Dalla materia nera cominciano a nascere fiori; l’alba divampa in una luce accecante. Resta però aperta la domanda dalla quale Dal Grande muove il suo lavoro: fino a che punto è possibile riparare ciò che la violenza ha distrutto?
Il nuovo allestimento nasce dal progetto del team Floret Umbra, composto da Nadir Dal Grande e Jenny Cappelloni, vincitore del bando rivolto a creativi under 35 promosso da OperaLombardia, in coproduzione con il Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca e la Fondazione Teatro Carlo Coccia di Novara, in collaborazione con Opera Europa e con il sostegno del Ministero della Cultura, della Regione Lombardia e della Fondazione Cariplo. Selezionato fra 49 progetti candidati e quattro finalisti, il lavoro risponde a un’iniziativa concepita per valorizzare la professionalità e la creatività di giovani artiste e artisti, con particolare attenzione all’accessibilità e alla sostenibilità. Alla giuria, presieduta da Barbara Minghetti, ha partecipato anche Francesco Nardelli, Direttore Generale del Teatro Fraschini: un coinvolgimento che accompagna la presenza del teatro pavese nel percorso produttivo di questa Turandot.
A dare voce a questo percorso saranno Caterina Meldolesi, nel ruolo di Turandot il 9 ottobre, e Libby Sokolowski, l’11 ottobre; Roberto Aronica sarà Calaf nella prima recita, Eduardo Niave nella seconda. Songha Lee interpreterà Liù, Baopeng Wang Timur e Gerardo Dell’Affetto Altoum. Completano il cast Paolo Ingrasciotta come Ping, Giulio Putrino come Pang, Giacomo Leone come Pong, Francesco La Gattuta nel ruolo di un Mandarino, Marco Tomasoni come Principe di Persia, Chiara Ciurlia nel ruolo di Prima ancella e Laura Dacomo di Seconda ancella.
Il Maestro Alessandro D’Agostini guiderà l’Orchestra I Pomeriggi Musicali, con il Coro OperaLombardia, preparato da Riccardo Bianchi, e il Coro Voci Bianche del Teatro Sociale di Como, preparato da Davide Dell’Oca. Regia, scene e costumi di Nadir Dal Grande, le luci sono di Jenny Cappelloni; assistente costumi Federica Miani.
Il nuovo allestimento è una coproduzione dei Teatri di OperaLombardia, del Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca e della Fondazione Teatro Carlo Coccia di Novara.
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La Stagione è promossa e organizzata dalla Fondazione Teatro Fraschini, soci fondatori Comune di Pavia e Fondazione Monte di Lombardia, in collaborazione con OperaLombardia, I Solisti di Pavia, il Conservatorio Franco Vittadini, Ghislieri Musica, l’Università degli Studi di Pavia, Arnaboldi Palace. Intesa Sanpaolo, che conferma il suo sostegno come Main Sponsor della Stagione 2026/2027, considera l’arte e la cultura come una risorsa strategica del Paese in grado di innescare processi di crescita anche sul piano sociale, economico e occupazionale. Inserito a pieno titolo nel proprio Piano di Impresa, l’impegno della Banca verso la cultura e l’arte è una componente significativa del programma di sostenibilità ESG di Intesa Sanpaolo.
INFORMAZIONI DI BIGLIETTERIA
Quattro Cavalieri Card
La card, in vendita dal 5 settembre, è acquistabile al prezzo di 50 € esclusivamente presso la Biglietteria del teatro. È personale, incedibile e dà diritto alla riduzione del 25% su tutti gli spettacoli (eccetto i Musical) programmati dalla Fondazione Teatro Fraschini.
BIGLIETTERIA – ORARI DI APERTURA
dal lunedì al sabato → dalle ore 17:00 alle ore 19:00
mercoledì e sabato anche alla mattina → dalle 11:00 alle 13:00
biglietteria@teatrofraschini.org; tel. 0382/371214
biglietteria online teatrofraschini.vivaticket.it
CALENDARIO
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Vendita biglietti Prosa; Danza; Operetta; Laltroteatro; Solisti d’Orchestra; Café Concert; La Domenica dei Talenti; POLI-FONIE; Musical; Teatro per Famiglie; Sei a teatro, good game!; NextGen Factory – Under30 dal 17 ottobre 2026
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