ll mondo dell’arte mantovana si va arricchendo di pèersonaggi che con le loro opere raccontano un mondo ricco di fascino e di storia, è il caso del pittoscultore Silvano Peruzzi di Porto Mantovano.
Di lui e dei suoi lavori ne parla il critica d’arte Massimo Pirotti.
Silvano Peruzzi. La memoria della materia
di Massimo Pirotti
Materia granulosa che rimane impressa nella memoria del tempo, quasi a custodirne le sedimentazioni più profonde e quell’intimità stralunata che attraversa l’intera ricerca di Silvano Peruzzi. Nella sua indagine poetica la pittura si fa viva attraverso una superficie porosa, a tratti segnica, a tratti decisamente scultorea, capace di trattenere le immagini come se affiorassero da una parete antica.
Il percorso che conduce Peruzzi a questo linguaggio è lungo e tutt’altro che lineare. Nei primi anni la sua pittura si muove nell’ambito di una figurazione di ascendenza naïf, nella quale sono già presenti alcuni elementi destinati a rimanere: il gusto per il racconto, una certa libertà dalle regole della rappresentazione, il rapporto affettivo con il paesaggio e soprattutto quella popolazione di uomini e animali che tornerà, trasformata, anche nelle opere della maturità. È una stagione nella quale prevale ancora il piacere immediato della narrazione, ma dietro l’apparente semplicità delle immagini si avverte già il bisogno di costruire un mondo autonomo.
Peruzzi non rimane però fermo a quella prima esperienza. La sua ricerca procede lentamente, anche attraverso lunghi periodi di riflessione, verso una progressiva emancipazione dalla pittura intesa come semplice superficie. La figura si modifica, perde ogni obbligo di verosimiglianza, mentre la materia acquista un peso crescente. Anche l’esperienza della scultura, affrontata attraverso l’argilla, appare in questo senso tutt’altro che episodica: rivela il desiderio di misurarsi con il volume, con il corpo concreto della forma, con qualcosa che possa essere non soltanto guardato ma quasi percepito tattilmente.
Gli animali occupano un posto particolare in questo universo. Cavalli, cani e creature talvolta difficilmente riconducibili a una precisa specie accompagnano l’uomo come presenze familiari e insieme simboliche. Peruzzi li dipinge, li modella, li trasforma; non sono elementi decorativi ma veri comprimari del racconto. Nell’incontro fra uomo e animale permane qualcosa di arcaico, una prossimità perduta che la sua pittura sembra voler recuperare. Il cavallo, soprattutto, ritorna quasi come una figura ancestrale, compagno, presenza affettiva, creatura appartenente allo stesso spazio emotivo dell’uomo.
È tuttavia con le opere che Renzo Margonari definì “pittosculture” che la ricerca di Peruzzi trova probabilmente la propria cifra più personale.
Qui la superficie si fa ruvida, porosa, accidentata; accoglie rilievi, incisioni, segni e stratificazioni, mentre figure, edifici, alberi e paesaggi sembrano emergere lentamente dalla materia. Non siamo più soltanto davanti a un quadro, ma di fronte a un frammento di architettura immaginaria, quasi una porzione di parete sottratta a un luogo senza tempo. La pittura acquista una presenza fisica, mentre la scultura rinuncia alla piena tridimensionalità per abitare quello spazio ambiguo e affascinante che è il rilievo.
Determinante diviene l’impiego della polvere di quarzo, che contribuisce alla particolare consistenza tattile delle superfici e, nello stesso tempo, alla loro resistenza agli agenti atmosferici e alle lesioni del tempo. Ma ciò che nasce inizialmente da una necessità tecnica finisce per assumere anche un valore poetico. La materia non costituisce più il semplice supporto dell’immagine: è essastessa immagine. Conserva tracce, asperità, imperfezioni; sembra essere stata attraversata dal tempo prima ancora che il tempo possa realmente agire su di essa.
Le pittosculture di Peruzzi possono così essere accostate idealmente alla tradizione della decorazione murale e del bassorilievo, pur mantenendo una libertà espressiva assolutamente personale. Vi è qualcosa dell’affresco nella loro vocazione architettonica, qualcosa della scultura nella concretezza dei rilievi e qualcosa della pittura nella capacità del colore di trasformare la materia in atmosfera. I confini fra le discipline finiscono per perdere importanza: ciò che conta è l’immagine che nasce dalla loro contaminazione.
Anche la figura umana partecipa di questa metamorfosi. I volti allungati, gli occhi fortemente delineati, le anatomie semplificate e le posture talvolta ieratiche non cercano la verosimiglianza. Sono piuttosto presenze emblematiche, personaggi sottratti alla quotidianità per entrare in una dimensione sospesa. Le proporzioni si alterano secondo una necessità espressiva: i corpi si allungano, si incurvano, si avvicinano fino quasi a fondersi. In alcuni dipinti l’abbraccio diventa una forma chiusa e circolare, come se l’affetto potesse costruire un proprio spazio fisico nel quale proteggersi.
C’è in queste figure una sottile inquietudine, ma raramente drammatica. È piuttosto uno straniamento lieve, quasi fiabesco. Donne, uomini, animali, paesi e architetture sembrano appartenere a un mondo riconoscibile e nello stesso tempo impossibile da localizzare. Il ricordo personale si confonde così con qualcosa di più remoto, con una memoria collettiva nella quale riaffiorano la campagna, il paese, gli animali, gli incontri e le storie ascoltate.
Non sorprende allora che questa pittura abbia trovato una naturale estensione anche nel murale. Le figure di Peruzzi hanno sempre mostrato una certa insofferenza per i confini: si allungano, si incurvano, modificano le proprie proporzioni, sembrano cercare uno spazio ulteriore rispetto a quello loro concesso. Sulla parete questa tensione può finalmente espandersi.
Le esperienze murali, da Lauro fino a quella realizzata a Furore, sulla Costiera Amalfitana, mostrano bene questa vocazione. Il muro possiede una storia, appartiene a un edificio, vive dentro un paesaggio ed è sottoposto alla luce, alla pioggia e alle stagioni. Proprio quella materia che nelle pittosculture assumeva l’aspetto di una parete sembra qui trovare il proprio luogo naturale: lapittura ritorna fisicamente al muro.
E nel murale cambia anche il rapporto con chi guarda. L’opera non appartiene più soltanto all’artista o a chi la possiede, ma viene affidata allo sguardo collettivo. La incontra il passante, entra nella quotidianità di chi abita quel luogo, ne assorbe lentamente il tempo e la memoria. La pittura recupera così una delle sue funzioni più antiche: raccontare attraverso i muri.
È forse proprio nella materia che si può leggere l’unità più profonda del percorso di Silvano Peruzzi. Dalla libertà narrativa delle prime esperienze naïf alla scultura, dalle pittosculture ai murales, ritorna costantemente il desiderio di dare un corpo all’immaginazione.
La materia, nelle opere più mature, non è mai inerte. Conserva, trattiene, lascia riaffiorare. È superficie e insieme memoria. Sembra portare su di sé le tracce di qualcosa che è già accaduto e che la pittura tenta ostinatamente di non perdere.
Per questo le sue pittosculture hanno talvolta l’aspetto di reperti provenienti da un tempo indefinibile: immagini familiari e straniere insieme, nelle quali uomini, animali e paesaggi continuano silenziosamente ad abitare la superficie.
Come se dipingere, per Silvano Peruzzi, significasse anzitutto questo: affidare alla materia ciò che il tempo potrebbe dimenticare.
Silvano Peruzzi è un noto pittore naif e pittoscultore, nato a Verona il 20 ottobre 1937 e residente a Porto Mantovano (Mantova).
Ha frequentato l’Istituto Statale d’Arte “Napoleone Nani” di Verona. Sebbene gli impegni familiari lo abbiano inizialmente allontanato dagli studi accademici, ha continuato a coltivare la pittura fino a sviluppare uno stile originale incentrato sulla pittoscultura e sulla realizzazione di murales.
A partire dai primi anni Settanta ha partecipato a diversi concorsi d’arte, vincendo numerosi premi in località come Parona, San Benedetto Po, Povegliano e Modena.
Definito da molti critici come il “Virgilio mantovano delle Georgiche”, le sue tele ritraggono spesso scene rurali, ricordi d’infanzia e un forte legame con la terra. Nel 2022 ha esposto una selezione di opere e sculture presso la Rocca Palatina – Museo delle Cere di Gazoldo degli Ippoliti.








