NICO VAN LUCAS e NINA GEHL “TRA COLORE E OSCURITÀ: inaugurazione due mostre d’arte contemporanea nei Musei di San Salvatore in Lauro

ROMA – Due personali di pittura, quella di Nico Van Lucas e quella di Nina Gehl, saranno inaugurate giovedì 18 novembre alle 18.30 nei Musei di San Salvatore in Lauro Roma (piazza San Salvatore in Lauro 15). Entrambi i cataloghi d’arte sono realizzati da “Il Cigno GG Edizioni” che organizza anche le due esposizioni.

“Dipingo i colori”, la mostra di Nico Van Lucas

“Dipingo i colori” è il titolo della mostra di Nico Van Lucas, a cura di Paola Lo Sciuto, dell’Accademia di Belle Arti di Roma, che sarà aperta al pubblico dal 18 al 10 gennaio 2022 (dal martedì al sabato, ore 10.00-13.00;16.00-19.00) nei Musei di San Salvatore in Lauro. La personale, 40 opere in tecnica mista e olio su tela, è nata da un’idea di Lena Caponetti e Federica Di Stefano. L’ingresso all’esposizione è gratuito.

Luca Ghilardi è un artista informale, nato a Milano, noto al pubblico con lo pseudonimo artistico di Nico Van Lucas.La sua è una ricerca continua focalizzata sui colori e la potenza che essi imprimono negli occhi degli amanti dell’arte. L’amore per l’arte informale, l’interesse a catturare e riprodurre la luce, la passione per l’esplosività dei colori, lo portano a creare sempre più questo tipo di pittura su grandi tele.

Ha il coraggio di proporsi come il nuovo pittore dalla materia densa che evoca l’action painting superandola in un nuovo modo di raccontare il proprio gesto esistenziale – dichiara Paola Lo Sciuto -:Van Lucas esprime l’arte dell’inafferrabile bagliore della luce che si mostra nei colori più incredibili e attraenti, come fossero i colori espressione della vita segreta delle cose. Le opere di Van Lucas raccontano di una vita indefinibile, tutta in potenza e presa sulla punta di un pennello violento prima che i colori si facciano forma, una vita che esprime tutta la propria forza cromatica nel momento in cui si mostrano dopo uno scatto inaspettato. I colori si congelano, all’insaputa del gesto furente in un guizzo preso al lazo dall’artista, si lasciano sospendere creando l’opera. Afferrare l’inafferrabile sembra essere l’arte di Van Lucas, mentre la luce dentro il pennello sembra non volere rimanere ferma poiché cambia ad ogni sfumatura, ad ogni quadro come cambia ad ogni nuovo istante il vivere che è gonfio della propria esperienza. È la stessa vita dell’artista che si mostra e si esalta nel gesto corporeo, che diventa pittorico nel momento in cui crea bellezza”.

“Io dipingo i colori”! Basterebbe questa frase per comprendere come l’arte di Nico Van Lucas oscilli fra tradizione pittorica e un delicatissimo messaggio poetico – scrive lo storico e critico d’arte Andrea Baffoni nel catalogo -. Legrandi tele di Van Lucas esaltano ossessivamente il colore attraverso una gestualità tipica della lezione astrattista statunitense, ma che dall’Europa assorbì quella sottile sostanza poetica capace di esprimere il contenuto profondo e intangibile celato dietro alle pastose materie cromatiche. Su tutto aleggia (letteralmente) una presenza archetipica riconoscibile nella forma delle ali spiegate: un’aquila, ma forse anche una farfalla o magari un essere immaginario. E veramente poco importa a cosa si riferisca, perché l’artista ci dimostra che non è tanto il soggetto ad interessargli, quanto il gesto. Un librarsi in cielo, una spinta verso l’alto, il distacco immaginario di chi è consapevole che non potrà mai volare senza affidarsi a mezzi esterni al proprio corpo. Così la pittura diviene il tramite, mentre il braccio, che sferza nervosamente il colore sulla tela, una sorta di vettore astrale, un ponte magico tra il mondo degli umani e gli spazi sconfinati dell’immaginario”.

Van Lucas dipinge per sé stesso a partire da sé stesso e l’opera, che è il precipitato di una esperienza emotiva fortissima, rivive una seconda volta quando viene mostrata agli altri. “Sono gemello omozigote di mio fratello – dice l’artista – ,ho il sesto senso innato, un’empatia verso l’altro dirompente, sono intuitivo, tutto mi entra, mi attraversa lasciando il segno. Per questo nelle mie opere io lavoro con i colori che amo mescolare e mettere insieme, trasformo le mie passioni ed emozioni in un atto creativo cromatico. Quando mi accingo a dipingere sento il bisogno fisico di farlo, sento qualcosa che mi nasce dentro e quando comincio sento di esondare. Sono ispirato dall’altra metà del cielo, dal mondo femminile, dalla potenza della donna e dalla sua essenza inarrivabile. Il suo respiro è come la punta di un iceberg che galleggia, lo prendo per me dal bacio della mia amata”.

Ponendo le grandi tele in orizzontale sul pavimento – sottolinea la curatrice della mostra– , lavora con un unico pennello agendo una serie di movimenti per imprimere i colori sulla tela determinando varie zone cromatiche”. È il cielo che l’artista con la sua passione tutta umana fa scendere giù sulla terra, è il suo modo di fare pittura. “La creazione di un’opera – racconta Van Lucas – è per me un’esperienza esaltante, mi piace colpire “in primis” me stesso con i colori, lavoro soprattutto di notte; romantica e passionale la notte quando si ha la fortuna di essere innamorati ed io lo sono costantemente, è uno dei momenti più belli della giornata. Dipingo di notte e sono solo con me stesso: ho la tela e i miei colori, lì rivivo tutto il mio universo alchemico. Ritengo che dopo anni di esperienza sia riuscito ad ottenere ottimi risultati nel mescolare i colori, non è proprio facile farlo, ci sono dovuto arrivare. Mi piacciono i colori caldi i rossi, i gialli, i rosa; penso sia difficile essere capiti se usi certi colori provocatori, mi sento in dovere di non tradire mai me stesso, così sperimento sempre e comunque. Il colore in assoluto che preferisco è quello che io chiamo il blu lusso molto scuro, in quello mi ci posso perdere, entrare in un’altra dimensione. Uso l’olio su tela e colori alchidici, cioè metà olio e metà acqua, questo sistema mi permette di avere un risultato più leggero, più aereo. Sono un informale, non faccio pittura astratta, ho conosciuto personalmente grandi maestri con i quali mi sono formato quando vivevo a Parigi negli anni Novanta, come Georges Mathieu e Pierre Soulage. Penso che esistano grandi maestri e solo quelli, molti invece non fanno altro che cercare di copiare le opere degli altri, senza avere una propria identità creativa”.

Non c’è nell’arte di Van Lucas la violenza nichilista dell’informale convenzionale – aggiunge Paola Lo Sciuto- ,se ne distacca riscrivendo il proprio percorso artistico come un fatto intimo, superando di fatto il citazionismo. C’è una estetica coerente nella sua opera, il desiderio di percorrere una piacevole esperienza come atto sensato che non ha bisogno del dolore per avere forma”. Un dolore che invece sembra essere fonte inesauribile di ispirazione per Nina Gehl.

“Nina Gehl”, la mostra di Nina Gehl

Nella “Galleria Umberto Mastroianni” dei Musei di San Salvatore in Lauro, sempre alle 18.30 di giovedì 18 novembre sarà inaugurata la mostra “Nina Gehl”, a cura di Riccardo Boni. La personale, 20 opere circa, alcune inolio su tela, altre in olio e cenere su tela, oppure in tecnica mista su tela, nasce da un’idea di Lena Caponeti e sarà aperta al pubblico fino al 15 dicembre 2021 (dal martedì al sabato, ore 10.00-13.00;16.00-19.00). L’ingresso è gratuito.

Nata e formatasi a New York, Nina Gehl ha lavorato nel 2000 in una residenza d’artista in Ungheria a Balatonfured per poi trasferirsi a Londra dove ha conseguito un Master of Arts in Belle arti e un Associate Research Degree. È stata selezionata come semifinalista per il “Contemporary Painting Prize” di Zurigo ed è inoltre arrivata in finale al “Guasch Coranty International Painting Prize” di Barcellona. Gehl ha riscontrato il successo del pubblico in esposizioni personali a Londra e in Nuova Zelanda, ha preso parte a numerose mostre collettive internazionali e le sue opere si trovano in collezioni private di tutto il mondo. Ha iniziato a lavorare in Umbria nel 2009. Nel 2019 è stata invitata a prendere parte a “Artisti americani in Umbria” dell’Associazione Culturale perugina “Luigi Bonazzi” e da allora i suoi lavori sono stati esposti a Lugnano, Gubbio e Roma. Oggi vive tra Londra e l’Umbria.

Buffalo, nello stato di New York, dove sono cresciuta – scrive l’artista -, era un’area suburbana decisamente deprimente, squallida, cruda e illuminata dalle luci delle ciminiere. Vedevo in questo una sorta di bellezza, mi affascinava e ho sentito di doverlo esprimere con la mia pittura”.

La Gehl naviga in un alternarsi di fiumi di colore e della loro totale assenza– dichiara Riccardo Boni -, come nell’indecisione che tutti noi abbiamo nello scegliere se i nostri pensieri – e magari anche i nostri sogni notturni – siano a colori o in bianco e nero. I suoi ritratti si manifestano nell’oscurità, non perché voglia inquietare col luogo comune del nero=tetro ma solo perché ha scelto una lavagna, nera, su cui scrivere i propri pensieri, un luogo dove far manifestare i suoi ricordi. La Gehl dipinge ricordi. Che siano scene o ritratti, a colori o meno, sono sempre ricordi, appannati e deformati da una memoria che cerca una forma fisica con cui apparire e raccontarsi. La semplicità del segno nero sul foglio bianco si radica e, complicandosi, diviene in Lei un vincolo pittorico che la porta a comporre i suoi neri e i suoi grigi con la cenere. Il medium pittorico assume una forma simbolica, una materia che porta con se i ricordi del passato. La simbologia del colore ora è fisica e non più una convenzione. Il nero è la semplificazione del linguaggio”.

“Il ciclo di opere di Nina Gehl in questa mostra – scrive nel catalogo Pino Molica– , ci restituisce con la sua rappresentazione la scansione della semplicità iniziata fin dal 1913 col quadrato nero su fondo bianco di Kazimir Malevič, “ordine-disordine” i possibili disordini soggettivi, connessi al proprio inter-io-re conscio in-conscio. Il lavoro della Gehl identifica l’Io col mondo attraverso il ri-tratto, i dipinti entrano in rapporto con l’arte moderna dove sussistono i sintomi di vita -morte-oltre la superficie, al di là, come la scintilla del corto circuito, acutissima dimensione interiore. Le opere creano un campo magnetico, immagini non definite, ma dilatate in onde dense e tempestose per il “soggetto riflesso nell’oggetto. Colore cupo dove i personaggi RITRATTATI si condensano in “Spettri“ esasperati dal nostro sguardo intenso-operando trasformazioni metamorfiche, passando da un universo invisibile al mondo del sogno in uno stato di coscienza fluttuante”.

“La sua produzione sembra muoversi fra gli effetti di due poli opposti; quello costituito dal ricorso al colore e quello in cui domina l’oscurità – scrive nel catalogo Davide Silvioli. Dunque, così come il pensiero, nel suo esercizio, ricucendone i nessi, si districa fra oblio e ricordo, la ricerca in campo pittorico dell’artista, nel suo insieme, intervalla esiti fortemente cromatici ad altri contrassegnati dalla netta prevalenza del nero. Al di là del colore, a porre un discrimine fra i due generi sono anche i materiali. A tal fronte, si noti la presenza della cenere, unita alla pittura a olio, nelle tele in nero. Per meglio capire la dinamica creativa che sovrintende la genesi di questi due filoni è opportuno segnalare che, sebbene differiscano tanto e i neri siano antecedenti, essi non sono posti in rapporto darwiniano, dove il secondo è un’evoluzione e una sostituzione del primo, ma sono sviluppati dall’autrice parallelamente.

In ordine cronologico, si hanno le opere in nero, dette dall’autrice Ash paintings (pitture di cenere) per l’impiego della cenere suddetta, risolta insieme all’olio tramite una stesura uniforme. Si tratta di tele affascinanti e inquietanti al contempo, caratterizzate da una superficie che, come il variare di un respiro, ora assorbe i soggetti fino all’inintelligibilità e ora li riconsegna alla superficie del riconoscibile”.

L’oscillazione dallo scibile al visibile – e viceversa – distingue la lettura di questa genealogia di lavori, che, alquanto magmatica, per essere fruita correttamente necessita di lunghe tempistiche di osservazione.

Una luce tenue causa le ombreggiature che, con delicatezza, definiscono le fisionomie degli incarnati, spesso solo approssimandoli nello sfumare. In tale ambiguità della fisiognomica risiede il mistero di cui questi dipinti sono forieri. I soggetti ritratti, invero, sono inseriti in una dimensione scevra di riferimenti di spazio e di tempo, giungendo a emancipare la figura umana da obblighi figurativi o meramente narrativi, per eleggerla, grazie alla pratica di una tecnica efficace e personale, a modello di una condizione trascendente”.

Nina Gehl applica una realtà spirituale mistica e poetica, dove ogni opera è realizzata per intrigare, appassionare e infine catturare la nostra attenzione. “La cancellazione degli occhi nei personaggi della Gehl crea indecisione nello spettatore – conclude il curatore della mostra –. Un gioco a volte sadico dove poter scegliere l’espressione e il sentimento che il soggetto ci sta riservando. Sguardi non espressi e storie umane aggressivamente accennate compongono la pittura di Nina Gehl, una donna che timidamente impone la sua carica scenica. Ed ora abbracciate i suoi ricordi”.

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