Roverbella si è riappropriata pienamente della memoria di Dante Bertini, uomo, poeta, pittore e capostipite di una famiglia di artisti. Sabato 23 novembre scorso si aprirà una bella e grande mostra presso Villa Custoza, a cura di Gianfranco Ferlisi e in collaborazione con Falcinella Arts.
Cinquanta opere preziose (dipinti e disegni) di questo grande concittadino, legato sempre alla sua terra d’origine ma, nella sua dimensione artistica, cittadino del mondo, permetteranno di sollevare il velo di un lungo silenzio.
Presentata mercoledì 13 novembre a Palazzo Cervetta di Mantova, l’antologica e la pubblicazione dedicata all’artista roverbellese; con la partecipazione dell’assessore alla cultura del Comune di Roverbella, Luca Brentegani – gli autori del libro, Bruno Bertolaso e la moglie Paola – il sindaco di Oppeano Veronese, Luca Faustino – il cratore e critico d’arte prof. Gianfranco Felisi, collegato online.
Il pittore era nato a Roverbella il 17 luglio 1878 e aveva lasciato le vicende di questo mondo nel 1944. Parallelamente alla mostra, nel contesto del vernissage, sarà presentata una approfondita biografia curata da Bruno Bortolaso e da Paola Begnini, uno studio documentatissimo, con una sorta di talk show animato da Luca Brentegani.
Il paese, grazie al Gruppo di Ricerca e Tutela della Storia Roverbellese, ha creato così, a ottant’anni dalla scomparsa dell’autore, un’occasione incomparabile di riscoperta della sua personalità. Ci smarriremo nella bellezza dei dipinti dell’autore, per scoprire i dettagli di una pittura in cui sempre si manifesta il respiro di ogni alito di vento, l’unicità di ogni albero, di ogni pietra, di ogni gesto, di ogni volto dell’umana passione. Le opere (ma anche i suoi testi poetici) saranno esperienze memorabili, in grado di catturare lo sguardo e la riflessione.
Se un libro ha dato nuova vita al poeta, la mostra, parallelamente, farà conoscere il pittore. Perché Dante fu un grande pittore. Portò, infatti, sempre con sé, in ogni manifestazione della sua creatività, le sue radici, permeate dai riverberi delle acque e dall’odore dei campi, dei prati stabili, del fieno appena sfalciato e dallo stallatico delle corti agricole.
Oltre l’accademico purovisibilismo, Bertini ricercava in pittura ideali corrispondenze tra mondo oggettivo e sensazioni soggettive, quelle che si materializzavano nella rappresentazione di paesaggi umili e vibranti e in ritratti in grado di restituire la pienezza del sentire e gli atteggiamenti dell’animo della persona raffigurata.
A Villa Custoza si paleseranno, agli occhi di tutti, opere in cui il racconto della vita, ricca o modesta che fosse, si scioglieva nella grazia del colore. In conclusione, l’evento è una incisiva rimembranza della sua vita, della sua poesia, e una testimonianza della sua arte. Roverbella ha creato, infatti, un appuntamento culturale di qualità e di forte impatto emozionale, capace di arrivare alla mente e al cuore di tutto il pubblico intervenuto.
DANTE BERTINI
L’uomo, il poeta, il pittore e una famiglia di artisti
Mostra a cura di Gianfranco Ferlisi
Castiglione Mantovano di Roverbella (Mn), 17/07/1878
Alpiolo di S. Maurizio d’Olpaglio (No), 07/07/1944
Bravo, autentico, singolare, e senza paura di confrontarsi con gli orizzonti più audaci del suo tempo: una serie di aggettivi che rendono, e forse in maniera riduttiva, il profilo di Dante Bertini e ne qualificano l’opera, cioè quella che si può definire di un’avventura molto speciale, fatta di talento, di ricerca ostinata e costante, e, anche, di solitudine. Originali e sempre meditate furono le scelte stilistiche, la maniera di recepire e di mettere a fuoco le suggestioni provenienti da altre aree culturali: quella milanese, quella veronese e, ovviamente, quella mantovana.
Quello che porta l’artista ad esprimere appieno il suo talento, soprattutto dagli anni Venti, è il desiderio autentico di indagare, di immergersi nella natura, di ascoltarne l’energia invisibile e pulsante, per trasferirne l’essenza in ogni pennellata, in ogni tessitura cromatica: ed ecco su una linea naturalistica assolutamente inedita, un universo in cui il tempo intimo della ideazione non è mai una eccitazione incontrollata, un dato della pura emotività. Nell’atto creativo che ne scaturisce, la possibilità davanti al reale si trasforma in un’occasione feconda di trasformazione pittorica.
Da queste premesse qualitative derivano le ragioni della rassegna roverbellese, che presenta finalmente, con una eccezionale riscoperta, la figura di Dante Bertini e le stagioni del suo lavoro, dagli inizi del Novecento al 1944.
Dante Bertini era nato a Castiglione Mantovano il 17 luglio 1878 da una famiglia di insegnanti elementari che vinsero il concorso per l’insegnamento in quella frazione dal 1876 per almeno due anni scolastici. La famiglia si era poi trasferita a Ca’ degli Oppi, nel comune di Oppeano (Vr), quando Dante aveva meno di due anni.
E, purtroppo, la parabola di vita di Dante fu breve. La morte lo colse prematuramente, da sfollato, il 7 luglio 1944, nella casa dei suoceri della figlia Beatrice, quando ancora sull’Italia infuriavano gelidi venti di guerra.
È il caso di sottolineare che, se Roverbella può finalmente riappropriarsi dopo un lungo oblio della memoria di questo grande concittadino, legato sempre alla sua terra d’origine ma, nella sua dimensione artistica, cittadino del mondo, lo si deve a una congiuntura del tutto imprevedibile, avviata quando, nel settembre 1994, fu scritto da Bruno Bortolaso un volume (“Dante Bertini la vita, i pensieri, le poesie, le parole, i dipinti”) che ne celebrava soprattutto l’oggettivo talento letterario.
A quei tempi l’artista, dopo un silenzio di cinquant’anni, era stato ormai pressoché dimenticato. Eppure, inaspettatamente, si aprì un varco nelle crepe delle tante microstorie nascoste e la voce di Bertini, col suo dialetto ruvido e polemico, coi suoi versi né consolatori né rasserenanti, cominciò a parlare una lingua senza tempo, con toni forti e sfumature inedite, con narrazioni vivaci e audacemente originali.
Dante Bertini era nato a Castiglione Mantovano il 17 luglio 1878 da una famiglia di insegnanti elementari provenienti da Nogarole Rocca che vinsero il concorso per l’insegnamento in quella frazione dal 1876 per almeno due anni scolastici.
La famiglia si era trasferita a Ca’ degli Oppi, nel comune di Oppeano, quando Dante aveva meno di due anni. E, purtroppo, la parabola di vita di Dante fu breve: la morte lo colse prematuramente, da sfollato, il 7 luglio 1944, nella casa dei suoceri della figlia Beatrice, quando ancora sull’Italia infuriavano gelidi venti di guerra.
Il testo di Bortolaso riportava, dunque, alla vita il poeta, mentre ancora restava in ombra il pittore. Perché Dante fu, soprattutto, un grande pittore. Nella prefazione al volume citato, Alessandro Mozzambani, un grande critico d’arte, la cui fama aveva oltrepassato i confini veronesi e non solo, aveva inquadrato l’autore a cominciare dal momento in cui, dopo essere giunto a Milano, nel 1901, da pittore, appunto, aveva manifestato una parallela verve poetica. Mantova non colse l’occasione, in quel piccolo evento di trent’anni orsono: la figura del roverbellese restò estranea alla sensibilità della critica virgiliana, spesso ripiegata sui suoi miti antichi e ricorrenti, incastonati nell’abitudine.
Ora, finalmente, la prospettiva è cambiata: la figura e la personalità d’artista di Dante Bertini emerge, in tutta la sua rilevanza: cinquanta selezionatissime opere restituiscono la dimensione della sua disciplina artistica e la rassegna lascia comparire un flusso immaginifico che trascende il momento passato per trasmettere un senso ultra-temporale artistico e poetico.
Si chiedeva, nel 1994, Alessandro Mozzambani, sempre nella sua dotta prefazione al volume, se Bertini fosse stato prima pittore e poi poeta oppure entrambe le cose. La risposta risulta evidente: se Angelo Dall’Oca Bianca (Verona, 1858 -1942) suggerì ai genitori di farlo studiare all’Accademia Cignaroli di Verona, e se in questa istituzione Dante frequentò i corsi per due anni (per poi perfezionarsi nello studio di Angelo Dall’Oca Bianca) non possiamo che constatare una giovanile e naturale disposizione artistica che lo portò, con determinazione, a disegnare e a dipingere.
E l’impulso creativo arrivò: a poco più di vent’anni aveva esordito con successo nella Mostra Nazionale di pittura di Verona. Per Dante quel debutto fu la prima ed ultima uscita, da pittore mantovano-veronese, nella sua città d’adozione. Dopo qualche mese, appunto, si trasferì a Milano. Apparteneva a quella generazione mantovana che, con felice espressione, è stata identificata nei pittori che facevano spola dal “Mincio al Naviglio”: la generazione di Vindizio Nodari Pesenti, di Giuseppe Guindani, di Alfonso Monfardini, di Mario Lomini, di Giovanni Minuti, di Mario Moretti Foggia, di Archimede Bresciani e di Enos Passerini.
Dall’Oca Bianca e poi Previati e Segantini, col loro carico di simbolismo mistico, lo influenzarono e lo traghettarono, inizialmente, verso un linguaggio pittorico denso di echi tardoromantici, preraffaelliti e scapigliati, in cui l’espressione dei sentimenti si misurava con alcune delle sfide cruciali con cui gli artisti si confrontavano agli albori della modernità: rappresentare la luce (con la dolcezza di colori che si sciolgono nell’indefinitezza del Piccio), interpretare le suggestioni della musica, dipingere il ritmo e il dinamismo, dare forma agli stati d’animo poetici…
Dopo la Grande Guerra Bertini, a Milano, prese presto una strada alternativa. Se inizialmente indagava il superamento del purovisibilismo impressionista, alla ricerca di corrispondenze tra mondo oggettivo e sensazioni soggettive, la successiva vena tardo scapigliata e neo tonalistalo portò a trovare un’identità stilistica nella rappresentazione di paesaggi umili e vibranti. Accentuò il vigore della tavolozza. Recuperò una attenzione inedita nello sfumare le forme in più dense e solide macchie d’impasti di colore. Questa tecnica dava certo l’idea del “non finito” e dell’incerto, quasi a voler rappresentare la sfiducia e l’ambiguità che si andava vivendo in quegli anni sospesi, ma senza le timidezze cromatiche giovanili. Le emozioni, sempre più sottoposte al confronto con le materie della rappresentazione, furono costrette a calarsi nella corposità della macchia, nella grevità del gesto e del segno. Il dipinto si trasformava così in un prodotto di raccoglimento, che nello studio si accresceva dei dati del disegno e degli schizzi en plein air.
L’esigenza del pittore diventò allora quella di coniugare forma, percezione della natura e invenzione. Le connotazioni di carattere quotidiano, ramificate come nell’albero della cuccagna, da descrittive e simboliste si trasformarono in soluzioni meno edulcorate e sbiadite e più auto significanti.
Bertini si muoveva ora alla ricerca di un difficile equilibrio tra natura, e macchia, evitando le suggestioni dell’una e dell’altra, che lo avrebbero portato inevitabilmente a sacrificare una parte importante della sua pittura all’elemento illusionistico o simbolista. Nascono così paesaggi in cui la forza delle sue radici roverbellesi, permeate dai riverberi delle acque e dall’odore dei campi, dei prati stabili, del fieno appena sfalciato e dallo stallatico delle corti agricole, danno autenticità alla riflessione e alla memoria.
Contemporaneamente emergevano i ritratti a comprovare opere così vigorose da consentire al riguardante, grazie all’inusitata morbidezza cromatica, di immaginare la pienezza del sentire e gli atteggiamenti dell’animo della persona raffigurata. Non sono ritratti legati alla mondanità borghese, come nei casi dei più affermati pittori milanesi. All’interno di questa categoria spesso l’autore non arriva nemmeno alla conclusione pittorica e il ritratto preferisce la spontaneità dell’approdo in un disegno (a lapis o a carboncino) in grado di cogliere, con estrema immediatezza, l’intima natura dei sentimenti, che prendono forma e sostanza volumetrica con la semplicità elementare del segno. Al di là dell’innato virtuosismo, è l’attenzione a cogliere l’umanità nascosta quella che restituisce i volti e che coglie il riflesso di una bellezza intuita più che conosciuta: è il riconoscimento di un frammento di umanità comune nel volto dell’altro, in una relazione antica che non contempla l’uso della fotografia.
Ma torniamo al suo paesaggismo tonale. La messa a punto di una più matura e autonoma pittura si andava caratterizzando in una pennellata nervosa e indipendente. Nei suoi paesaggi, come nei ritratti, emergeva un legame costante con la natura della Padania, dove i colori e le atmosfere si mescolavano ai languori delle brume e delle foschie locali. Parallelamente, nei disegni e nelle stampe, l’artista sembrava voler ancora duellare con le soluzioni descrittive e vedutistiche del suo antico maestro: Angelo Dall’Oca Bianca.
Le sue opere, fedeli a una ricerca meticolosa del dettaglio, tra l’impeto della macchia e la delicatezza di studi sul post–impressionismo, ripudiavano gli “ismi”. Come molti artisti della nostra Italietta, anche Bertini ambiva però a rifarsi alla grande scuola dei nostri antichi maestri. Forma, colore e solidità del disegno erano la sua parola d’ordine. In fondo, qualche anno dopo, si trovò coerente alle declinazioni novecentesche, tese a ritrovare una remota e severa compostezza italica, sempre più scevra d’esuberanze, di civetterie tecniche e di inutili virtuosismi.
Il paesaggio, nel frattempo, diventava sempre più protagonista silenzioso e contemplativo. Dante Bertini, attraverso la pittura continuava ad esplorare e trasfigurare la realtà, con una sensibilità poetica densa di delicatezza, riuscendo a fondere natura e introspezione. Il suo legame con la pianura mantovana e veneta e il mondo rurale rimasero sempre una costante ispirazione, anche dopo il trasferimento a Milano, dove, con il suo pennello, continuò a evocare le immagini delle sue terre.
Bertini partecipava comunque attivamente alla vita artistica milanese, contribuendo alla sua crescita culturale attraverso la Famiglia Artistica di Milano, mantenendo però sempre vivo, con i suoi colori e le atmosfere, il richiamo ai luoghi del cuore. Quanto ai toni, il piano sequenza sulla pittura osservava il pennello intingersi ancora nel tenue azzurro lombardo del cielo e nei bruni estratti dalle terre limacciose, nelle essenze di giunchiglie e nel profumo della tavola contadina.
Resta sempre, insomma, nelle opere di Bertini, il racconto della vita, ricca o modesta che sia, che si scioglie sul colore e si distende nelle forme. Sono dipinti “col chiaro di luna nel cuore”, perché nei racconti celati dietro le immagini, ogni opera di questo artista è come l’inizio di una favola infinita, in cui si può entrare e uscire, si può semplicemente immaginare o scoprire qualcosa di sé stessi, fermandosi per un momento ad afferrare ciò che nella vita frenetica di tutti i giorni (soprattutto quelli attuali) continua e sfugge.
Oggi, in questo novembre 2024, la mostra Dante Bertini – L’uomo, il poeta-pittore – Una famiglia di artisti rappresenta, a ottant’anni dalla sua scomparsa, un’occasione incomparabile di vera riscoperta, che permette d’inoltrarci nelle molteplici sfumature della sua personalità. E forse la bellezza dei suoi dipinti ci consente finalmente di comprendere i valori più autentici di questo artista/poeta: la semplice quotidianità della sua esistenza e la sua capacità di restituirci il respiro di ogni alito di vento, l’unicità di ogni albero, di ogni pietra, di ogni gesto, di ogni volto della sua umana passione. In sostanza, in un mondo complicato in cui tutto quanto ci sfugge appena si gira lo sguardo, in cui continuamente ci si distrae e ci smarrisce. Le opere di Dante Bertini diventano così preziose, perché ci inducono a non ignorare le più piccole scoperte dello sguardo e del pensiero, quelle che a volte, colpevolmente, lasciamo sparire senza poterle mai più raggiungere.
E, alla fine, questa mostra, se ne sapremo cogliere fino in fondo il messaggio, ci aiuterà a sciogliere quell’ipotetico e falso dubbio su Bertini artista e Bertini poeta. Poesia e pittura, e non solo in questo artista, da sempre, come forme d’arte, si fondono e si compenetrano, non sono mai da considerarsi assolutamente un binomio in alternativa: non c’è vero artista che non sia un autentico poeta e non c’è grande poeta che non sappia regalarci straordinarie immagini d’arte.
































