Mantova celebra ENZO NENCI alla Rotonda di San Lorenzo con la mostra DILEXIT NOS: un viaggio nell’arte e nella spiritualità

ARTE

Nell’anno giubilare 2025 dal 20 settembre al 20 ottobre, un viaggio nella spiritualità attraverso le sculture sacre del maestro

MANTOVA – Sabato 20 settembre alle ore 10:00, presso la suggestiva cornice della Rotonda di San Lorenzo a Mantova, sarà inaugurata la mostra “Dilexit nos”, dedicata alle sculture sacre di Enzo Nenci (1903–1972).

L’iniziativa è realizzata con il patrocinio del Comune di Mantova e con la collaborazione e il sostegno del Liceo Artistico “Giulio Romano”, dell’Associazione per i Monumenti Domenicani, Sironi Coperture e Banca BCC di Rivarolo Mantovano.

Nenci – Bonzi in preghiera

La presentazione sarà curata da Massimo Pirotti, i presenti saranno poi allietati con un intermezzo musicale del maestro Paolo Ghidoni che si esibirà per l’occasione con il suo magico violino interpretando BACH. L’esposizione resterà aperta al pubblico fino al 20 ottobre 2025.

Nei codici poetici di Enzo Nenci, la scultura diventa “preghiera muta e canto severo”: una poesia scolpita che interroga la memoria degli uomini e, al tempo stesso, celebra la loro fragile e irriducibile grandezza.

Enzo Nenci – Il respiro silenzioso della forma e dello spirito

di Massimo Pirotti

Nenci – La pietà

Dinamismi tormentati, corpi abbandonati ma ancora percorsi da un’energia interiore che li sottrae all’inerzia della morte. Nel linguaggio scultoreo di Enzo Nenci (1903–1972) la materia si fa voce, e la voce diviene canto silenzioso. Nenci non modella semplicemente la superficie: egli interroga la sostanza profonda della materia, fino a farne affiorare un palpito di vita. Le sue figure, austere e raccolte, custodiscono un equilibrio di forza e delicatezza, di peso e di respiro, come se in esse abitasse una memoria antica e insieme attualissima.

Il suo sguardo affonda nella tradizione classica, ma non vi si arresta: la attraversa, la rinnova, la trasfigura in una lingua plastica sobria, essenziale, capace di parlare con dignità universale. Le masse compatte, la tensione dei volumi, la grazia contenuta dei gesti testimoniano una ricerca che non cede all’ornamento, ma cerca l’essenza.

Nenci Albero della vita

Nenci scolpisce come chi compone una preghiera: ogni curva è un atto di devozione, ogni vuoto un’intercapedine di silenzio, ogni volto un enigma di umanità. La sua opera non è mai mera rappresentazione, bensì rivelazione di ciò che non si vede: la dignità del lavoro, la fragilità dell’esistenza, la nobiltà dell’animo.

Tra le sue importanti opere di questa suggestiva esposizione troviamo L’Albero della Vita 1950, scultura in bronzo policroma in cui la materia viva e vibrante, è modellata in un dinamismo ascensionale: tre figure (Cristo e i due ladroni), dai corpi vigorosi e allungati, si protendono verso l’alto, quasi a voler spezzare i vincoli che li imprigionano al tronco da cui sembrano nascere. Le braccia levate, tese verso un ideale di liberazione, conferiscono alla composizione un ritmo verticale, che culmina nell’abbraccio con il “foliato” apice dell’albero, evocazione della vita che germina e si rinnova.

Nenci – Il Nazzareno

Il corpo di Cristo ne La Pietà, sebbene privo di vita, non appare esile ma denso, con i muscoli e le forme suggerite sotto i panneggi. Nenci non si sofferma sull’anatomia drammatica, ma preferisce una resa più spirituale, quasi eterea. L’interazione tra le due figure è il fulcro emotivo dell’opera. Maria sostiene il corpo di suo figlio in un abbraccio finale e disperato, creando una linea visiva che guida l’occhio dello spettatore dall’alto verso il basso, dalla testa china della madre al corpo disteso del figlio.

Bonzi in preghiera (1955), Enzo Nenci plasma il bronzo in una forma raccolta e compatta, dove i corpi dei monaci si uniscono in un’unica massa solida, quasi fossero scolpiti da un blocco primordiale. Le figure, prive di lineamenti definiti, si inclinano in un gesto comune che trascende l’individualità, trasformandosi in un emblema universale di raccoglimento e di fede.

Il Nazareno raffigurante volto di Cristo, reclinato e assorto, si offre allo sguardo con la delicatezza di un pensiero non detto: negli occhi socchiusi e nel profilo teso si leggono insieme la mestizia e la quieta grandezza di chi porta il peso del mondo.

Vi è in quest’opera una bellezza austera e misericordiosa: la torsione del capo, lieve ma intensa, non parla di dolore soltanto, bensì di compassione, di una forza che nasce dall’abbandono e dalla fede. La luce che accarezza la superficie calda e dorata non illumina un semplice busto, ma pare rivelare un’anima che arde ancora, sospesa tra terra e cielo.

Nella serie Stalattiti e Stalagmiti la verticalità non è solo crescita, ma danza: un fluire continuo, un intreccio di corpi e radici, un palpito vitale che sfida l’immobilità del bronzo. In queste sculture, la lentezza geologica del formarsi naturale si fonde con l’urgenza lirica del gesto artistico. Stalattiti e stalagmiti diventano così metafore di un eterno dialogo tra la gravità della terra e il desiderio del cielo, tra l’immutabile e il fragile, tra la pietra e l’uomo.

Nei codici poetici di Enzo Nenci, la scultura si fa preghiera muta e canto severo, una poesia materica che interroga la memoria degli uomini e, nello stesso tempo, la loro fragile, irriducibile grandezza.

ENZO NENCI

Mirandola, 28 aprile 1903 – Virgilio, 10 marzo 1972

Scultura in bronzo rappresentante un busto maschile con tratti distintivi, esposta su una base nera, evidenziando il lavoro di dettaglio dell'artista.

Nato da Giuseppe, musicista di origine toscana e direttore della banda municipale di Mirandola, seguì il padre ancora bambino a Ferrara, allorché egli venne designato a dirigere la banda della città: e a Ferrara vivrà fino alla Seconda guerra mondiale, trasferendosi quindi in Lombardia. Seguendo le direttive paterne, si diploma in setticlavio, partecipando come violoncellista ad alcuni concerti, ma la forte passione per la modellazione della creta lo prende in modo sempre più acceso e convince i genitori a fargli frequentare come allievo privato un paio di studi di scultori.

Apprende così i segreti della tecnica plastica studiando a Firenze nell’atelier di Ezio Ceccarelli, ma anche in quello di Arnaldo Zocchi, cugino della madre: si tratta di due valenti scultori accademici, alieni sia dalle stilizzazioni liberty che dalle suggestioni delle avanguardie, dal mestiere comunque impeccabile nel lavorare il marmo o nel patinare bronzi e terrecotte. Alla fine del 1924 Nenci apre così il primo studio di scultura, attività che lo vedrà impegnato per circa mezzo secolo: esordirà nel 1925 in una collettiva regionale allestita presso il Castello Estense di Ferrara.

Scultura in bronzo rappresentante una figura umana che tiene una croce, con dettagli di texture sulla superficie e posizionata su una base bianca.

Le sue prime opere risentono del “ritorno all’ordine” propugnato dal Novecento, nell’esercizio del ritratto ideale (quello alla quattrocentesca Parisina), nei soggetti sacri e danteschi o in quelli di taglio simbolista. Il giovane Nenci subisce altresì l’influsso del grande statuario milanese Adolfo Wildt. È questo il caso di due sculture conservate presso la Galleria Civica d’Arte Moderna di Copparo: il marmoreo e vibrante Lamento del cieco (già appartenuto alla celebre collezione Mattozzi) e una Pietà, alla quale si ricollega direttamente la scultura ora nella Raccolta Assicoop Modena&Ferrara.

Scultura in bronzo di Enzo Nenci che rappresenta un corpo inginocchiato, con una forma stilizzata e avvolgente. L'opera evoca una sensazione di introspezione e spiritualità, evidenziando delicatezza e forza attraverso il suo design.

L’opera della Galleria Civica è un gesso patinato, datato 7927 nel catalogo delle opere di Nenci presentato da Giorgio Di Genova, che presenta le figure intere della Madonna e del figlio morto, mentre la terracotta della Raccolta Assicoop raffigura soltanto il busto della madre dietro quello del figlio, idealmente intento a sorreggerlo: si tratta, quindi, di una prima idea dell’opera nel museo di Copparo, come conferma il curioso copricapo della Madonna, letteralmente identico in entrambe le sculture, i lineamenti dei modelli, la delicata modellazione del pur diverso materiale. Nel caso della scultura ora all’Assicoop – sorta di frammento dell’altra, come usava fare un altro scultore ferrarese del tempo, il sodale Arrigo Minerbi – è accentuato il sapore drammatico della figura del Cristo, per volersi avvicinare maggiormente all’espressionismo “wildtiano” e a un piccolo busto cristologico collocato da Nenci su una cappella del cimitero della Certosa di Ferrara. Pur non firmato, il gruppo fittile è sicuramente opera autografa di Nenci, una “prima idea” sul tema, come conferma la nuora dello scultore, Teresa Noto Nenci, la quale ci segnala un’altra versione della Pietà di Copparo, un bronzo in suo possesso con lievi, ulteriori varianti nella postura dei piedi e nel basamento, mentre una copia in marmo, appartenente ad una collezione di Adria, presenta misure leggermente diverse rispetto alle altre di Nenci. Nell’insistere su questo particolare tema iconografico negli anni Venti lo scultore mirandolese (ma ferrarese di elezione) si colloca perfettamente nella temperie dell’epoca, collegandosi alle Pietà modellate in quel periodo dal modenese Ermenegildo Luppi (per i cimiteri di Brescia e di Francavilla al Mare) o dal polesano Virgilio Milani (una composizione marmorea nel cimitero di Rovigo), ma soprattutto ad un celebre esempio fiorentino. Nel 7924 era stato infatti bandito il concorso per un “monumento alla madre italiana”, da collocare nella basilica di S. Croce, in una cappella votiva in memoria dei caduti della grande guerra: lo vinse Libero Andreotti proponendo per l’appunto una perfetta Pietà, non necessariamente neo-michelangiolesca e sconfiggendo l’agguerrito Romano Romanelli.

Scultura in bronzo di Enzo Nenci, rappresentante una figura stilizzata seduta con un cappello conico, esposta alla mostra "Dilexit nos".

Una rielaborazione in chiave laica di questi temi Enzo Nenci svolgerà quindi nella bronzea e icastica Mater dolorosa, della quale si conservano esemplari sia nella Galleria Comunale d’Arte Modera e Contemporanea di Ferrara che presso il “Museo del Novecento” a Milano: il modello in gesso della dolente composizione è invece presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Latina. Negli anni Trenta Nenci abbandonò le suggestioni “alla Wildt” per esercitarsi sul tema della figura, risolta con geometrizzazioni dèco e talora un po’“littorie”: si pensi al grande angelo collocato sulla tomba dell’ex ministro Rossoni nel cimitero di Tresigallo, al monumento in onore dell’aviatore Bombonati, posto nel ferrarese borgo di San Giorgio, al Monumento ai Caduti di Cona, alla grandiosa fontana con bassorilievi dinanzi al Municipio di Copparo: forse il suo capolavoro in tal senso resta il bellissimo monumento all’aviatore Ivo Oliveti, destinato all’omonimo villaggio della Libia ma oggi conservato presso l’Istituto d’arte“Palma” a Massa, in Toscana, assieme ad un pregnante monumento a Baracca, ugualmente in marmo. In quel periodo Nenci continuò ad esporre (7932, 1933, 1934, 7935, 7937, 7939), spesso nelle collettive presso il Castello Estense, ritrovandosi a fianco dei migliori artisti ferraresi ed emiliani del tempo, ebbe studio nel cinquecentesco palazzo Mazzucchi di piazza Ariostea, insegnò per un breve periodo nelle scuole professionali di Ferrara. Trasferitosi definitivamente a Mantova, lo scultore mirandolese rimase intimamente legato a talune suggestioni del periodo ferrarese, come stanno a dimostrare alcuni significativi episodi: la fittile scultura Ultimi momenti di lotta venne acquistata dal professor Mantovani nel 7952 appena eseguita, anche se tutti gli studiosi l’hanno datata agli anni Trenta; il Cristo morente in terracotta, posta nel 7954 sulla tomba della Principessa di Montenevoso al Vittoriale sembra in effetti ancora assimilabile ad opere come le tante Pietà; la marmorea Testa di donna dagli occhi chiusi del 1955 (Ferrara, Galleria Civica d’Arte Contemporanea) risulta un intelligente omaggio-rilettura alle sculture del rinascimentale Laurana; il ritratto ideale di Isabella d’Este del 1962-63 è vicino a quello giovanile di Parisina Malatesta.

Scultura bronzea di Enzo Nenci che raffigura due figure umane, unite in un gesto di elevazione. La superficie presenta segni di lavorazione artigianale, esprimendo un dinamismo e una connessione spirituale tra i soggetti.

Nell’estremo periodo mantovano Nenci riuscì però nella serie delle stalagmiti-stalattiti e dei cosiddetti “orientali” a liberarsi di orpelli decorativi, di una figuratività forzata, per raggiungere esiti neo-avanguardistici, rivelando una forza espressiva di rara intensità, quasi informale, che lo hanno fatto giustamente considerare fra i migliori esponenti della scultura in terra gonzaghesca negli anni Sessanta-Settanta.

Riferimenti bibliografici: Giorgio Di Genova, Enzo Nenci 1903-1972. Quaderno delle opere, Mantova, 2012. Lucio Scardino (2023)

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.