GOITO – C’è un filo invisibile che lega la tavola al potere, il territorio alla geopolitica, la cooperazione alla sicurezza internazionale.
È su questo filo che si è mosso l’incontro “Equilibri di gusto: il cibo fra politica e territorio”, ospitato venerdì 17 ottobre in piazza Gramsci a Goito nell’ambito della 28ª edizione della Fiera del Grana Padano dei Prati Stabili, organizzato da Confcooperative Mantova.
Dopo l’introduzione del Presidente di Confcooperative Mantova, Fabio Perini, che ha ricordato come il momento di riflessione cadeva nella giornata internazionale per la lotta alla povertà e come il giorno precedente si fosse celebrata la giornata mondiale dell’alimentazione si è aperto un dialogo intenso e attuale, che ha visto come protagonisti Gabriele Pinosa e Francesco Piacitelli di GO-SPA Consulting, uniti dall’obiettivo di riportare il cibo al centro del discorso pubblico, non solo come bene di consumo, ma come fattore strategico, culturale e politico.
Il cibo come arma e come linguaggio di potere
Nell’intervento dal titolo emblematico “(In)sicurezza alimentare: una frontiera della guerra ibrida”, Pinosa e Piacitelli hanno tracciato un quadro lucido e inquietante di come l’alimentazione, oggi, sia diventata una leva geopolitica capace di incidere sugli equilibri globali.
Riprendendo la celebre lezione di Sun Tzu, lo stratega cinese che già nel V secolo a.C. individuava nella fame un’arma di guerra, è stato mostrato come la gestione del cibo e delle risorse agricole possa essere usata per piegare intere popolazioni, manipolare mercati e consolidare sfere di influenza.
Le crisi di Gaza e dell’Ucraina sono, in questa prospettiva, due casi emblematici. Nel primo, la privazione di aiuti umanitari e risorse alimentari viene utilizzata come strumento di pressione politica e militare; nel secondo, la distruzione delle infrastrutture agricole e dei porti sul Mar Nero ha generato effetti a catena sui mercati globali, contribuendo a una nuova ondata di insicurezza alimentare.
«La fame – ha sottolineato Piacitelli – è una forma di coercizione sottile ma devastante. Controllare il cibo significa controllare la sopravvivenza, e dunque il futuro dei popoli».
Norme internazionali e fragilità globali
È stato poi ricordato come la Risoluzione 2417 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riconosca ufficialmente l’uso della fame come crimine di guerra. Eppure, i dati mostrano un quadro drammatico: oltre 730 milioni di persone nel mondo soffrono la fame, mentre 2,8 miliardi non riescono ad accedere a una dieta sana.
Una cifra che, oltre a raccontare la fragilità delle catene agroalimentari, evidenzia anche la debolezza delle istituzioni globali nel garantire il diritto universale al cibo, sancito dai trattati internazionali ma violato sistematicamente nei teatri di guerra e nelle crisi economiche.
L’intervento si è chiuso con un richiamo di Pinosa alla resilienza della filiera agroalimentare, in particolare di quella lattiero-casearia, che in Italia rappresenta un pilastro economico e identitario. Innovazione, sostenibilità e cooperazione — ha sottolineato — devono diventare le parole chiave per affrontare un’epoca segnata da guerre, cambiamenti climatici e tensioni commerciali globali.
Il cibo, ha osservato, è anche un linguaggio del territorio, capace di raccontare le comunità e le loro relazioni con l’ambiente. Le produzioni tipiche — come il Grana Padano dei Prati Stabili, simbolo di una zootecnia rispettosa della biodiversità — diventano così strumenti di coesione sociale e diplomazia del gusto, in grado di valorizzare i territori e generare economia diffusa.
«Ogni prodotto locale – ha detto – è il risultato di una scelta politica, di un equilibrio fra risorse, conoscenze e cultura. Difendere una filiera significa difendere una visione del mondo basata sulla cooperazione e sulla solidarietà, non sulla competizione e sulla scarsità».
Il gusto come chiave di consapevolezza
L’incontro di Goito ha mostrato come il cibo possa essere, insieme, strumento di dialogo e di conflitto. Ma se nel contesto globale l’alimentazione è sempre più spesso terreno di scontro, a livello locale può ancora rappresentare un ponte tra comunità, economia e ambiente.
Rimettere il gusto al centro delle politiche significa, in fondo, recuperare una forma di consapevolezza collettiva: comprendere che ciò che mangiamo non racconta solo di noi, ma del mondo in cui viviamo e che vogliamo costruire.




