GAZOLDO DEGLI IPPOLITI (MN)- La primavera 2026 porta al MAM un nuovo progetto, realizzato in collaborazione con IAGA Contemporary Art, sul tema “Multiversi”, che prosegue le tematiche care alla programmazione del MAM: la difesa e la protezione degli esseri viventi, l’elogio della intelligenza manuale degli artisti, con un’attenzione dedicata ai più giovani.
I protagonisti della mostra che si apre nella Sala della Musica del MAM sabato 18 aprile alle ore 18.00, a cura della direttrice del MAM Paola Artoni, sono Pierluca Cetera e Nicola Vinci, artisti pugliesi dal profilo internazionale.
La mostra, accompagnata da un catalogo pubblicato per l’occasione in tiratura limitata, resterà aperta al pubblico sino al 7 giugno, a ingresso libero, lunedì, mercoledì e venerdì dalle 10.00 alle 13.00; martedì dalle 10.00 alle 17.00; giovedì dalle 15.00 alle 18.00, sabato e domenica su appuntamento: tel. 0376.657141 interno 205. L’evento è in collaborazione con l’Associazione Postumia.
Pierluca Cetera nasce a Taranto nel 1969 e si forma all’Accademia di Belle Arti di Bari. La sua attività espositiva inizia nel 2000 con mostre personali in spazi privati e pubblici e con progetti collettivi. Nel ciclo pittorico “Inner Sounds”, gli animali assumono il ruolo di forme arcaiche, silhouette leggibili anche come alter ego delle figure umane: “Le figure umane sono giacenti, con gli occhi chiusi, mentre gli animali sembrano apparizioni tangibili e attive di quei sogni: un bestiario simbolico che si può leggere come metafora delle relazioni umane”.
Nicola Vinci nasce a Castellaneta (TA) nel 1975 e si laurea all’Accademia di Belle Arti di Bari. Vive e lavora a Verona. Con il ciclo fotografico “L’istruzione delle api” dedica il suo lavoro agli animali, aprendo una finestra sulla loro socialità, esemplare per coesione ed empatia: “I protagonisti di questa rappresentazione sono i bambini: tutto è raccontato tramite simboli, dettagli, a volte più evidenti talvolta minutissimi e nascosti. La visione dell’infanzia è sostanzialmente una dimensione dell’anima: lontana anni luce dai cliché pubblicitari, diventa invece la rappresentazione dei drammi e della fragilità dell’umanità e gli sguardi si fanno ora consapevoli, ora sfuggenti, talvolta persino negati”.
Paola Artoni
Direttrice del MAM di Gazoldo degli Ippoliti
“L’esistenza di un solo universo non basta a spiegare tutte le caratteristiche di quello in cui viviamo”.
Tom Siegfried, The Number of the Heavens
Nel caos di un mondo in fiamme, gli artisti accendono una lampada attorno alla quale ci invitano a sostare e a riflettere e, anche se tutto sembra indifferente alla loro voce, gli artifex continuano a dipanare pensieri e immagini. Con questa consapevolezza culturale e sociale, nel 2025 il MAM ha prodotto e accolto un ciclo di esposizioni d’arte contemporanea dedicate ai diritti umani (in particolare ai trenta articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani), alle nuove generazioni e all’intelligenza manuale (per la quale abbiamo coniato la sigla “IM”). Queste tematiche sono talmente sostanziali che non potevano certo interrompersi nel 2026. Ecco allora la decisione di soffermarsi sulla tutela dell’ambiente, intesa in senso ampio sia come difesa del pianeta, sia come protezione dell’essere umano e dei suoi diritti (la tredicesima edizione Biennale d’arte del MAM sarà dedicata al tema dell’Homo Botanicus), e di continuare a elaborare progetti sull’intelligenza manuale, ovvero la creatività umana che si esprime oltre la tecnologia, tramite le antiche tecniche artistiche trasmesse ai più giovani (in particolare il disegno). In questo contesto, la collaborazione con IAGA Contemporary Art sul tema “Multiversi” appare perfettamente in linea sotto tutti questi punti di vista: come espressione della difesa e della protezione degli esseri viventi, come elogio della intelligenza manuale degli artisti e come attenzione dedicata ai più giovani.
I protagonisti del progetto “Multiversi” sono Pierluca Cetera e Nicola Vinci: entrambi hanno scelto la figurazione per dare forma alle loro riflessioni sulla contemporaneità, il primo dipinge a olio su sagome di zinco, il secondo predispone delle accurate “messe in scena” che poi fotografa. C’è anche un anniversario da celebrare e un felice ritorno: esattamente 20 anni fa Nicola Vinci prendeva parte dalla quinta edizione della Biennale d’arte del MAM sul tema “Camerae Pictae”, rendendo il suo personale omaggio ad Andrea Mantegna, con l’installazione fotografica “Passi” – una riflessione sulla prospettiva, il mistero, la sacralità e il misticismo.
Ora, con questo “pas de deux” reso possibile da “Multiversi”, si getta un sasso nello stagno dell’indifferenza, consci di generare inevitabili onde, reazioni a catena delle quali non sappiamo l’esito finale. In una società malata di cinismo, i due artisti richiamano all’essenza di una dimensione che pare smarrita, ovvero l’empatia. Se è vero che, come ipotizzano alcune teorie di astrofisica, il nostro universo potrebbe fare parte di un insieme di universi coesistenti (il multiverso, appunto), il nostro essere “hic et nunc” diventerebbe una vertigine inafferrabile, e il nostro frammento sarebbe parte dell’immensità. Cetera e Vinci si pongono essi stessi come due universi differenti, coesistenti, simultanei e reciprocamente arricchenti, ovvero multiversi umani e artistici, ma che, a loro volta, generano altri multiversi, come quelli che esploriamo quando ci incontriamo e ci confrontiamo con il mondo animale.

Nel ciclo di Pierluca Cetera “Inner Sounds”, gli animali assumono il ruolo di forme arcaiche, silhouette leggibili anche come alter ego delle figure umane. Uomini e donne dipinti nella loro nudità, senza alcun rivestimento sociale e alcuna collocazione temporale, intraprendono dialoghi muti con gli animali mentre le musiche originali, create appositamente per questo progetto, enfatizzano sibili, muggiti, belati, nitriti ma anche grugniti e ululati. Ecco la voce della natura, ancestrale richiamo a un mondo perduto nel quale esseri umani e animali abitavano lo stesso mondo selvaggio e la “scimmia nuda” non aveva ancora il totale predominio distruttivo del pianeta. Le metafore si intrecciano allora con i miti e anche se le metamorfosi, di eco ovidiana, non si compiono visivamente, in filigrana si percepiscono la forza tellurica e dirompente, l’energia sensuale ed erotica, l’istintuale spinta alla libertà ma anche ai rapporti ancestrali tra maschile e femminile. Gli aggettivi dei titoli danno un ulteriore indirizzo: i versi animali sono definiti vanitosi (come i tori e gli elefanti che si esibiscono dinnanzi alla femminilità), espiatori (come lo è il capro sacrificale al quale si addossano le colpe), nascosti (come l’ululato della femminilità addomesticata dalle convenzioni sociali), e così via… Le figure umane sono giacenti, con gli occhi chiusi, mentre gli animali sembrano apparizioni tangibili e attive di quei sogni: un bestiario simbolico che si può leggere come metafora delle relazioni umane.
Anche Nicola Vinci con “L’istruzione delle api”, dedica il suo lavoro agli animali, aprendo una finestra sulla socialità melissica, esemplare per coesione ed empatia. I protagonisti di questa rappresentazione sono i bambini: tutto è raccontato tramite simboli, dettagli, a volte più evidenti talvolta minutissimi e nascosti. La visione dell’infanzia è sostanzialmente una dimensione dell’anima: lontana anni luce dai cliché pubblicitari, diventa invece la rappresentazione dei drammi e della fragilità dell’umanità e gli sguardi si fanno ora consapevoli, ora sfuggenti, talvolta persino negati. Vinci consegna allo spettatore il tema della sua sciarada, lasciando a ciascuno di noi la soluzione. Le parole chiave scelte per i titoli sono peso, silenzio e grazia. Le figure sono abbigliate come personaggi di un teatro del mondo essenziale, il fondale è un muro sgretolato, stratificato dal tempo e affaticato dal passaggio degli anni. Uno scenario frammentario enfatizzato dai pavimenti che sembrano scricchiolare a ogni passo. I piccoli protagonisti sono in partenza, una ballerina porta con sé una valigia, un bambino ha già preparato la sua barchetta di carta per solcare il mare “oltre le onde”, eppure nessuno sembra occuparsi dei pesi che portano su di loro e con loro. C’è silenzio quando una ragazzina ingoia un pesce e il sangue la soffoca, c’è silenzio – e muti sono i pesci – quando un bambino che nemmeno ci guarda sale su dei vecchi materassi di un giaciglio distrutto. Un piccolo San Giorgio armato di coltello stringe per mano un drago, il tempo si congela in una inquietante fratellanza che si fa minacciosa e incombente: nelle fauci del mostro finiscono i sogni dei bambini che non sopravvivono ai veleni che i “grandi” elargiscono tra terra, acqua, aria e nelle relazioni famigliari violente.
Se la realtà è raccontata per simboli, la letteratura diventa visiva: soffia il vento per Don Chisciotte e poco importa che sia un ventilatore anziché un mulino a vento; lo scarafaggio “adulto” della Metamorfosi kafkiana incombe nella piccola stanza di Gregor, tutto si trasforma e basta poco per arrivare al suono di tromba della “Processione dell’assurdo”, richiamo bellico e distruttivo. E l’artista? Può indossare la maschera della follia di Ligabue per incontrare l’infinito e non stupirsi se la Pianura Padana è popolata dai giaguari. Ma può anche essere l’artista stesso, esile, uno scheletro pallido che non riesce ad essere macabro, che ci osserva con i suoi disegni infantili appesi alle pareti a raccontare di speranze che nessuno ha il diritto di fermare.





