Mantovani: serve tavolo nazionale di filiera. Ronconi: mantenere quotazioni settimanali
MANTOVA – Nuove regole, applicate unilateralmente finora da due macelli, rischiano di penalizzare la suinicoltura italiana di qualità, con un impatto economico che potrebbe pesare sul sistema allevatoriale circa 18 milioni di euro di minori entrate a parità di peso dell’animale, e che sono solo l’ultima tessera di un mosaico di incertezze che gravano sul settore. Il quadro, molto poco roseo, è stato illustrato – ieri a Villa Corte Peron a Marmirolo – nel corso di un convegno moderato da Giorgio Apostoli, referente Zootecnia di Coldiretti e organizzato da Coldiretti Mantova, al quale hanno preso parte suinicoltori di tutto il Nord Italia.
“Abbiamo bisogno di un quadro normativo equo, altrimenti corriamo il rischio di subire la concorrenza dall’estero su un comparto strategico come quello della suinicoltura – ha affermato il presidente di Coldiretti Mantova, Fabio Mantovani -. Il computo della resa è una questione tecnica, ma la filiera deve affrontare diverse questioni, a partire dai numeri, visto che abbiamo perso un milione di suini in Italia nel giro di pochi anni. Dobbiamo mettere a punto strategie condivise, magari attraverso un tavolo tematico al ministero”.
Sotto la lente anche i temi delle quotazioni settimanali (“sono un modello adottati in tutta Europa, quotazioni più distanziate nel tempo finirebbero per cristallizzare il mercato, non consentendo tempestivo adattamento in caso di evoluzione di scenario”, ha messo in chiaro Thomas Ronconi, presidente dell’Associazione nazionale allevatori di suini) e delle normative in discussione in Europa in materia di gestazione delle scrofe e trasporto animale, con il ruolo attivo di Coldiretti a Bruxelles per difendere i produttori italiani (fra gli esperti, ieri è intervenuto Paolo Liberatore).
Unica buona notizia è la regressione della Peste suina africana, dopo una campagna serrata per l’eradicazione condotta dal commissario straordinario Giovanni Filippini, direttore generale della Veterinaria al ministero della Salute. Molto, però, è ancora da fare.
Il quadro, per la suinicoltura nazionale, è complesso, fra requisiti del benessere animale più restrittivi rispetto al resto dell’Europa e la valutazione della carcassa a peso morto, “operazione che viene effettuata nei macelli, senza garanzie di affidabilità né controllo da parte di terzi”, ha specificato Ronconi.
Un aspetto sul quale ha fatto chiarezza Luca Buttazzoni, consulente del Crea. “Il prezzo rilevato dalla Commissione unica nazionale è riferito al suino vivo – ha sostenuto -, adottare altre modalità di calcolo della resa come hanno fatto due macelli, eliminando nel computo la sugna e il diaframma, è arbitrario”. E forse, altra questione da approfondire, si tratta di un sistema illegittimo. Fatto sta che, calcolatrice alla mano, secondo questo nuovo sistema applicato unilateralmente, il peso teorico di ogni maiale diminuisce di circa 1,2 chilogrammi, con una perdita potenziale per gli allevatori, se venisse adottata a tutti i suini da macello allevati in Italia, a circa 18 milioni di euro.
I numeri della suinicoltura italiana. L’Italia è il settimo Paese in Ue per numero di suini allevati: 7.871.000 capi censiti nel 2025, lo 0,6% in più rispetto all’anno precedente. La Spagna guida la classifica con 33.646.000 suini, staccando notevolmente la Germania (21.489.000 maiali). In flessione le macellazioni nel nostro Paese. “Nel 2020 – ha riassunto Maurizio Gallo, direttore di Anas – sono stati macellati in Italia 11,2 milioni di capi, mentre nel 2025 gli animali totali macellati sono stati 9,9 milioni”.
L’aumento del peso medio dei maiali macellati destinati al circuito Dop, passato da 171,55 chilogrammi del 2020 a 177,68 chilogrammi di febbraio 2026, compensa in parte la riduzione del numero di macellazioni, con un effetto nel 2025 pari a una maggiore offerta di 110.000 capi.

