A Roma il confronto con istituzioni e imprese internazionali sul ruolo dei territori nella competitività industriale. Al centro dell’intervento del presidente il modello emiliano-romagnolo che mette in rete università, alta formazione, ricerca, imprese e istituzioni per attrarre investimenti ad alto valore aggiunto
BOLOGNA– Ricerca, innovazione, competenze e capacità di trattenere sul territorio attività industriali ad alto valore aggiunto. È sempre più su questi fattori che si misura la competitività dei sistemi economici e la capacità di attrarre investimenti internazionali. Una sfida che chiama i territori a ripensare le proprie politiche industriali e a rafforzare il legame tra ricerca, formazione e sistema produttivo.
Se ne è discusso, oggi a Roma, all’Annual Meeting di Confindustria dedicato agli investimenti esteri, al quale è intervenuto il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, nel confronto dedicato al rapporto tra ricerca, innovazione, competenze e qualità degli investimenti.
L’evoluzione della competizione internazionale ha progressivamente ampliato il campo delle politiche industriali. Accanto alle misure per favorire nuovi investimenti assumono un ruolo sempre più rilevante il sostegno alla ricerca e all’innovazione, il trasferimento tecnologico, la formazione delle competenze e il rafforzamento delle filiere produttive.
È in questo contesto che si inserisce il modello sviluppato dall’Emilia-Romagna, fondato sull’integrazione tra istituzioni, università, alta formazione, ricerca, imprese e parti sociali.
Un’impostazione che trova nel Patto per il Lavoro e per il Clima il proprio punto di riferimento e che mette in relazione innovazione, sviluppo economico, formazione e qualità del lavoro all’interno di una strategia condivisa con il sistema economico e sociale regionale.
“La competizione tra territori non si gioca più soltanto sulla disponibilità di aree produttive o sulla presenza di incentivi economici- afferma il presidente de Pascale-. Oggi a fare la differenza è la capacità di costruire ecosistemi nei quali ricerca, formazione, innovazione e impresa lavorano insieme. È questa la scelta che l’Emilia-Romagna ha compiuto e che intendiamo continuare a rafforzare, perché un investimento produce valore e crescita per il territorio quando genera conoscenza, occupazione qualificata e capacità di innovazione. Ed è questa la qualità degli investimenti che vogliamo attrarre: quella che sviluppa competenze, consolida le filiere produttive e diffonde innovazione. La forza del nostro modello nasce dalla capacità di mettere in rete università, centri di ricerca, imprese, alta formazione e istituzioni, creando un sistema capace di affrontare insieme le grandi trasformazioni industriali e tecnologiche. È questa integrazione che rende un territorio più competitivo e più preparato alle sfide del futuro”.
Una visione che in Emilia-Romagna trova applicazione nell’ecosistema regionale dell’innovazione, costruito attorno alla Rete alta tecnologia, ai 20 Tecnopoli, ai Clust-ER, alle università, agli Its Academy e ad Art-ER, la società in house della Regione che accompagna i processi di innovazione, attrattività e internazionalizzazione del sistema produttivo.
Un sistema che favorisce il trasferimento tecnologico e anticipa i fabbisogni delle filiere produttive, riducendo la distanza tra il mondo della formazione e quello dell’impresa.
È anche grazie a questo modello che oggi l’Emilia-Romagna si colloca ai vertici nazionali per intensità della ricerca, personale dedicato, brevetti europei e occupazione nei comparti manifatturieri ad alta e medio-alta tecnologia, oltre a essere la prima regione italiana nel Regional innovation scoreboard della Commissione europea.
Tra i temi al centro del confronto romano anche uno dei principali fattori che oggi condizionano la competitività delle economie avanzate: la disponibilità di capitale umano altamente qualificato.
Una sfida che riguarda da vicino anche l’Emilia-Romagna, dove il mercato del lavoro continua a registrare livelli di occupazione tra i più elevati del Paese, ma dove cresce parallelamente la difficoltà delle imprese nel reperire figure tecniche e altamente specializzate.
Nel 2025 sono state programmate quasi 495mila assunzioni e oltre una posizione su due è risultata di difficile reperimento, una quota passata dal 24,4% del 2017 al 50,4% del 2025.
Le maggiori criticità riguardano le professioni tecniche e scientifiche, gli operai specializzati e le figure della progettazione e della manifattura avanzata.
“Le imprese scelgono sempre di più territori nei quali trovano persone preparate, università, ricerca applicata, filiere produttive solide e una pubblica amministrazione capace di accompagnare i processi di innovazione- prosegue de Pascale-. Questo significa che la politica industriale non può più limitarsi a creare condizioni favorevoli agli investimenti. Deve costruire un ecosistema nel quale formazione, ricerca, innovazione e sistema produttivo crescano insieme. Perché oggi il capitale finanziario segue sempre più spesso il capitale umano, e non il contrario”.
È in questa prospettiva che negli ultimi anni la Regione ha progressivamente rafforzato gli strumenti dedicati alla formazione terziaria, all’alta specializzazione e all’attrazione dei talenti, considerandoli parte integrante della politica industriale.
L’obiettivo è costruire percorsi formativi sempre più coerenti con l’evoluzione delle principali filiere produttive regionali, riducendo il divario tra domanda e offerta di competenze e accompagnando le trasformazioni tecnologiche, digitali ed ecologiche dell’economia.
Ne sono un esempio gli Its Academy, uno dei sistemi di formazione terziaria professionalizzante più avanzati del Paese, articolato in 7 Fondazioni, 80 percorsi e quasi 2.500 imprese coinvolte nella progettazione delle attività formative. Un modello nel quale la formazione in azienda arriva a rappresentare fino al 40% del percorso e che consente a oltre l’80% delle diplomate e dei diplomati di trovare lavoro entro un anno dal conseguimento del titolo, nella quasi totalità dei casi in settori coerenti con il percorso di studi.
Lo stesso principio ispira esperienze come Muner – la Motorvehicle university of Emilia-Romagna – nata dalla collaborazione tra i quattro atenei regionali e 21 imprese leader dell’automotive e del motorsport, tra cui Ferrari, Lamborghini, Ducati, Dallara, Maserati e Pagani, così come Food-ER, la rete dedicata all’alta formazione nel settore agroalimentare.
Percorsi diversi, ma accomunati dalla stessa impostazione: progettare università, ricerca e formazione partendo dai fabbisogni delle imprese e accompagnare l’innovazione delle principali filiere strategiche regionali, dalla mobilità all’agroalimentare, dalla meccatronica alla transizione digitale.
Questa stessa logica ha trovato un ulteriore rafforzamento con la legge regionale dedicata all’attrazione, permanenza e valorizzazione dei talenti, che integra e completa la strategia avviata con la legge per la promozione degli investimenti.
Due strumenti distinti, ma parte di una medesima visione: accompagnare gli investimenti più innovativi creando le condizioni perché trovino sul territorio competenze, ricerca, qualità della vita e servizi capaci di consolidarne il radicamento nel lungo periodo.
Il modello trova applicazione concreta anche negli Accordi regionali di insediamento e sviluppo (Aris), attraverso i quali la Regione accompagna i programmi di investimento delle imprese collegando il sostegno pubblico a obiettivi di qualità: ricerca e sviluppo, occupazione stabile e qualificata, collaborazione con università e centri di ricerca, rafforzamento delle filiere produttive e integrazione con la Strategia regionale di specializzazione intelligente (S3).
Una forma di partenariato tra pubblico e privato nella quale la Regione condivide il rischio dell’innovazione chiedendo in cambio investimenti capaci di produrre ricadute durature sul territorio, aumentare il contenuto tecnologico delle produzioni e rafforzare la competitività del sistema regionale.
Dal 2016 al 2023 gli otto bandi attivati nell’ambito della legge regionale sugli investimenti hanno sostenuto 99 programmi presentati da 60 imprese, con 304 milioni di euro di investimenti ammessi e 112 milioni di contributi regionali, attivando complessivamente circa 5,8 miliardi di euro di investimenti.
La parte prevalente delle risorse è stata destinata ai progetti di ricerca e sviluppo e si stima che gli interventi consentiranno la creazione di circa novemila nuovi posti di lavoro. Una recente valutazione degli impatti economici della legge regionale ha evidenziato come questo modello abbia contribuito non soltanto a sostenere i grandi investimenti industriali, ma anche ad aumentare il livello tecnologico delle piccole e medie imprese inserite nelle principali filiere produttive regionali.
“L’Europa attraversa una stagione nella quale la competizione economica si gioca sempre più sulla capacità di produrre conoscenza- conclude de Pascale-. Per questo investire in ricerca, innovazione e capitale umano non è una scelta settoriale, ma una delle principali scelte di politica economica che abbiamo davanti. È da qui che passa la possibilità di creare lavoro di qualità, aumentare la produttività e rafforzare la competitività dei nostri territori. Le Regioni hanno una responsabilità importante in questo percorso, perché è nei territori che si costruiscono gli ecosistemi dell’innovazione e si creano le condizioni per attrarre investimenti di qualità. L’Emilia-Romagna continuerà a investire su questo modello, rafforzando il legame tra imprese, università, ricerca e formazione, perché oggi sostenere il capitale umano significa creare le condizioni per una crescita stabile, competitiva e duratura”.

