
Da Milano a Parma, il rapporto tra architettura, potere e governo della città al centro del convegno dell’Ordine degli Architetti di Parma, martedì 20 ottobre alla Casa della Musica.
PARMA – Martedì 20 ottobre, alle ore 17:15, alla Sala dei Concerti della Casa della Musica, l’Ordine degli Architetti PPC di Parma, con il patrocinio del Comune di Parma, organizza il convegno aperto a tutta la cittadinanza dal titolo “Architetti e potere”. Intervengono Gianni Biondillo, scrittore e saggista, Lorenzo Degli Esposti, architetto e dottore di ricerca al Politecnico di Milano e Michele Alinovi, architetto, presidente del Consiglio Comunale di Parma e già assessore all’urbanistica del Comune di Parma.
Introducono Lorenzo Lavagetto, vicesindaco e assessore alla cultura del Comune di Parma e Alessandro Tassi Carboni, presidente dell’Ordine degli Architetti di Parma. Modera l’architetto Enrico Maria Ferrari.
Che cosa accade quando l’architettura incontra i poteri di governo? Quando chi amministra la città ha bisogno degli architetti non soltanto per costruire edifici, ma per dare forma a un’idea di società, di modernità, di futuro? E quanto l’architettura contribuisce a costruire l’immagine del potere e il consenso? Il convegno “Architetti e potere” parte da queste domande per attraversare un secolo di storia italiana, mettendo a confronto vicende, città e protagonisti diversi.
E lo fa cominciando dalla Milano degli anni Trenta, raccontata da Gianni Biondillo nel suo romanzo storico “Quello che noi non siamo” (Guanda, 2024). Una generazione di giovani architetti – da Giuseppe Terragni a Giuseppe Pagano, da Edoardo Persico a Luigi Figini, Gino Pollini, a Gianluigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers del gruppo B.B.P.R. e altri – guarda al razionalismo e all’Europa come a una promessa di modernità. Molti di loro vedono inizialmente nel fascismo una possibile forza rivoluzionaria, capace di accompagnare quella trasformazione culturale e artistica che stanno immaginando. Ma il rapporto con il regime si fa progressivamente più difficile e contraddittorio, fino alla rottura provocata dalle leggi razziali, dalla guerra e poi dalla Resistenza. È una storia fatta di talento e ambizione, ma anche di compromessi, illusioni, scelte e responsabilità. Una storia che mostra quanto possa essere sottile il confine tra progetto e ideologia, tra autonomia professionale e adesione al potere.
Da queste vicende prende avvio la seconda riflessione, nelle parole di Lorenzo Degli Esposti. Un secolo di trasformazioni urbane permette di interrogarsi sulle modalità con cui è stata progettata, governata e trasformata la città di Milano. Al centro sono le tensioni tra interesse pubblico e interessi privati, tra sviluppo urbano, pianificazione e diritto alla città. Una riflessione che riguarda anche l’accesso alla casa, l’inclusività e il rischio di una città sempre più difficile da abitare per alcune fasce della popolazione. Su Doppiozero, egli afferma infatti che “Milano, nonostante il grande marketing urbano che almeno a far data dall’Expo 2015 l’ha magnificata, è diventata una città nei fatti sempre meno inclusiva. Il tema della casa è urgente e una città come Milano non può più rimandare la realizzazione di case popolari per le fasce meno abbienti, anche per assicurare un adeguato mix sociale nei quartieri, incluso il centro cittadino: vere case popolari, e non semplicemente housing sociale, termine equivoco spesso strumentalizzato ad arte in tutti i nuovi interventi di cosiddetta rigenerazione urbana”.
Infine, lo sguardo si sposta su Parma, con l’intervento di Michele Alinovi che propone una riflessione sul rapporto tra la città e il potere. Il punto di partenza è la figura di Maria Luigia d’Austria, esempio di un potere pragmatico e capace di lasciare un segno profondo nell’urbanistica, nella cultura e nell’assistenza sociale attraverso uno stile di governo moderato e riformista. Un’eredità da cui nasce il mito della “petit capitale”, che nelle epoche successive ha rappresentato una spinta alla visione e al coraggio, ma che in alcuni momenti ha rischiato di trasformarsi in una forma di miopia, di fronte alle trasformazioni della città, fino a lasciarsi accecare dal mito della “grandeur”.
In questo percorso, Alinovi mette in evidenza il ruolo degli architetti e il loro impegno civile. Se il potere dell’architetto è necessariamente limitato, perché le decisioni spettano alla politica, allo stesso tempo, ha il dovere di contribuire a un dibattito cittadino sano e libero da approcci ideologici, mettendo a disposizione competenze e capacità critica sulle trasformazioni urbane e sociali, sull’ambiente e sul paesaggio. La sua esperienza amministrativa introduce infine un’ulteriore prospettiva sul rapporto tra architetto e amministratore: confrontarsi con la complessità e con la responsabilità delle decisioni significa affrontare il progetto attraverso una visione concreta e realistica, capace di rispondere ai bisogni delle persone.
Milano e Parma diventano così due casi attraverso cui osservare il rapporto tra potere, decisioni urbanistiche e trasformazioni dello spazio urbano, ma anche sociale. Dalla città costruita come espressione di un’epoca alla città contemporanea, il ruolo dell’architetto continua a essere inserito in una rete di relazioni e responsabilità. Il progetto non è infatti mai soltanto una questione tecnica o formale: implica visioni della società, interessi, scelte e valori. Parlare di architettura e potere significa quindi interrogarsi sull’autonomia della professione e sulla responsabilità di chi progetta, ma anche sul contributo che la cultura del progetto può offrire al governo della città e alla costruzione di un dibattito pubblico consapevole.
