DALLA RABBIA ALL’ODIO SOCIALE, QUANDO LA VIOLENZA DIVENTA NEI GIOVANI UNA DIFESA CONTRO LA FRAGILITÀ

di Marialuisa Roscino

INTERVENTO DI ADELIA LUCATTINI, PSICHIATRA E PSICOANALISTA, MEMBRO ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA ITALIANA E FULL MEMBER DELL’INTERNATIONAL PSYCHOANALYTICAL ASSOCIATION.

ROMA – Spesso derubricata a semplice perdita di educazione o a rabbia estemporanea, la violenza sociale nasconde in realtà nella vita dei giovani, vissuti profondi, segnati da paura, vulnerabilità e da un inespresso bisogno di protezione. La cronaca quotidiana continua a riportare con frequenza crescente bollettini di episodi di violenza tra i giovani, a scuola e nei diversi contesti di aggregazione.

Per comprendere cosa stia realmente accadendo nella società contemporanea, ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA). 

Con la Dott.ssa Adelia Lucattini,  esploreremo oggi, in questa intervista, le radici invisibili di questo fenomeno e le possibilità di ritrovare uno spazio di ascolto e di riflessione.

Lucattini: “Non rispondere alla rabbia con altra rabbia. La calma è una risposta  e anche un esempio significativo di regolazione emotiva, e riduce l’escalation del conflitto”.

Dott.ssa Lucattini, l’aggressività fa parte della natura umana, ma non equivale necessariamente alla violenza. Cosa accade nel mondo interno di un giovane quando la rabbia smette di essere un segnale di disagio da comprendere e si trasforma in odio strutturato e distruttività verso l’altro?

La rabbia può ancora essere un segnale che chiede di essere riconosciuto e trasformato, mentre l’odio tende a organizzarsi quando il giovane non riesce più a tollerare sentimenti di vulnerabilità, vergogna, impotenza o paura e ha bisogno di collocarli fuori di sé. In questi casi, l’altro può essere vissuto come il responsabile del proprio disagio e trasformarsi in un oggetto persecutorio, contro cui diventa più facile dirigere l’aggressività.

La distruttività compare quando non basta più prendere le distanze da ciò che fa soffrire, ma nasce il bisogno di svalutarlo, ferirlo o annullarlo. È particolarmente nociva perché riduce la capacità di riconoscere l’altro come una persona complessa e separata, trasformandolo sempre più facilmente in un nemico. Quando questo funzionamento si stabilizza, possono diminuire l’empatia, il senso di responsabilità e la possibilità di tollerare sentimenti contrastanti.

Quando si indebolisce la capacità di comprendere e dare significato a ciò che si prova, di dare un nome alle emozioni e di tollerare l’ambivalenza, aumenta il rischio che la tensione venga agita invece che pensata. È proprio questa difficoltà nella regolazione emotiva, che negli adolescenti è associata a maggiore aggressività e favorisce il passaggio dalla rabbia episodica a forme più persistenti di ostilità e distruttività (Scientific Reports, 2025).

In che modo, la paura di mostrarsi vulnerabili può spingere i più giovani a difendersi arroccandosi in gruppi rigidi, arrivando a percepire la diversità dell’altro come una minaccia?

La paura di apparire fragili può spingere un giovane a cercare nel gruppo una forma di protezione che gli permetta di sentirsi più forte, riconosciuto e meno esposto. Quando l’identità, cioè il modo in cui il ragazzo percepisce se stesso, il proprio valore e il proprio posto nelle relazioni, è ancora in costruzione, il bisogno di appartenenza può diventare molto intenso, perché il gruppo offre conferme, regole condivise e un senso di sicurezza.

In alcuni casi, però, questa appartenenza può irrigidirsi e trasformarsi in una difesa, per cui ciò che è simile a sé viene percepito come rassicurante, mentre ciò che è diverso può essere vissuto come destabilizzante o minaccioso. Il gruppo può allora favorire una separazione molto netta tra ciò che viene sentito come familiare e positivo e ciò che viene collocato fuori e percepito come estraneo, ostile o pericoloso.

Per questo l’integrazione autentica, a partire dalla scuola, ha un valore fondamentale. Quando bambini e adolescenti crescono in contesti nei quali la differenza viene conosciuta, incontrata e condivisa nella vita quotidiana, la paura degli altri tende a diminuire, perché ciò che prima appariva estraneo diventa comprensibile e umano. La diversità può allora essere vissuta non come una minaccia alla propria identità, ma come una ricchezza che amplia il modo di vedere se stessi e il mondo. Nei contesti digitali, soprattutto chat e social, al contrario, il rischio è che gruppi molto omogenei confermino, ripetano e amplifichino all’infinito sempre le stesse idee e rendano progressivamente più rigide, e le appartenenze assolute e totali, con le dinamiche del branco, riducendo e in certi casi azzerando il confronto autentico e la capacità di accettare punti di vista differenti (Psychoanalytic Inquiry, 2023).

Quali meccanismi inconsci scattano, in particolare nei casi di bullismo e cyberbullismo, quando per proteggersi dal dolore i ragazzi finiscono per assimilare proprio i linguaggi e i comportamenti pretestuosi o violenti di chi li spaventa?

Quando un ragazzo si sente sopraffatto dalla paura o dall’umiliazione può difendersi identificandosi inconsciamente con chi lo minaccia, perché assumere il linguaggio, i gesti e perfino la durezza dell’aggressore gli consente di sentirsi meno vulnerabile. È il meccanismo dell’identificazione con l’aggressore descritto dallo psichiatra e psicoanalista ungherese Sándor Ferenczi agli inizi del Novecento e conosciuto anche come “la Sindrome di Stoccolma” quando riguarda i gruppi, attraverso il quale ciò che inizialmente viene subìto è interiorizzato, condiviso e riprodotto nelle relazioni. Nei fenomeni di bullismo e cyberbullismo questo passaggio può trasformare chi si è sentito impotente in chi cerca di controllare, svalutare o intimidire l’altro, mentre la ripetizione dell’aggressività permette di tenere a distanza sentimenti più dolorosi di vergogna, paura e dipendenza. Quando questo funzionamento si consolida, la distinzione tra difendersi e aggredire può diventare sempre più fragile. Proprio nel bullismo e cyberbullismo è particolarmente evidente nei ragazzi che sono contemporaneamente vittime e aggressori, la sofferenza emotiva e la disregolazione che possono favorire la trasformazione dell’esperienza passiva (aggrediti da qualcuno dentro e fuori alla scuola) in comportamento violento e persecutorio (Societies, 2025).

Quali sono in particolare le varie forme in cui può manifestarsi questo fenomeno?

Oggi la violenza giovanile assume forme molto differenti e attraversa contesti diversi della vita quotidiana. Può comparire nei gruppi di strada, nelle baby gang e negli episodi legati alla movida, ma anche nelle relazioni tra coetanei nel “dating violence” (l’abuso nelle prima relazioni sentimentali).

A queste forme si aggiungono le challenge social alcune particolarmente rischiose e gli atti di vandalismo gratuito. Un fenomeno sempre più preoccupante è poi violenza performativa, vale a dire le aggressioni realizzate per essere riprese e diffuse online, nelle quali i gesti violenti rappresentano una vera e propria forma di esibizionismo. In questi casi il bisogno di attenzione, consenso o riconoscimento da parte gruppo può oscurare la percezione della sofferenza inflitta alla vittima e trasformare la violenza in qualcosa da mostrare, condividere e soprattutto rendere virale attraverso l’utilizzo dei social. Vi rientrano, inoltre, gli episodi di vandalismo gratuito a scuola, in cui l’aggressività può coinvolgere anche strutture e insegnanti.

Dietro molte manifestazioni di violenza, o nella ricerca esasperata di un colpevole, si cela talvolta la difficoltà dei giovani di affrontare perdite, lutti o sofferenze che non riescono a esprimere a parole. Perché quando il dolore non trova un linguaggio per essere pensato e condiviso rischia nella vita dei ragazzi di tradursi sempre più spesso in un gesto impulsivo?

Quando il dolore non riesce a diventare parola può restare come un’esperienza interna troppo intensa e poco rappresentabile, che il ragazzo tenta di allontanare attraverso l’azione. Se una perdita, un’umiliazione o una sofferenza non trovano uno spazio mentale e relazionale in cui essere riconosciute, l’affetto può trasformarsi in tensione, rabbia e bisogno di scarica, soprattutto quando la capacità di regolare le emozioni è ancora fragile. In questi casi, il gesto impulsivo può assumere la funzione di liberarsi momentaneamente da qualcosa che non si riesce a contenere dentro di sé, mentre la ricerca di un colpevole permette di dare una forma esterna a un dolore che internamente appare confuso e ingestibile. Gli studi più recenti confermano che nei giovani il lutto complicato e la soppressione emotiva si associano a maggiori difficoltà psicosociali e che la disregolazione emotiva è strettamente collegata ai comportamenti in cui il disagio viene espresso impulsivamente verso l’esterno e pericolosamente aggressivi (European Child and Adolescent Psychiatry, 2026).

Di fronte a un clima di forte contrapposizione, la vera sfida sembra essere per i giovani di oggi, quella di reimparare a tollerare le fragilità e dare valore all’altro. Da dove è possibile, secondo Lei, ripartire, tra famiglia, scuola e comunità, per ricostruire spazi capaci di accogliere l’angoscia che spesso attanaglia i giovani e trasformare la loro rabbia e insoddisfazione, invece, in dialogo?

Occorre ripartire da relazioni positive nelle quali i ragazzi possano sentirsi accolti senza essere immediatamente giudicati, perché è nella presenza di adulti capaci di tollerare i loro voli pindarici, le fantasie e la loro angoscia che diventa possibile trasformare gli impulsi in pensiero. La famiglia può offrire il primo contenimento emotivo, avendo il privilegio di stare con i propri figli, mentre la Scuola e la comunità possono ampliare questa funzione, creando luoghi nei quali il conflitto non venga negato, ma possa essere nominato, ascoltato e condiviso. Quando un giovane incontra adulti che non reagiscono alla sua rabbia con altra rabbia, ma riescono a restituire un significato a ciò che prova, può progressivamente sviluppare una maggiore capacità di regolazione, di riconoscimento dell’altro e di tolleranza della differenza. Gli studi recenti mostrano che ambienti familiari e relazionali più caldi e supportivi favoriscono una migliore regolazione emotiva e che gli interventi psicosociali possono rafforzare proprio queste capacità nei bambini e negli adolescenti (Emotion, 2025).

Quali indicazioni e consigli si sente di dare?

-Ascoltare prima di correggere. Capire cosa c’è dietro la rabbia aiuta a trasformare il comportamento in una richiesta comprensibile;

-Non rispondere alla rabbia con altra rabbia. La calma è una risposta  e anche un esempio significativo di regolazione emotiva, e riduce l’escalation del conflitto;

-Dare un nome alle emozioni. Riconoscere paura, vergogna e impotenza rende meno necessario esprimerle attraverso l’aggressività;

-Appartenere senza chiudersi. L’appartenenza deve dare sicurezza senza trasformare la diversità dell’altro in una minaccia;

-Creare spazi reali di parola. Parlare in un contesto non giudicante permette ai ragazzi di esprimere il loro disagio prima di essere “agirlo”;

-Chiedere aiuto il prima possibile per se e per altri. Se rabbia, isolamento o violenza persistono, un intervento tempestivo può evitare che il disagio si stabilizzi.

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