MANTOVA – A PALAZZO DUCALE ARTISTI INTERNAZIONALI NEI GIORNI DI FESTIVALETTERATURA

Con i festeggiamenti di arrivata quest’anno alla sua ventesima edizione e Mantova insignita del titolo di Capitale Italiana della Cultura, quest’anno il direttore di Palazzo Ducale, Peter Assmann ha organizzato all’interno della Reggia dei Gonzaga importanti incontri con artisti di spicco internazionale tra i quali ricordiamo Bruno Corà con la partecipazione straordinaria di Hidetoshi Nagasawa e del fotografo Giordano Morganti, le cui opere rimarranno esposte dal 9 settembre al 30 ottobre.

Questi gli appuntamenti in calendario:

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Venerdì 9 settembre, Incontro con Bruno Corà sul tema “L’arte contemporanea e il passato: una possibile convivenza”. Ore 21.00 Sala di Manto, Ingresso libero da Piazza Castello un evento a cura di Marco Tonelli in collaborazione con Mantova Creativa e Lubiam S.p.A. Introduce il direttore del Complesso Museale di Palazzo Ducale Peter Assmann. All’incontro partecipa il maestro Hidetoshi Nagasawa.

Ore 20.45 Brindisi di benvenuto. Nel corso dell’incontro sarà proiettato il film di Giorgio Oppici ( www.giorgiooppici.it  https://vimeo.com/giorgiooppici ) che racconta la genesi dell’opera Vortici.

Nell’ambito del Festival letteratura 2016 e prendendo spunto dalla scultura installata in Piazza Castello di Palazzo Ducale, monumentale segno di arte contemporanea nell’anno di Mantova Capitale Italiana della Cultura, il noto critico d’arte Bruno Corà (nato a Roma nel 1942) terrà un intervento sul rapporto tra arte contemporanea e spazio pubblico e urbano.

VORTICI  di Hidetoshi Nagasawa.jpgLa presenza a Mantova dell’opera di Nagasawa Vortici, realizzata col sostegno della Lubiam in collaborazione con Palazzo Ducale e Mantova Creativa e con la curatela del critico d’arte Marco Tonelli, è un segno tangibile di un’opera d’arte site specific in un contesto urbano.  Partendo da questi presupposti, Corà darà la sua personale e suggestiva lettura dei percorsi e delle storie che caratterizzano il legame tra opera d’arte e spazio pubblico, attraverso proiezioni di immagini e alla presenza dello stesso Nagasawa.

Bruno Corà è attualmente Presidente della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri. Critico e storico d’arte. Docente presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia (1979-1999), l’Università di Cassino (1999-2005) e di Firenze (2005-2008). Professore emerito della Athens School of Fine Arts (2013). Direttore del Museo Pecci di Prato (1995-2002), di Palazzo Fabroni di Pistoia (1993-2001), del CAMeC della Spezia (2003-2007), del Museo d’Arte e del Polo culturale di Lugano (2008-2010). Direttore delle Biennali di Gubbio (1996-97), di Carrara (2006), della Spezia (2002, 2004 e 2006) e Commissario per l’Italia della Biennale di Dakar (2002). Nel corso della sua carriera è stato membro di numerosi Comitati, tra cui il Comitato tecnico scientifico del FRAC Rhône-Alpes (1986). Fondatore e direttore delle riviste AEIUO (1980-1988) e MOZART (attiva dal 2012).

Autore di numerose pubblicazioni e saggi critici sui maggiori artisti contemporanei internazionali.  Ha ideato e curato mostre di Castellani, Burri, Fontana, Kounellis, Pistoletto, Klein, Rotella, Melotti Baselitz, Kosuth, Kiefer, Morris, LeWitt, Tàpies, Merz, Richter, Tinguely, Munari, Buren, Nevelson, Melotti, Fabro, Ranaldi, Nagasawa, Bassiri, Boetti, Bourgeois, Spalletti, Salvadori, Bagnoli, Polke, Araki e altri; inoltre ha curato convegni e viaggiato in numerose città degli Stati Uniti, Messico, Canada, Russia, Europa, Iran, Cina, Giappone e Africa.

UNSPEAKABLE Giordano Morganti9 settembre – 30 ottobre UNSPEAKABLE Giordano Morganti, fotografo

Installazioni di nove fotografie, Sala Specchi, Sala degli Arcieri e balconi della facciata del Palazzo Ducale. Inaugurazione ore 18.30, Sala dei Fiumi.

Quando penso ai sordi mi tornano alla mente le sculture incompiute del grande Michelangelo…” Giordano Morganti

Un altro linguaggio, un’altra letteratura di Peter Assmann Direttore complesso museale Palazzo Ducale di Mantova
“La lingua è un virus proveniente dallo spazio profondo”. La famosa citazione, spesso usata nelle sue opere da William S. Burroughs e diventata popolare attraverso la canzone di Laurie Anderson, ci porta immediatamente a provare una sensazione di alienazione verso qualcosa che sembra messo poco in discussione, in quanto parte integrante dell’identità delle persone: la capacità di potere comunicare tramite il linguaggio. D’altro canto il linguaggio è sempre indicato come il principale mezzo di costruzione delle relazioni.
E questa parte così importante dell’esistenza umana dovrebbe essere il prodotto di una sorta di essenza, potenzialmente dannosa, importata da un luogo lontano? Ma il linguaggio e, ancor più, la letteratura hanno al loro interno sempre entrambe le esperienze, ovvero una forte energia che crea legami tra persone diverse e la percezione di rendere esplicita la distanza tra individui differenti. Quindi trattare del linguaggio significa sempre avere a che fare con la possibilità di restituire un’opinione. L’alienazione è quindi parte integrante del sistema comunicativo e tuttavia determina anche altre occasioni di comunicazione. Questa “altra” possibilità è sicuramente più rilevante quando la principale possibilità del sistema di linguaggio impiegato dalla maggior parte delle persone non viene utilizzato da un altro gruppo di individui. È questo, ovviamente, il caso delle persone sordomute che, non parlando e non sentendo il linguaggio sonoro, agiscono e reagiscono nella comunicazione tramite dei gesti e un elaborato sistema di segni del corpo. Il corpo, pertanto, non deve essere visto solamente come entità dell’individuo che conosce tramite i sensi il mondo circostante, né come definito e elaborato in quanto individuo a sé stante. Il corpo diventa anche un mezzo ancora più intenso per comunicare messaggi – una sorta di sistema teatrale condensato, una poesia di espressioni concentrate. Soprattutto in Italia, dove nella vita di tutti i giorni la comunicazione basata sul linguaggio è più o meno sempre combinata con significative aggiunte di gesti e commenti mimici, il “fattore di alienazione” di questo linguaggio del corpo non è così forte ed il fattore poetico di questa situazione comunicativa non sembra così strano… a prima vista.

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Le poesie fotografiche in bianco e nero di Giordano Morganti si presentano in dimensioni monumentali, più grandi delle misure reali dell’uomo, si confrontano direttamente con lo spettatore, captano tutta la sua attenzione, non lasciandogli molte “vie di fuga” da questo contatto quasi inevitabile che innesca una comunicazione. Una comunicazione artistica che inizia con un confronto, un incontro diretto che cattura immediatamente l’attenzione, che porta a porre domande, determinando così una nuova partecipazione (intenzionale o meno) e una nuova consapevolezza della propria posizione. La comunicazione basata sul corpo suscita anche le reazioni del corpo stesso, quali la sensazione di essere toccati sull’epidermide, colpiti nella nostra esistenza sensuale, e, quindi, a sua volta, provoca delle reazioni di comunicazione (fosse anche solo un silenzio incuriosito).

Così queste opere d’arte vanno ben oltre la documentazione, agiscono come un concetto di un’esistenza individuale, affrontando i dibattiti in materia di scultura, come pure le questioni in merito alla definizione dell’individualità dell’esistenza del corpo umano, i sistemi di organizzazione della luce, di ‘tradizione’ dello spazio e delle ‘immagini’ e, in ogni aspetto, la letteratura. Le foto di Morganti sono spesso molto più che precise nella loro composizione e anche nei loro aspetti tecnici, reclamano la perfezione in ogni dettaglio, talvolta paiono tagliare gli occhi dello spettatore…

Con i suoi interventi nel Palazzo Ducale di Mantova l’artista realizza una situazione di comunicazione e ancora più di confronto inserendo le immagini monumentali di personaggi che vivono ai margini della società in un complesso di edifici storici di alto valore di rappresentanza, in particolare con i suoi interventi sulla facciata del Palazzo del Capitano dove, nella gabbia collocata all’esterno, vengono mostrate, quasi esibite, delle espressioni di volti sconvolgenti. Il suo lavoro artistico si intreccia anche con la storia di un’altra opera d’arte, mettendo a confronto il suo collage dedicato ad alcune persone disabili, con la (ciò che resta della) pittura monumentale della Famiglia Gonzaga in adorazione della Santissima Trinità di Pieter Paul Rubens, che è stata tagliata al centro da un ufficiale francese per essere meglio trasportata (trafugata) in Francia durante l’occupazione di Mantova intorno al 1800.

La fragilità della monumentale scena pittorica è in questo modo sottolineata, un episodio di storia dell’arte ha suscitato in Morganti una profonda riflessione personale. Nella grande Sala degli Specchi la funzione rappresentativa della camera elegante è assoggettata all’impostazione diagonale di un allestimento fotografico con opere di grande formato, senza cercare di mettere da parte le elaborate definizioni architettoniche, al contrario combinando una sorta di spazio storico teatrale con un complesso sistema ornamentale. Con una rappresentazione, ovviamente contemporanea, di un definito linguaggio personale dell’espressione del corpo l’intero “teatro” si sviluppa in un nuovo messaggio. Lo spettatore entra e diventa immediatamente parte di questo nuovo sistema in una prospettiva polivalente, non più e non solamente grazie agli enormi specchi storici della sala. La letteratura agisce sempre come un “virus” provocando reazioni possibili, visioni non collegate immediatamente, a un primo e a un secondo sguardo, alla comunicazione di un messaggio.

Ciò che deve essere sperimentato più che direttamente nelle poesie fotografiche di Giordano Morganti nell’ambiente significativo del Palazzo Ducale di Mantova è un’esperienza molteplice di un’immagine basata sulla discussione di un linguaggio, una sorta di Festivaletteratura a proprio modo.
INGRESSO con il biglietto del Museo, Corte Vecchia
Da martedi a domenica, 8.15 – 19.15 venerdì sera apertura prolungata fino alle ore 22.30

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