DJI ospita la sessione Filmmakers & Visionaries al Venice Production Bridge durante l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Un evento di presentazione di DJI con un relatore principale su un palco di fronte a un pubblico. Un grande schermo mostra il messaggio 'See More, Tell More' con dettagli sull'evento. Nel pubblico, diverse persone stanno registrando con i loro dispositivi.

New Generation, New Cinematic Language: Osmo Pocket 4P apre una nuova conversazione su storytelling, libertà creativa e strumenti professionali.

VENEZIA – DJI, leader globale nei droni civili e nella tecnologia per camere creative, ha ospitato la “Filmmakers & Visionaries Session”, un forum professionale nell’ambito del Venice Production Bridge durante l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

L’incontro ha riunito registi e direttori della fotografia emergenti per esplorare una domanda a cui l’industria sta appena iniziando a rispondere: quando una cinepresa sta nel palmo di una mano, come cambia il linguaggio stesso del cinema?

Da Cannes a Venezia: una visione unitaria

La sessione del Venice Production Bridge ha proseguito il percorso creativo iniziato quest’anno dalla serie Osmo Pocket. Dopo il lancio globale a Cannes a maggio, DJI ha affidato Osmo Pocket 4P a due delle voci visive più distintive del cinema, ciascuna impegnata in modo indipendente su continenti diversi. I risultati hanno mostrato una sorprendente convergenza.

In “FAMILIARITÉ”, l’attrice Isabelle Huppert, premiata a Cannes e Venezia, ha interpretato e diretto creativamente una meditazione originale su letteratura e memoria, girata interamente con Osmo Pocket 4P. Parallelamente, l’acclamato direttore della fotografia giapponese Mikiya Takimoto ha ideato e diretto “Looking for Her” — un racconto in stile road movie ambientato in una storica città mineraria d’argento, che segue una quieta ricerca di connessione umana — anch’esso girato interamente con Osmo Pocket 4P. Da questi due processi creativi indipendenti è emersa una convinzione comune: una camera abbastanza leggera da scomparire nella mano non comporta alcun compromesso in termini di profondità emotiva o precisione tecnica. Entrambi i film dimostrano come le piene capacità della narrazione cinematografica possano essere concentrate in un formato tascabile. A Venezia, questa verità creativa privata è diventata una domanda pubblica per l’industria.

Proiettare il futuro: dalla teoria alla pratica

La sessione è stata strutturata come un autentico dialogo di settore, interamente radicato nella pratica cinematografica piuttosto che nella dimostrazione di prodotto. Sono stati proiettati quattro cortometraggi realizzati da un gruppo internazionale di direttori della fotografia emergenti: Gabriele Mencaroni e Alessandro Tempestini (Italia), Liu Yadi (Cina/Francia) e Zhou Chengzhou (Cina/Paesi Bassi). Il loro lavoro collettivo spazia dal cinema sperimentale alla produzione commerciale e ai documentari riconosciuti nei festival, una diversità che riflette una generazione capace di muoversi oltre i confini creativi tradizionali.

Dopo la proiezione e una dimostrazione di ripresa dal vivo, tre direttori della fotografia di fama internazionale hanno fornito una rigorosa valutazione professionale: Valentin Vignet, direttore della fotografia francese noto per il suo lavoro in Faces Places e per il cortometraggio candidato all’Oscar Nefta Football Club; Cristiano Di Nicola, premiato direttore della fotografia italiano presente a Venezia con “L’Estranea” in Concorso Ufficiale; e Michele D’Attanasio, due volte vincitore del David di Donatello, noto per film tra cui Veloce come il vento, Freaks Out e L’ombra di Caravaggio. Tutti e tre, con esperienza nella gestione di produzioni su larga scala, hanno valutato la narrazione visiva dei giovani registi secondo gli standard rigorosi del cinema professionale, dimostrando che la sofisticazione tecnica dei lavori raggiunge, anziché compromettere, i parametri tradizionali della cinematografia.

La tavola rotonda: il dibattito dell’industria sul ripensare il cinema

Il momento centrale è stato una tavola rotonda dal titolo: “How is a new generation reframing cinema?” La conversazione ha intrecciato le diverse prospettive di direttori della fotografia veterani e registi emergenti, esplorando organicamente quattro dimensioni fondamentali: come strumenti compatti e stabilizzati su gimbal rimodellano il rapporto tra camera, performer e ambiente; se attrezzature più leggere e flessibili democratizzano il filmmaking professionale richiedendo al tempo stesso una maggiore disciplina visiva; come cambiano i flussi di produzione e le dinamiche sul set con setup leggeri; e, infine, se uno strumento possa davvero cambiare il linguaggio cinematografico o se l’idea visiva debba sempre venire prima.

Valentin Vignet ha riflettuto sul cambiamento mentale che avviene quando il massiccio rig di ripresa scompare dal set: il performer non deve più adattarsi all’apparato, e la camera diventa un testimone anziché un ostacolo. “Ciò che mi ha colpito di più di questi quattro cortometraggi è che nessuno dei filmmaker ha dovuto scendere a compromessi sulla qualità per usare una camera più leggera”, ha dichiarato Cristiano Di Nicola. “Ci sono state tantissime inquadrature che prima non pensavo nemmeno fossero possibili, ed è proprio perché Osmo Pocket 4P ti rende più libero come filmmaker. Possiamo concentrarci maggiormente su come raccontare la storia, in particolare su come avvicinarci all’azione, invece che sul setup.”

Per direttori della fotografia interculturali come Liu Yadi e Zhou Chengzhou, l’attenzione si è spostata su un’altra questione: come possono i giovani direttori della fotografia mantenere un’espressione realmente cinematografica all’interno dei rigidi vincoli di budget limitati e troupe ridotte all’essenziale? La risposta è emersa organicamente dal dialogo: gli standard professionali — scienza del colore, gamma dinamica, precisione della stabilizzazione — sono ora disaccoppiati dalla scala dell’attrezzatura. Un direttore della fotografia che lavora da solo in uno spazio ristretto può utilizzare lo stesso livello di sofisticazione tecnica di una troupe hollywoodiana. La barriera d’ingresso si è abbassata non sacrificando la qualità, ma redistribuendo il luogo in cui quella qualità può risiedere.

La sessione del Venice Production Bridge ospitata da DJI cristallizza un momento in cui la domanda fondamentale del cinema si sposta da “Di quale attrezzatura abbiamo bisogno?” a “Che cosa diventa possibile quando l’attrezzatura smette di essere un ostacolo?”. Osmo Pocket 4P è la risposta di DJI: potenza d’immagine professionale svincolata dalla scala industriale, che consente a ogni storyteller, in qualsiasi ambiente — dalle strette strade di Tokyo a una canoa su un tranquillo lago in un giardino — di portare nella propria visione tutto il peso tecnico ed emotivo del cinema. È una nuova era definita dall’accessibilità, che rende strumenti di qualità cinematografica disponibili a un numero maggiore di visionari e offre più libertà creativa nel modo in cui raccontano le loro storie. Con cineprese più piccole, emerge il vero potere della tecnologia d’immagine: non come vincolo all’immaginazione, ma come liberazione.

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