Gli artisti di Unika a Sabbioneta

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di Mendes Biondo (giornalista)

Sabbioneta è riconosciuta a livello universale dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, pertanto questo dovrebbe essere motivo di vanto per i propri cittadini così come per coloro che si impegnano nella curatela di musei o nella realizzazione di esposizioni. Questo gravoso peso dovrebbe spronare alla perfezione formale che sfoggiano il teatro e il palazzo ducale anziché essere una sterile etichetta da appiccicare ad un cartellone stradale.

A quanto pare questa seconda interpretazione è quella preferita da “Gli artisti di Unika a Sabbioneta”.

Per coloro che fossero a digiuno di informazioni in merito all’esposizione e al gruppo ospite mi permetto di riportare brevemente il comunicato stampa del Forvm Artis Mvsevm: “la mostra “Gli artisti di Unika a Sabbioneta”, organizzata con la collaborazione di Augusto Medici della Contemporart di Nonantola (Modena), che presenta una selezione delle opere più recenti realizzate dagli artisti di Unika, nata nell’anno 1994 dal sodalizio di vari artigiani artistici – scultori, doratori, Samuel-Perathoner-Linea-vitae-scultura-in-tiglio-cm.-40x50-2014-240x300policromatori e decoratori – in Val Gardena, che ha come obiettivi principali la promozione, il marketing delle proprie opere e la presentazione dei vari mestieri appartenenti all’artigianato artistico. Unika sta per unicità dell’opera d’arte e sottolinea l’aspetto creativo e inimitabile dell’opera creata dagli scultori e pittori della Val Gardena, una “unicità”. Il gruppo attualmente comprende oltre quaranta artisti, di cui circa trenta partecipano ogni anno alla manifestazione “Unika – scultori in fiera” ad Ortisei, che ha luogo ogni anno nella seconda metà d’agosto. Pur condividendo matrici culturali e artistiche, che affondano in antiche tradizioni artigianali, gli artisti gardenesi hanno poi intrapreso e sviluppato percorsi assolutamente autonomi e originali.”

Ciò che si presenta agli occhi del visitatore è, invece, di tutt’altra pasta.

Il luogo che ospita le opere è sporco, nel senso letterale del termine, e una parte del giro è impegnata da quello che ha tutta l’aria di essere un residuo di museo etnografico tanto che non si è in grado di capire dove comincia la mostra effettiva e dove finiscono gli amarcord sabbionetani. Non bastasse questo, alcune opere si ritrovano in un corridoio non illuminato che termina con un angosciante bagno-ripostiglio delle scope che rimane alla mercé del visitatore oramai sempre più allibito. Persino un’installazione (di dubbia qualità artistica) dedicata a Charlie Hebdo perde la sua aura rischiando di essere considerata per metà un errore di incuria da parte delle imprese di pulizia.

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Tralasciando i quadri disposti a pochi centimetri dai dispositivi anti-incendio e le targhettine informative che pendono drammaticamente dai propri piedistalli (quest’ultima è possibile ritrovarla incollata alla bell’e meglio sulla cornice di uno dei dipinti) si passi alla qualità delle opere.

Ciò che dà maggior dispiacere è sapere che il prezzo del biglietto non è da considerarsi inadatto all’esposizione solo per l’incuria e la sporcizia vergognosa nella quale viene accolto il visitatore ma anche per la bassa qualità dei quadri e delle sculture esposte.

A partire dal dipinto provocatorio che cerca disperatamente di fare il verso al dadaismo e agli artisti che hanno lasciato un segno nella storia della provocazione artistica ma che, dal punto di vista qualitativo, omaggia il suo titolo tanto scurrile quanto gratuito: “uccello che caga”.

Nella prima sala si incontrano lavori d’incisione su legno che non riescono a sollevarsi dalla bellezza sterile dei quadri da riempimento che si possono trovare nei superstore di bricolage; alle spalle di questi sembrano stare tanti anni di artigianato ma pochi di ricerca e metabolizzazione intellettuale.

Una distesa di statue dalla qualità formale interessante ma che dal punto di vista comunicativo non riescono ad andare oltre alla constatazione di bravura artigianale, manca una scuola di pensiero, manca qualcosa di forte da comunicare, manca, insomma, l’arte.

Qua e là spuntano dei colpi di genio artistico davvero piacevoli all’occhio che vengono, però, subito sacrificati dalla cattiva disposizione e la scarsa illuminazione.

Dolci statue femminee che indagano il mistero della generazione e al contempo il fascino femminile, quasi come delle veneri primitive in tubino, sono la consolazione del visitatore assieme ad altre opere sacre che sembrano fuoriuscire dal legno dal quale sono tratte. In questi lavori si riesce a leggere una maturazione artistica e una sensibilità che meritano di essere tenute sott’occhio.

Si spera che le prossime esposizioni del Forvm Artis Mvsevm, data la sua pretesa di fine artisticità già nel nome, non pecchino così tanto di mancata cura degli artisti esposti e dei visitatori incuriositi dalle nuove forme di creazione.

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