GONZAGA – HIKARI MIYATA ESPONE ALL’EX CONVENTO DI S. MARIA

myata.jpg 26 marzo – 25 aprile 2016   

Si è aperta il 26 marzo all’Ex convento di S. Maria (Via Fiera Millenaria. 64) di Gonzaga, la mostra la pianura di HIKARI MIYATA (muri feriti, porte chiuse e silenzio), curata da Domenico Pirondini organizzata da segni/particolari #3 e Circolo Culturale I. Bonomi con il patrocinio del Comune di Gonzaga.

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“(…) Dal Giappone alla “bassa” passando per gli studi di Brera a Milano – spiega il curatore Pirondini – Hikari Miyata ha saputo dare come nessun’altro tanta semplicità e bellezza a questa terra antichissima dove, come è stato scritto, “tracce della vita, alberi e case, sono poca cosa di fronte al trascorrere del tempo”. Si cominciava a parlare, allora, di “civiltà contadina”, di una presa di coscienza che qualcosa di irreversibile stava accadendo, che le stalle moderne, i nuovi sistemi di coltivazione, la tecnologia, stavano per cancellare, lenta e triste agonia, contenitori e contenuti. Pietre che poi tanto vecchie non erano, di un’esteticità unica, un’architettura ingiustamente ignorata, degna di ben altra attenzione. Miyata, con delicato ed elegante linguaggio, reminiscenza delle sue origini, unito ad una colta elaborazione materiale, ci dice che i valori culturali profondi sono patrimonio di tutti. La scoperta, oggi, di aver avuto in Miyata, un così prezioso alleato, ha incoraggiato la volontà di riprendere il lavoro di quarant’anni fa, per una ridefinizione che appare, da subito, clamorosa. Il recupero della cultura contadina, sostenuto allora dal Museo Civico Polironiano di San Benedetto Po, Biblioteca e Fiera Millenaria, aveva presentato un processo avanzato di degrado, trascuratezza, dismissioni, rimaneggiamenti “modernisti” di case e cose. Furono schedate 464 corti e scattate 3.000 fotografie. Ora la situazione è drammatica. La precarietà, l’instabilità, le modifiche ulteriori delle strutture produttive globali, terremoto e immigrazione, stanno provocando l’ultima “spallata” fatale. (…) In un suo catalogo si legge: “dall’orto, all’aiuola, al fiore, al dettaglio: non riuscirai mai a capire l’universo e farne parte con l’anima se prima non comprendi profondamente come è fatto un petalo di rosa”. Predisponendoci all’invito e all’ascolto delle pietre, che un raggio del Sol Levante ci illumini!”

“Il tema è di grande attualità, proprio perché molte corti e fienili di quella terra non esistono più – precisa l’architetto Giancarlo Pavesiinoltre la suggestione delle atmosfere, la grande padronanza della tecnica e il notevole equilibrio tra segno e colore, rendono ancor più viva una realtà che andiamo rovinosamente perdendo. Nato e cresciuto nelle lontane isole giapponesi, Hikari Miyata, all’inizio degli anni ‘70 del Novecento, si trasferisce a Milano e poi nel mantovano dove tuttora vive e lavora. Nonostante avesse fortemente maturato dentro di sé la cultura del suo Paese, è riuscito in breve tempo a farsi coinvolgere dalla natura e dal nostro paesaggio fino a farli diventare la  fonte principale della sua ispirazione. Gli alberi, i fiori, le case, i fienili abbandonati, gli scuretti cadenti, i vetri infranti e la luna che compare in visioni impossibili, sono diventati in breve tempo gli oggetti della sua espressione artistica. Tutti questi soggetti, fermati nel tempo senza renderli mai banali, li ha trasferiti sulla carta e sulla tela creando innumerevoli suggestioni poetiche che sono diventate ancor più significative dopo  i drammatici eventi sismici del maggio 2012. Questi luoghi, così minuziosamente descritti con la matita, col bulino ed infine con velature  sovrapposte  di colori, ci riportano senza rigurgiti nostalgici a quel lontano 1976, quando un gruppo di giovani pensava di “fermare” sulla celluloide l’abbandono di quelle case e quegli oggetti che timidamente definivano come “ultimi brandelli di civiltà contadina”. Hikari Miyata però non si è “fermato” a raccontare come raffinato osservatore le crepe nei muri, i forni per cuocere il pane o i pollai ormai vuoti avvolti in atmosfere di lontani ricordi, la sua dimensione artistica è andata ben oltre verso visioni più fantastiche e surreali. Alcune cose restano, ma sono avvolte in atmosfere più astratte e rarefatte e non più legate ad una rappresentazione grafica e reale del paesaggio. La sua ricerca si è proiettata verso l’uso di nuovi materiali e nel creare nuove suggestioni dove la sua spiccata capacità tecnica e scenografica propone una sconfinata tessitura di siepi, di fili, di fiori, di sassi e di catene che s’intrecciano all’infinito. Niente è lasciato al caso, ma ogni cosa è tenuta insieme da quella abilità tecnica e da quella sensibilità coloristica che lasciano riemergere, anche se in forma contenuta, quel sommerso  culturale che è tipico della cultura artistica del suo lontano Paese”.

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HIKARI MIYATA nasce a Matsuyama (Ehime), una città dell’isola di Shikoku, nel sud del Giappone. Alla conclusione del conflitto mondiale, la famiglia perde la casa in un bombardamento. Il padre, richiamato nella flotta giapponese, non fa più ritorno. La madre, rimasta con cinque figli, si trasferisce nella campagna di Ozu. Dopo il diploma di istruzione secondaria, raggiunge Tokyo per studiare e lavorare. Si laurea in Design all’Università di Chiba e lavora a Tokyo per diversi anni nel campo del design. Nel 1968 arriva la grande occasione di lavorare in Occidente e di vedere un mondo completamente diverso. Nel 1969, dopo un lungo viaggio per l’Europa, decide di lasciare il Giappone e stabilirsi in Italia. Si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e si diploma nel 1975, anno in cui si sposa con Ida Valentina Tampellini. Oltre l’attività artistica, collabora con importanti studi di architettura. Con la nascita di Sara, si trasferisce in provincia di Mantova, conosce la vita di campagna e inizia l’attività espositiva in numerose mostre personali e collettive. Vive tra Goito e San Benedetto Po.

L’esposizione si piò visitare nei giorni 2, 3, 9, 10, 16, 17, 23, 24, 25 aprile dalle ore 15 alle ore 18 e nei giorni di apertura della Biblioteca.

(foto web)

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