DUE VOCI INTORNO A UN FUOCO TRA VENTO, MEMORIA E DIVENIRE: Alberto, cantautore e figlio di Pierangelo Bertoli, si racconta

Intervista a cura di Paolo Biondo

Il vento soffia ancora? La risposta è sì.

Certo che dalle barricate degli anni Settanta, quando il fruscio e l’effetto Larsen erano il pass necessario per i concerti low cost e budget zero, laddove il vento rosso delle ideologie smarrite spazzava via ogni apparenza e formalità nel nome di solidi e vigorosi contenuti, ne è passata di aria. Sotto e sopra i ponti.

Eppure, il tempo della guerra fredda – che oggi ci appare come una specie di cover globale alla quale i nuovi leader anti eroi contemporanei si appellano per non sparire nella precarietà e temporaneità dei sociali – suggerì chitarre scordate ma necessarie alle grandi utopie dei dream writer del Secolo Breve. Il mondo, da Joan Baez a Victor Jara, fino ai nostri soldati d’arte europei (senza patria, senza spada e senza rete) allora lanciava bombe di musica, parole e poesia senza attimi di sosta. Guccini, De André, Lolli, Bertoli e… ecco.

Fermiamoci qui. Soffermiamoci sull’ultimo nominato, ovvero Bertoli.

Bertoli è stato, purtroppo scomparso troppo presto, il miracolo laico della canzone d’autore italiana. Un ragazzino dall’infanzia difficile, causa la disabilità che lo colpì a undici mesi, che all’età di cinquant’anni (dopo una lunghissima e significativa carriera) si ritrovò a diventare il più autentico dei bluesman d’autore della sua generazione. Vita e musica, urgenze personali e storia civile. Bertoli, belle canzoni (per alcuni di noi, capolavori) e grande uomo. Simbolo delle minoranze senza resa e dei “mai perdenti”, anche se impercettibili o schiacciati dal sistema.

Il vento urlante venne zittito dalla forza maggiore e dalla generazione opportunista degli ego-referenziali che cercarono di sminuirlo, accomodandolo in un’epoca finita.

Dopo qualche anno, però, la riscossa.

Dietro le quinte, tra tributi coraggiosi ma forse anacronistici, e citazioni doverose “per non dimenticare” ecco che Bertoli ritorna. Non è un fantasma. Non è un sosia. Non è uno scherzo.

Bertoli è tornato, da qualche anno, grazie alla famiglia che ha eletto a portavoce quello che, dei quattro figli, porta il suo DNA musicale. Si chiama Alberto, è quasi al quarantacinquesimo giro, come un piccolo grande vinile e, proprio come un disco da collezione, oggi ci presenta i suoi due lati che, però, sono entrambi A.

A come Alberto, A come Amore. E se ci fosse un terzo lato sarebbe sicuramente B come Bertoli ma, al di là del cognome, e di tutto ciò che comporta, il figlio di Pierangelo continua a tenere aperta la Bottega di Famiglia, vivendo il suo tempo. Che è anche il nostro.

Lo abbiamo raggiunto e gli abbiamo chiesto di farci un po’ partecipi del suo pensiero.

Ciao Alberto. Raccontaci, se ti va, la tua poetica, il tuo scegliere la canzone come strumento di dialogo col mondo, con la società e con l’uomo ricorrendo, con grande caparbietà, al linguaggio canzone.

È molto difficile raccontare la propria poetica dall’esterno quando la si scrive in prima persona, forse dovrebbe toccare ad altri descriverla. Ho scelto di utilizzare il linguaggio canzone perché unisce sia la mia capacità di scrivere in una certa maniera a quella di comunicare suonando e cantando. Esistono diversi modi per comunicare e ognuno di noi è più portato verso uno o l’altro modo. Io ho avuto la fortuna invece di avere almeno tre o quattro strade per fare decifrare meglio il codice che uso per trasmettere quello che sento e che penso. Quando fai canzoni sopra un palco, sicuramente vinci quando riesci a fare provare al pubblico quello che senti tu nel profondo, ancora prima di quello che pensi. La magia della musica è anche quella di saper comunicare nonostante le parole siano in una lingua che magari il pubblico non conosce, o addirittura senza parole. Dal punto di vista letterario, il mio linguaggio rispetto a quello della bottega Bertoli precedente, probabilmente è molto più diretto e meno iper-riflessivo. Spesso mi chiedono quali siano le differenze più importanti, ultimamente sto pensando probabilmente che è questa mia esigenza di arrivare appunto più velocemente e in modo più diretto rispetto a prima.

Cantautore per DNA ma soprattutto per scelta. Eppure, chi ascolta i tuoi brani, sente una personalità molto differente da tuo padre anche se, è indubbio che “buon sangue non mente”. Insomma finalmente “figlio di”, ma padre anche di te stesso, oltre che delle tue meravigliose creature.

Dico spesso di avere la fortuna di avere tre fratelli ma di essere stato l’unico a fare il cantautore. Questo dipende da più fattori il primo dei quali è sicuramente quello di essere portato ma di sentire la necessità di migliorarsi nell’esprimersi in quella maniera. C’è una buona dose di sacrificio nella prima parte della carriera di un musicista, che è quella dove impara a misurarsi con le proprie capacità e con i propri strumenti. Sebbene io sia una persona estremamente sociale, c’è una componente di riflessione interna che mi porta spesso anche a stare da solo; quando ero ragazzo questo mi ha portato a sacrificare tante ore di gioco e di socialità per imparare i tre strumenti che utilizzano maggiormente cioè la chitarra, la voce e la scrittura. Sono molto orgoglioso di avere dentro i miei geni, quelli di mio padre e penso che si sentano molto: certo la personalità è nettamente differente perché siamo persone differenti. Mi fa piacere quando lo notano senza farlo a discapito mio o di mio padre: quando mi dicono sei più bravo di tuo padre, oppure tuo padre era più bravo, mi sembra una gara e non sono proprio un tipo competitivo. Non mi piace messo essere in competizione con mio padre, mi sembra di essere “contro” mentre io penso a noi come “insieme”. Ma va benissimo anche così: il lavoro del pubblico, o meglio il diritto, è quello di giudicare e anche di fare questi confronti; Il mio è quello di scrivere, cantare e suonare.

I tuoi inizi sono stati difficili, come se invece di privilegiarti, il fatto di esser figlio di un cognome celebre, ti penalizzasse. Eppure, oggi hai conquistato il cuore della gente e le persone ascoltano te e non solo i capolavori di Bertoli Senior.

Quello che ho fatto io è appunto tenere aperta “la bottega di famiglia” e non è tra i mestieri più semplici al mondo. Prova solo a pensare quando vai in un ristorante che è appartenuto a una generazione o due precedenti ed è da poco cambiato chi lo conduce, cerca di immaginarti quanti commenti alla stregua di “sì, ma non è come prima…” potresti sentire. La stessa cosa vale per le aziende, i negozi… All’inizio pagavo anche lo scotto di avere una faccia troppo giovane per i concetti che cercavo di veicolare, sia per quelli del repertorio più classico che per i miei. Non sono mai stato un ragazzino che canta canzoni d’amore scanzonate e spensierate, però è anche vero che il pubblico deve fare un’unione tra quello che si trova davanti agli occhi e quello che sente. Con l’andare dell’età, penso di avere dato un’anima differente alla canzone Bertoliana portando forse delle sfumature che prima non aveva e forse sacrificandone altre. Mi fa piacere che questa cosa conquisti il cuore delle persone, ma penso che ci sia ancora tanto da fare.

La tua attitudine al rock a volte ti rende un personaggio più vicino a Vasco e Ligabue che ai cantautori tradizionali degli anni Settanta, anche se il blues e il folk ogni tanto fanno capolino nel tuo repertorio. Pensi che oggi sia più efficace comunicare con questo genere (se possiamo ancora definirlo racconto?) piuttosto che con le ballate tradizionali popolari?

Ma vedi, penso che le attitudini personali debbano essere più vicine all’essenza della persona che cerca di veicolare un certo messaggio. Se mi mettessi seduto con una chitarra acustica a fare De André non sarei credibile perché non sono quella persona lì. Probabilmente gente pensa molto che il rock sia un genere già dato e che non abbia più speranze future, forse per altro è anche così. Ma io non posso non essere Alberto Bertoli, perché il mondo mi chiede di essere più in linea coi tempi, ci sono certi compromessi che non si possono accettare, bisogna rimanere sinceri e fedeli a sé stessi. Quando mi va di scrivere o di cantare una canzone in forma ballata tradizionale lo faccio e penso che sia tra l’altro un campo a me abbastanza congeniale. Però non sono solo quello e quindi credo che sia giusto seguire il mio istinto.

Album pochi ma stupendi, concerti tantissimi. Dal vivo “peschi” le emozioni della gente e le trasformate in vinili, piattaforme e cd?

Purtroppo ho trovato pochissime persone disposte a investire su di me ea farmi fare “dischi”, sì… li chiamo ancora cos: dischi. Qualche volta mi sono autoprodotto ma mi è costato una vera fortuna ei risultati sono stati deludenti. Questo accade perché se non c’è una squadra che ti aiuta a far fruttare quello che artisticamente hai composto, il messaggio rimane tra i pochi che già ti seguono. A volte è demoralizzante mi rendo conto, però il mio cassetto è pieno di canzoni che aspettano solo il momento giusto per venire fuori. Dal vivo mi è molto più facile parlare alle persone tramite canzoni e piccole introduzioni, sembra che questa cosa funzioni anche per il pubblico, quindi mi faccio la mia strada e la mia pubblicità dal vivo.

Bottega Bertoli, ci piace. Una famiglia con una garante guerriera, seppur senza patria e senza spada, ovvero Mamma (ormai nonna…) Bruna e tre fratelli (Lorna, Emiliano e Petra) carismatici e super attivi. I momenti ardui sono stati superati grazie alla coesione e all’amore tra di voi, non è vero?

La famiglia Bertoli detta anche tra di noi il clan Bertoli, è molto importante è sempre una roccia sulla quale ci appoggiamo tutti spesso. Sicuramente il merito di tutto questo è principalmente di mia madre e di mio padre secondariamente. Oltre a incarnare la fantasia di mio padre, la Bruna (Bunda per i nipoti) è il collante di tutti quanti noi, è la vera forza dell’amore della famiglia. Io e mio fratello abbiamo avuto dei figli e speriamo di essere lo stesso porto sicuro per questi nuovi Bertolini (Dario, Cesare e Giulio) come lo sono stati i nostri genitori per noi. Però intanto ci sono gli zii …

Ora ci aspettiamo nuove canzoni. Nel frattempo, in attesa della nuova edizione del Premio Bertoli, che ci traghetterà sicuramente ancora una volta oltre le aspettative, puoi anticipare qualcosa sul tuo tour estivo?

Il tour estivo sarà pieno di date come gli ultimi anni perché, come ti dicevo, la nostra più grande promozione è quella di andare di città in città a raccontarci sopra il palcoscenico. In questi giorni ci siamo messi a ragionare su tre progetti importanti sperando di poter dare vita ad almeno uno di questi in maniera potente quindi, siamo pieni di buone speranze e abbiamo le chitarre

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