CURTATONE – ESPOSIZIONE DELLE GRANDI SCULTURE NEL RICORDO DI CARLO LONGHINI

LOCANDINA_LONGHINI 2

DALL’ 8 OTTOBRE AL 9 NOVEMBRE
ENTRATA LIBERA

Nell’ambito delle manifestazioni in ricordo di Carlo Longhini, dopo la mostra delle sculture nella sede della Cooperativa Bertani di Buscoldo dal 25 aprile al 2 giugno e nel Foro Boario di Grazie dal 7 settembre al 4 ottobre, organizzate dalla Cooperativa Bertani di Buscoldo e dall’ANPI di Mantova con il patrocinio del Comune di Curtatone, vengono ora esposte nella sede municipale del Comune di Curtatone a Corte Spagnola di Montanara le grandi sculture di natura mitolologica.

12181_141_PRMIN

CARLO LONGHINI – VITA, ATTIVITA’, OPERE – 1939/2013. Seguendo l’attività del padre si è trasferito con la famiglia a Genova, San Benedetto del Tronto, (dove nel 1958 si è diplomato in ragioneria), e infine nel 1959 a Milano. Qui ha iniziato subito a fare attività politica nel PCI, e poi a lavorare presso la CGIL: prima nell’ufficio studi, poi nel sindacato chimici, presso la Pirelli Bicocca e la segreteria provinciale. Assieme al lavoro ha sviluppato un forte interesse per la scultura in terracotta, specie ritratti, che realizzava in piccoli laboratori ricavati in cucina o nel corridoio di casa. Nel 1974 si è trasferito a Roma come membro della Segreteria Nazionale dei Chimici; nel 1980 è ritornato a Milano come segretario generale dei chimici di Lombardia, e poi membro della segreteria generale della CGIL, con responsabilità specifica della organizzazione. Nel 1992 è andato in pensione pur continuando a seguire iniziative di progetto e sviluppo. Nel 1995 si è trasferito a Buscoldo (Mantova), luogo di nascita della moglie.

Si è dedicato allora prevalentemente alla scultura, insediandosi in laboratori più ampi, prima in località Castello, poi in via Santa, infine in via Chiarella; il maggior spazio ed il tempo a disposizione gli hanno permesso di estendere l’attività artistica dalla terracotta alle sculture in legno anche di grande dimensione, utilizzando tronchi e grossi pezzi di alberi trovati nella campagna circostante. Con questo mezzo ha realizzato sculture di soggetto mitologico (il centauro) e grandi totem; nel contempo ha continuato ad usare la terracotta per sculture più piccole (figure singole e gruppi di figure, cavalli, città, ecc.), effettuando anche prove di colore su entrambi i mezzi. Nel 2001 ha realizzato una mostra (Morte del Centauro – 27.04 – 06.05) presso il Palazzo del Plenipotenziario di Mantova; la mostra era curata da Renata Casarin, e presentata da Sergio Cofferati, amico di Carlo e collega nel sindacato a Milano e Roma. Dal 2001 si è interessato allo studio dell’attività sindacale nel Mantovano, raccogliendo una grande mole di documentazione e scrivendo e pubblicando vari libri: – Da Montanara a Montanara, Cesare Roda “Bruno”, Teti editore, Milano 2005,

– Splende il sol dell’avvenire, Giuseppe Bertani, Editoriale Sometti, Mantova 2009,

– Le giornate rosse, 1919 a Mantova, editoriale Sometti, 2009,

– Il mito della socializzazione della terra, editoriale Sometti, 2011.

Carlo Longhini è stato anche impegnato nell’attività dell’AUSER di Mantova (assistenza agli anziani), e nella Cooperativa Bertani di Buscoldo dove ha organizzato seminari di scultura per i ragazzi del doposcuola della scuola media, di cui rimangono tracce sulla facciata posteriore della sede della Cooperativa.

Carlo Longhini è morto nel 2013; al momento stava preparando un nuovo libro sulla situazione dei contadini nel mantovano sotto il dominio austriaco, con particolare riferimento al problema dei risarcimenti per gli espropri ed i danni di guerra. Le sue opere sono diffuse presso le sedi del sindacato, case di amici e parenti; la maggior parte è in attesa di sistemazione presso la sua casa di Buscoldo e nei locali della Cooperativa Bertani.

LONGHINI 56551

DISTRIBUZIONE DELLE OPERE

 PIANO TERRENO

-Ingresso biblioteca: Morte del centauro

– Ingresso lavori pubblici: Totem e radici

– Ingresso anagrafe: Il coro

– Ingresso sala consigliare: L’arca

PIANO PRIMO

– Ballatoio urbanistica: Sconfitta del mostro – L’incontro

– Atrio sindaco: Grande canto

– Ballatoio sala consiliare: Popolo necessario, popolo superfluo, Simbolo uno

LONGHINI 56554

Sabato 24 ottobre la figura di Longhini nei suoi molteplici aspetti sarà oggetto di un incontro-convegno che si terrà nella sala consiliare del comune a Montanara; inoltre saranno presentate relazioni sulla sua attività di sindacalista, di storico, e di artista, e sarà ricordata la sua figura umana e di educatore.

Renata Casarin Palazzo DucaleL’OPERA DI CARLO LONGHINI, TRA STORIA, MITO E UTOPIA

di Renata Casarin, storico dell’arte, Direttore museo di Palazzo Ducale Mantova, sez. Corte Vecchia

Uomo del tempo Carlo Longhini lo è stato, uomo degli attraversamenti epocali, determinato nel guardare a ritroso per reinventare, nelle forme scultoree e nei materiali espressivi più arcaici, immagini espressive del sentimento della propria età.

Il legno, l’argilla sono stati i fedeli compagni e alleati dell’opera di Carlo, anche la tecnica esecutiva del suo lavoro ha voluto essere fedele alla necessità di recuperare modalità del produrre che appartengono da sempre all’uomo creativo. Così come l’intaglio dell’essenza legnosa e la modellazione della creta diventano prassi esecutiva continuamente sottoposte all’azione e alla revisione critica nel lungo percorso artistico di Longhini, così il terreno della storia e prima ancora del mito diventano l’humus fecondante il pensiero che dà forma all’idea. Longhini condensa il sentimento dell’esserci, quindi dell’io storico immerso nel proprio corso temporale, con quello degli uomini che sono esistiti prima di lui e che hanno avvertito la necessità di assumere l’imperativo morale di restituire con l’arte il volto della loro epoca.

L’essere umano e il suo rapporto con la storia, l’individuo e il suo rapporto con il tutto, sono questioni fondanti il cammino artistico di Carlo, presumere di comprendere e di inglobare in una forma tutto l’esistente, è stata la qualità e insieme la debolezza della sua opera. Religioso è stato il suo fare e intrinsecamente umano per quella volontà di narrare per immagini forti, volitive, plastiche la natura del vivere e del morire.

Quando inizia la sua attività di plasmatore e di intagliatore siamo negli anni Ottanta circa del secolo scorso, non è ancora chiara la strada che percorrerà e che intende percorrere, sa che deve “fare” per far convivere istanze sociali, utopie politiche con la memoria, vale a dire la storia, sino alle radici del mito. Esiste da principio anche una seconda componente di indagine, un filone sempre sotteso nella produzione di Longhini che si palesa nelle sculture raffiguranti il corpo muliebre, assunto quale emblema della vita. Il nudo femminile è figura plastica per eccellenza, nella linea sinuosa dei fianchi, dei seni, delle cosce, nella rotondità del ventre e del pube si invera la parabola umana della vita e della morte, tutto si condensa e trova senso e sentimento dell’esserci.

Da questa fase prende avvio una investigazione della forma che Longhini coniuga con la volontà di ripercorrere a ritroso la via del mito, un filone sempre presente e sotteso anche quando il tema si declina in quello delle origini, sino a recuperare le forme di vita dei regni vegetali, minerali e animali. Alludo alle radici lignee, ai sassi resi lisci dal vento incuneati nei pezzi di tronchi feriti, combusti, arsi dal calore del sole, modellati dagli agenti atmosferici, che Longhini recupera dal paesaggio padano e assembla liberamente per dare avvio a un nuovo canto del vivente.

La compartecipazione del tutto nel tutto, l’affermazione della coralità delle voci sono elementi sempre attivi nell’opera dello scultore, l’individuo non può sussistere come monade quanto quale espressione di un io eroico che deve essere riconosciuto dal démos, dal popolo. L’istanza agonica è tuttavia costante di quella eticità del sentire che in Carlo Longhini rappresenta principio e fine, si potrebbe dire, per l’acquisizione e espressione della dignità umana.

È il centauro a incarnare la figura composita, duale della lotta tra ratio e passione, tra ordine e caos, tra apollineo e dionisiaco che albergano in ogni uomo, senza che il contrasto non sia mai risolto, se mai dovesse essere necessario risolverlo. Il gesto di Apollo che nella Sconfitta del mostro condanna perentorio il centauro alla morte, all’esilio dalla regione dell’Olimpo esprime la vittoria dell’intelletto sugli eccessi dello spirito. Il dio del sole simboleggia la conquista di uno statuto morale, sola sicura garanzia della perfezione cui l’uomo deve tendere per garantirsi la perenne felicità. La storia ha dimostrato che non è stato così e non è così, la componente dionisiaca è responsabile degli eccessi ma quando esprime la volontà, il desiderio, la lotta manifesta il dinamismo dell’azione tesa alla crescita, alla conquista, alla progressione.

È necessario che Chirone muoia per far nascere l’uomo nuovo, il centauro più saggio e esperto nelle arti, nella scienza e nella medicina, maestro di eroi come Enea, Eracle, Achille, Asclepio, abdica alla sua immortalità per guarire da una ferita prodotta da una freccia avvelenata che gli produce sofferenze indicibili. Chirone sceglie la morte eppure riconferma la vita, quella che gli dona Zeus assumendolo nell’empireo; il centauro muore a se stesso, cavallo e uomo si fondono in un’unica massa, diventano una sola forma che implode in sé medesima e si abbatte a terra per lasciar spazio alla figura olimpica dell’uomo che eretto tende alle vette, aspira al cielo. Numerose sono le varianti che Longhini fornisce di questa immagine flagrante, negli anni Novanta un ciclo notevole per dimensioni e numero offrono l’occasione per inaugurare nella primavera del 2001 una mostra presso il Palazzo Plenipotenziario di Mantova, con un testo in catalogo dell’artista che spiega le ragioni e implicazioni storiche-letterarie del tema del centauro, che Longhini declina negli esiti più astratti e simbolici della sua opera.

Quando egli affronta il ciclo composto dal trittico Popolo superfluo, Popolo necessario, Grande canto ripropone il mito ispiratore ora trasposto nel tempo delle sfide, della lotta per la giustizia sociale, la verità, le idee innovatrici. Con il gruppo Il coro Longhini dà forza alle voci di chi reclama l’avverarsi delle utopie, singolarità e sacrificio di chi sacrifica in nome della propria fede la vita, allora il canto dei coreuti si eleva alto a testimoniare la gioia della speranza incarnata, che nel pugno chiuso della scultura Simbolo uno palesa il gesto simbolo di una età e di una promessa metaforicamente avverata. Esiste sempre nel lavoro di Carlo un bisogno di reclamare la salvezza, di sanare la vita, senza mai però crederci fino in fondo, che egli esprime nel lavoro forte e potente dell’Arca. Nave del rifugio e dello scampo dalla morte, nave dei folli che osano sfidare i flutti, la metafora dell’arca dell’alleanza consente comunque di procedere oltre, verso un ignoto che pare migliore della stasi e del presente.

Longhini ha fiducia nell’uomo, nella sua possibilità di orientarsi tra le scelte possibili, per finire sempre là dove la ragione è sorretta dal sogno e qualche volta guadagna la meta. Tutto nel creato sembra suggerirgli il lento progredire verso la felicità, tutto è promessa dell’esistente e tutto fra terra e cielo narra dell’armonia cosmica. I Totem alberi/uomini sono l’espressione di una figurazione arcaica capace di inverare la tensione verso l’alto, così come le Fiamme e le Montagne perpetuano l’immagine di un brulicare di forze ancestrali che sospingono verso la volta celeste il bisogno di purificazione e liberazione dal male, dalle forze oscure, dalle passioni che ancorano l’anima alla terra. Non senza fatica l’uomo si incammina verso le vette del proprio cuore e al proprio dèsir si tiene stretto colui che vuole godere dell’orizzonte più vasto. Quando nell’ultima frazione della propria esistenza Longhini fa i conti con la malattia, con la sofferenza fisica e il presentimento della fine ricorrere alla figura del monte diventa necessario per trasporre in figura la riflessione sul cammino della vita come via su cui inerpicarsi per ascendere alle ragioni della propria coscienza, sino alla liberazione da affanni e legami che pure ancora imbrigliano la mente.

La dualità delle istanze che Carlo ha sempre presentato nel suo lavoro, vale a dire da una parte tensione verso la liberazione dell’essere sino a esprimere un connubio col creato, in una felice armonia tra la dimensione contingente del corpo e dell’istante presente con l’infinito proliferare delle energie vitali, e dall’altra parte il peso e la fatica dovute al sentirsi comunque ancorato alle pressioni del vivere in una società sempre più lontana dall’utopia di un mondo rasserenato dal dolore, finalmente prosciugato dall’insania umana, sono palesi nell’estrema produzione plastica dell’artista.

Consideriamo le Città e L’uomo nuovo imprigionato in condomini senza identità, in fabbriche disumane cui Longhini attende tra il 2005 e il 2010. Gli arti non possono più scavare e incidere il legno ma la mano può ancora plasmare la più malleabile creta, i pigmenti possono essere stesi e imprigionati nell’azione del fuoco della fornace per far ardere quasi i blocchi architettonici sbilenchi e improbabili di edifici sempre uguali, con i quali si vuole alludere all’insignificanza del presente, alla pochezza di una società che non libera ma ingabbia l’uomo imprigionato nello scenario amorfo e silente di paesaggi urbani indifferenti a se stessi. Dove sono gli Eroi con corazza e scudo pronti a difendere la vita con la vita che costituiscono una serie ben riuscita nel corpo delle opere di Longhini? Forse le figure imbrigliate nelle città fantasma ne possono rappresentare un’altra parte, un altro aspetto. La dualità del sentire di Carlo si esprime anche nelle configurazioni possenti dalle quali emergono ominidi indecisi tra il sostare e l’andare, tra l’arrendersi alla morsa delle laiche cattedrali dello scenario contemporaneo e il desiderio di liberazione da pastoie e lacci per appigliarsi a un varco possibile, per poter agire e procedere oltre, comunque a oltranza finché sia possibile far espandere lo spirito.

LONGHINI 56533

SCHEDE DELLE OPERE

Le opere sono raggruppate per tema ed analogia; le schede si riferiscono ai temi che caratterizzano ogni gruppo.

Le origini. Sconfitta del mostro / Morte del centauro /L’incontro

L’uomo e la sua statura morale, la costante tensione dell’essere a misurarsi con la parte bestiale che è in lui e insieme la volontà a perseguire una condizione superumana, se non eroica, sono i poli di una ricerca condotta da Carlo Longhini per tutta la sua vicenda creativa.

Il tema del centauro è emblema di questo percorso e costituisce il cuore dell’opera di Longhini, così dal mito greco scaturisce il motivo che in più opere, sia in legno sia in terracotta, esaltano la creatura favolosa che incarna la doppia natura dell’essere, frutto del connubio fra forma animale e propriamente umana. Ciò che affascina l’artista è lo statuto eroico che i leggendari centauri mantengono anche quando Apollo ne decreta la sconfitta e li esilia dall’Olimpo, per far sì che l’uomo solo si apparenti al dio della ragione e che muoia la parte brutale che pure alberga nei recessi di ogni creatura.

Tuttavia il centauro ammalia in quanto l’energia potente delle sue masse è simbolica del faticoso percorso che l’uomo ha dovuto compiere per guadagnare l’orizzonte del cielo. Il centauro muore per lasciare che viva la parte umana, eppure senza il suo lato mostruoso non sarebbe possibile intraprendere il faticoso viaggio di affrancamento dagli istinti e dagli umori ferini, affinché la forza si tramuti in potenza volitiva e energia creativa. Così può sostenere lo sguardo della donna e simboleggiare nell’incontro anche l’innamoramento della vita.

L’utopia. Grande canto / Popolo necessario / Popolo superfluo / Simbolo uno / Il coro

Questo ciclo esprime l’attualizzazione del soggetto del centauro che abbandona la leggenda per lasciar spazio alla storia e alla comparsa sulla scena del mondo dell’uomo. Ovviamente non solo della sua immagine corporea, quello che interessa a Longhini è alludere alla supremazia dell’imperativo etico di ogni individuo, e che in nome di questo statuto non può rinunciare a incidere con le proprie azioni nella società. La condivisione di un sentire epocale che dia origine a il Grande canto muove dalla lotta che ingaggia il Popolo necessario, costituito da chi deve creare gli eventi e recupera dentro di sé la volontà di guadagnare la storia e di agirla, così come hanno fatto sin dalle origini gli eroi che popolano i miti.

Ancora dalla civiltà antica e dal ruolo che nel teatro greco ha il coro, Longhini trae una tematica capace d’intrecciare sentire individuale e universale. I coreuti commentano, interrogano i protagonisti della tragedia, condividono le emozioni degli astanti e esprimono la voce della ragione e del cuore, è con questo spirito che Longhini fa del soggetto un’allegoria del pensiero contemporaneo. Il suo coro diventa la voce unanime di chi non ha voce propria e la può trovare solo nella condivisione di un’espressione collettiva, segno di un sentire epocale mai smarrito. Il Popolo superfluo è identificato nella figura del guerriero romano che si sacrifica per tutti, eppure in primo luogo san Sebastiano muore per essere fedele alla religione del cuore, compie una scelta autonoma, rappresentando in questo l’altra faccia dell’azione rivoluzionaria sostenuta dai più e che trova nell’opera Simbolo uno la sua rappresentazione simbolica più persuasiva.

La ricerca della salvezza. L’arca

Questa opera si situa all’interno di quel mondo mitico cui Longhini non può sottrarsi, fedele alla necessità di riannodare il filo del proprio vissuto a quello della storia, oramai fusa con la leggenda. Tempio che custodisce il tesoro, tabernacolo sacro o barca della salvezza, in qualunque accezione si voglia leggere il riferimento all’arca, la magia del nome conduce lontano, a un tempo remoto, a uno spazio non più conquistabile.

La nave che Noè costruisce su indicazione del Padre simboleggia nella tradizione cristiana la figura salvifica di Cristo; l’arca è pure il grande ventre che nutre, protegge le creature chiamate a ripopolare la terra redenta, per avverare il disegno divino della Chiesa che dopo il diluvio, mondata dal peccato, sorge e risplende di nuova luce. Longhini richiama nella struttura trinaria degli elementi incuneati nello scafo la complessa simbologia dell’arca; stante le descrizioni letterarie, il progetto celeste ne prevede la costruzione ripartita su tre piani, tali livelli compartimentali alludono così alle virtù teologali, espressione delle qualità morali del perfetto cristiano.

Non è tuttavia la lettura prettamente religiosa a interessare lo scultore, costituisce un primo motivo di empatia il materiale con cui Noè realizza la sua imbarcazione; il legno resinoso e profumato, levigato, dell’arca è l’elemento di elezione che Carlo Longhini predilige e adotta preferibilmente nel suo lavoro. Questo connubio tra racconto ancestrale, legato alle origini del nuovo mondo, e materia primigenia dell’esistente ben esprime lo sguardo retrospettivo dell’artista sul passato, secondo una visione totalizzante per cui storia del naturale e storia dell’umano coincidono.

LONGHINI 56479

La conquista del cielo. Totem

Carlo Longhini è sempre stato affascinato dal creato, dall’energia vitalistica degli elementi. Se i centauri esprimono l’interesse per l’evoluzione della struttura antropomorfa dalla morfologia animale, il regno vegetale costituisce un campo attrattivo per le infinite possibilità di ispirazione del modo naturale e per le suggestioni simboliche di questo ambito. Numerose sono le opere che rimandano per la loro struttura verticale e per l’impiego dell’intaglio ligneo, all’albero. Alcuni pezzi mantengono nella parte superiore l’idea della chioma, le basi sono spesso lavorate o provviste di perni aggettanti, quasi a simulare in forma astratta lo sviluppo dei rami, e nello stesso tempo questi corpi scultorei diventano dei totem, dal sentore atavico, ma resta fondante nelle duplici letture questa necessità di esprimere la congiunzione tra terra e cielo.

Il fusto – colonna è perno e motore insieme delle forze dinamiche che attraverso il tronco conducono all’alto, il nutrimento che mediante le radici viene dalla madre terra genera nuova vita, permette all’albero totemico di espandersi nella ragione dell’empireo e del divino, cui tende sempre l’uomo.

Per questo motivo anche alcune sculture che raffigurano figure esili di uomini possono essere incluse in questa serie tematica. Le immagini filiformi di corpi prosciugati, quasi rinsecchiti, dalle membra serrate lungo i fianchi, o di figure senza volto e quindi private di identità, rinviano all’invenzione nelle culture tribali dei totem, strumento potente di identificazione sociale e di riconoscimento del genere umano nelle forme simboliche che narrano del dialogo con il divino.

Da dove veniamo. Radici

Le Radici sono opere del paesaggio, frutto della lavorazione lenta e industriosa del vento, della pioggia, del sole; sono organismi talmente perfetti in sé che Longhini interviene in modo minimale lasciandosi ispirare dalla forma scavata per azione erosiva degli agenti atmosferici, così l’artista si limita a collocare nell’alveo del ceppo un sasso, anch’esso prelevato dal fiume o da una riva, per esaltare natura creata a natura creata. La radice diventa nido, ricettacolo che custodisce forme di vita inanimata comunque di grande fascino, da cui promana una nuova bellezza.

In altre situazioni l’opera nasce dalla combinazione della radice con prodotti di artigianato povero di riuso: un tavolino, un tre piedi, vengono assemblati al nucleo-radice, per dare origine a corpi sghembi nei quali è anche possibile intravvedere l’anatomia di un cavallo; lo scheletro di un umano.

È tale la fascinazione per questa modellazione spontanea della materia che lo stesso scultore attende a un ciclo di radici-albero, realizzate con il legno, a volte pigmentate con argille colorate, secondo la tecnica del puntinismo. L’essenza lignea lavorata, scavata, è percorsa talora da ramoscelli colorati di rosso, a simulare la linfa vitale che scorreva un tempo nei tuberi, ne nasce un contrasto con la patinatura bruna di alcuni lavori, dove le forme quasi combuste alludono al lento processo di mineralizzazione della materia degradata ma mai sfinita, avvilita, perduta.

Rispondi