“L’ÂME DE LA MATIÈRE”. ALLA ESPACE ART GALLERY RETROSPETTIVA DELLO SCULTORE CLAUDIO CERMARIA

Si inaugura il 4 novembre nella prestigiosa Espace Art Gallery di Bruxelles, una mostra nel ricordo del compianto scultore e docente Claudio Cermaria (Cattolica 1942 – Mantova 2014) curata da Jerry Delfosse dal titolo “L’ÂME DE LA MATIÈRE CLAUDIO CERMARIA – Sculptures en bois ed en pierre“. Mantovano d’adozione, è stato per molti anni docente di discipline scultoree presso l’Istituto d’Arte di Guidizzolo (Mn).

Tra gli anni Settanta e Novanta partecipò a svariate mostre collettive e personali, oltre a manifestazioni di carattere internazionale, quale il Simposio di Scultura di Carrara del 1986.

Cermaria rientra a pieno merito, in quella colta schiera di scultori che Mantova ha avuto a partire da Cerati, Gorni, Nenci, Menozzi, Viani come massime espressioni del ‘900 storico.

Partiamo da un errore, quello d’incancrenirsi sull’oggettualità del prodotto scultoreo, immaginarlo come un organismo indipendente da necessità esterne. La sua creazione è si una parabola di ricerca materica, diretta a “svelarne” attitudini concreto-formali. Però solo al termine di questa parabola – decisamente soggettiva – quel prodotto compie la sua missione, il piccolo miracolo catartico di non subire lo spazio ma invaderlo, cementandosi all’interno di esso. Come disse Fausto Melotti: «in scultura ciò che conta è l’occupazione armonica della spazio».

Claudio Cermaria l’aveva pronosticato da tempo, sapeva che il suo “essere scultore” non significava unicamente dedicarsi ai materiali e alle loro potenzialità segnico-plastiche, ma farsi promotore di un’arte pronta a vivere in piena partnership col mondo che la circonda. Quasi l’atto stesso della scultura tendesse a contraddire i termini della sua fattiva certezza, formulandosi come una sorta di compromesso fisico giocato tra la sua esistenza in quanto materia (legno, marmo, pietra) e non materia, forma descritta (diretta) e forma ricavata (indiretta), sostegno concreto di pieni e vacuità infinita dei vuoti. Il legame incorso tra Cermaria e Umberto Mastroianni non è un caso; non è un caso che nel rapportarsi alla scultura del maestro, Cermaria abbia saputo concepire e tradurre quella spinta di tensione plastica, necessaria ad attivare nel proprio modo d’intuire la scultura e i suoi intrecci plastici una “patologia della movimentazione”.

Sviluppare “l’anima” di quelle evoluzioni è stato – ed è ancora oggi – dare anima alla materia, attraversarne la natura fisica fino a estrarne la validità metafisica. È la fisica di Cermaria, che sconfina nella controparte metafisica di lavorazioni soggette ancora una volta a una “patologia della gravitazione”, supposta convinzione che l’opera possa in sé rescindere l’obbligatorietà dell’attrazione terrestre. Come se l’atto michelangiolesco di estrarre forma dalla materia includesse quello di portare la materia a librarsi per sé stessa, impadronendosi in pieno delle potenzialità del proprio tutto tondo. Perché no, anche distaccandosi dalla funzionalità del piedistallo, oggetto di una messa in discussione attraverso cui Cermaria sembra aver voluto proseguire l’onda d’urto scatenata dal pensiero di Arturo Martini e dall’azione di Eliseo Mattiacci.

Claudio Cermaria muore a Mantova nel 2014 dopo una malattia che l’aveva allontanato dal lavoro scultoreo per oltre un anno e mezzo. Il suo ricordo continua a vivere in raccolte pubbliche e private, in Italia e all’estero.

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