Nuova luce al monumento ai caduti della BATTAGLIA DI CURTATONE E MONTANARA
CURTATONE (MN) – Un percorso che nasce nel 2017, l’Amministrazione Comunale, anche in vista del 170° anniversario, aveva dato indirizzo di verificare lo stato del monumento dei caduti della battaglia di Curtatone.
Ne è emerso uno stato di conservazione con degrado avanzato e diffuso, e la necessità di importanti lavori di restauro.
Poiché il monumento è assoggettato alle disposizioni di tutela dei beni culturali e del paesaggio (vincolo monumentale) nel marzo 2018 il progetto dettagliato di restauro redatto dall’Arch. Sandra Poma è stato trasmesso alla Soprintendenza ed autorizzato nelle stesso anno.
L’intervento è stato poi candidato nel giugno 2022 al bando Cariplo “Visitare la Storia. Esplora il Museo diffuso del Risorgimento 2.0” e nel febbraio 2024 è arrivato riscontro e accettazione del finanziamento della Fondazione Cariplo: spesa complessiva di € 56.000,00, di cui 44.152,54€ di contributo Cariplo e 11.847,46 di cofinanziamento da parte dell’Ente.
I lavori, affidati nell’ottobre 2024 alla Ditta Brunoni Costruzioni, sono iniziati il 3 marzo 2025, con le condizioni climatiche favorevoli per effettuare le operazioni di restauro.
Il restauro conservativo è un approccio che pone al centro il rispetto per l’originale. Non si tratta di ricostruire o di abbellire, ma di comprendere a fondo la storia del manufatto, i materiali con cui è stato realizzato, le tecniche costruttive impiegate, e di intervenire con metodi scientifici e tecniche all’avanguardia per arrestare il degrado e garantire la sua trasmissione alle future generazioni.
Il sapiente lavoro della restauratrice Giovanna Gola ha restituito nella sua originaria bellezza il complesso monumentale.
L’Amministrazione di Curtatone in persona dell’assessore Cinzia Cicola ringrazia per l’ottimo lavoro, l’ufficio tecnico in particolare l’Arch. Giulia Elisse, il prof. Rudi Torselli per l’importante collaborazione, tutti i tecnici e la ditta che hanno collaborato all’intervento dimostrando una grande professionalità e rispetto per il luogo e il monumento stesso. “È molto importante tenere viva la memoria storica di questo luogo anche attraverso il restauro, il ricordo custodendone la memoria collettiva” ha dichiarato l’assessore Cicola aggiungendo anche “E’ nostra responsabilità far conoscere la storia alle generazioni future per far capire l’importanza e per conoscere le radici che rappresentano”.
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Battaglia di Curtatone e Montanara 29 maggio 1848
(a cura di Sergio Leali dell’Associazione Curtatone Montanara)
Tutti conoscono Indro Alessandro Raffaello Schizogene Montanelli (Fucecchio 22 aprile 1909 – Milano 22 luglio 2001), pungente giornalista, saggista e commediografo. Fu per vent’anni direttore del Corriere della Sera e fondò Il Giornale.
Ma il più illustre cittadino del borgo toscano è il prozio di Indro, Giuseppe Montanelli, che nacque a Fucecchio ai tempi del Granducato.
Giuseppe fu, nel 1848, deputato del primo parlamento Italiano. Indro un giorno descrisse così il suo antenato: «Rettore dell’Università di Pisa, era stato, con Guerrazzi e Mazzoni, il fondatore della Repubblica Toscana del ’48, nonché il comandante degli universitari pisani a Curtatone e Montanara, dove fu ferito e preso prigioniero dagli austriaci che, dopo averlo curato, gli dettero un salvacondotto per riparare a Parigi, dove divenne amico di Victor Hugo e di Lamennais, ma soprattutto privato consigliere di Napoleone III»
IL CAMPO TOSCANO
DESCRIZIONE
DEL FU PROFESSORE GIUSEPPE MONTANELLI
pubblicata per cura
DEL DOTTOR GIOVANNI ROMANI– 29 Maggio 1867
Andata male l’impresa del Tirolo, tenni la parola data ai miei commilitoni toscani di riunirmi con loro appena fossero in faccia al nemico, e fino dagli ultimi giorni d’aprile militavo a Curtatone nella compagnia dei Bersaglieri, capitanata da Vincenzo Malenchini.
Era il campo toscano a destra dell’armata piemontese, fra Goito e il lago di Mantova. Occupavamo con l’antiguardo Curtatone e Montanara, due luogucci distanti circa tre miglia da Mantova, e non più di un miglio e mezzo l’uno dall’altro. Curtatone è un gruppo di sei o sette casupole a ridosso del lago.
Il quartier generale della piccola armata, dapprima posto a Castellucchio, era stato trasferito alle Grazie. Eravamo poco più di cinquemila fanti, tremila dei quali volontarii, con centosessanta cavalli e nove pezzi d’artiglieria. Con sì poca forza davanti ad una cittadella formidabile, che fece girar la testa al primo capitano dei nostri tempi, e avendo il largo e profondo fosso dell’Osone alle spalle, con solo uno stretto ponte per passo, e un argine altissimo dalla parte di Mantova, e niuno dalla parte opposta, il che rendeva assai difficile la ritirata, le linguacce dicevano che eravamo stati messi lì in bocca al lupo.
Aggiungi le pestifere esalazioni dei paduli; la cattiva volontà del Governo, che pareva le stilasse tutte per farci stuccar della guerra e tornare a casa svergognati, l’inettezza del generale D’Arco Ferrari; il suo Stato Maggiore quasi tutto di gente nuova a milizia; la mancanza di architetti militari, e di ogni altro ordine che fa gagliardi e disciplinati gli eserciti; la lentezza in provvedere ad ogni più urgente necessità, – si capirà a che stretto partito eravamo ridotti.
E tuttavia giocondi, come quelli di un primo amore, tornano al pensiero dell’esule i ricordi del campo; le notti vegliate in scolta sulle poetiche rive del Mincio, dove Virgilio e Sordello cantarono, l’ardita scorreria mattutina fin sotto Mantova; la messa a suon di banda in vista delle schiere tutte in arme; e brune davanti agli occhi quelle torri mantovane su cui speravamo noi piantare il vessillo tricolorito; e nel silenzio notturno il grido lontano della sentinella nemica ai soavi gorgheggi degli usignuoli.
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La mattina del 29 tutta la mole dell’armata nemica piomba sopra di noi. O forti anime antiche, che a questo sole del 29 maggio vedeste fiaccato l’orgoglio del Barbarossa, venite a vedere degnamente celebrato l’anniversario di Legnano!
(Nota: la battaglia di Legnano fu combattuta anch’essa il 29 maggio ma del 1176)
Fummo chiamati sull’armi verso le nove. Faceva bellissimo giorno. Dopo un’ora che stavamo invano aspettando tuonasse il cannone, il colonnello Campia, preposto alle milizie di Curtatone, mi domanda se la nostra compagnia si risentirebbe di andare a scoprire il nemico. Malenchini prese con sé dieci o dodici, e mosse fuori dalla trincea. In meno di dieci minuti comincia il moschettare. D’Arco Ferrari non aveva voluto radere la campagna per riguardo ai proprietarii di quella; cosicché gli archibusieri nemici venivano fin sotto i parapetti, nascosti fra le spighe.

In alto compare il Mulino dove fu ferito Montanelli (disegno di Guglielmo Calciolari)
Poco dopo Curtatone la zuffa si appiccò a Montanara.
Laugier era risoluto a tenere fermo, finché non giungessero gli ajuti piemontesi per ripetuti dispacci promessigli. Fra il fulminare dei moschetti e dei cannoni esce a cavallo fuori dai parapetti, e coll’esempio insegna prodezza. Dovunque passava era un agitare di caschetti in cima alle bajonette, e un osannare all’Italia. Giunto a Montanara, domanda a Giovannetti, preposto colà, perché faccia combattere i bersaglieri all’aperto?
Egli sorridendo risponde: – Gli italiani devono mostrare il petto al nemico. –
Più volte gli Austriaci ci assaltarono, e più volte li ributtammo.

Generale Maggiore, comandante del 1° Reggimento;
dal 26 maggio comandante in capo delle truppe toscane
Un esile drappello guidato dal capitano Contri mosse da Curtatone a molestare il fianco sinistro del nemico. Si affronta con foltissime colonne, e fu loro assai danno. Due battaglioni gli vengono sopra, e lo costringono a ripiegare. Riaffiammato dalle parole di Laugier, e alcun poco rinforzato, tornava all’assalto, e costrinse momentaneamente i battaglioni tedeschi a dar volta.
Il battaglione degli Scolari, lasciato nella retroguardia alle Grazie, a udire il tumulto della zuffa, e a vedere portati colà i primi feriti, non raffrenò la bramosia del pericolo; e quando Laugier facevalo chiamare perché ancor esso pagasse alla Patria tributo di sangue, trovavasi dove già più ferveva la zuffa. Ecco l’eletta schiera sul ponte dell’Osone … Oh tesoro d’accumulato sapere! Oh pregnanza di scoperte! Oh patrie speranze, e orgogli, e affetti materni in cimento! Qual vuoto per l’umanità, se sparisca alcuno di quei principoni teutonici pugnati contro di noi? Ma in questo breve spazio occupato dalla sacra legione del pensiero toscano, ogni palla nemica minaccia inestimabili danni … Qui principi di sapienza e di civiltà, un Mossotti, un Piria, un Burci, un Pilla! E una cannonata lì sul ponte rapiva al mondo quella cima in geologia di Leopoldo Pilla, che spirò dicendo: – Non ho fatto abbastanza per l’Italia – Cadevagli poco discosto Torquato Toti giovanetto d’ingegno arguto come la valdarnina aria nativa, discepolo mio dei più promettitori.

Professore dell Università di Pisa, fu uno dei massimi geologi dell’Ottocento
Ammutolirono i nostri due pezzi, coi quali il tenente Niccolini faceva assai danno al nemico. Un razzo caduto sulla cassa delle polveri suscita un incendio che uccide o ferisce gran parte degli artiglieri. Niccolini è ferito. Una ajuola lì appresso ai cannoni, dove io combatteva, mi rese imagine di bolgia infernale. La lieta faccia del cielo velata dal fumo della battaglia, una casa e un pagljaio in fiamme, l’aria arroventata: le cannonate spesseggiano, sibilano palle, piovono bombe; gli artiglieri incendiati corrono qua e là chi ignudo, chi stracciandosi le vesti in fiamme; e nulladimeno in cotesto inferno raggia dal volto dei combattenti letizia celeste, e giovanetti imberbi combattono da leoni, e ogni evviva all’Italia rinfresca l’entusiasmo della battaglia come se allor cominciasse.
A Montanara gli Austriaci dapprima investirono l’ala sinistra, forse con intenzione di gettarsi fra i due campi e separarli. Ributtati da cotesta parte, assaltarono l’ala destra, e il fronte nel medesimo tempo, per impedire che a quella venissero aiuti. Il maggiore Beraudi, piemontese, sostenne con due sole compagnie di civici, quasi tutti fiorentini, una intiera brigata provveduta di cannoni e di bombe, cadde ferito nel mezzo al petto: quei civici contesero al nemico a palmo a palmo il terreno. Gli Austriaci insignorivansi di un cimitero e d’una casa alla destra del campo, dalla quale facevano fuoco in Montanara; i nostri tentarono cacciarli di lì, e in questa sanguinosissima fazione i soldati napoletani del decimo reggimento, assoldati dal Governo Toscano, fecero meraviglie.
E meraviglioso era in quel mezzo l’eroico affacendarsi a rianimare la batteria di Curtatone. Il foriere Gasperi, uno degli abbruciati nell’incendio delle polveri, rimettesi all’opra ignudo.
Ghigi, Castinelli, Camminati, Pecliner, Folini, Calamai, Paoli, Minucci, Meini, De Champs, sotto la grandine delle palle danno mano al lavoro. Per dar fuoco ai pezzi si adoprano fiammiferi, e stracci di vesti incendiate: avvi chi scarica sul pezzo pistola o archibuso. Oh gioia, quando risentimmo la voce dei nostri cannoni! L’entusiasmo italiano passava ogni misura.
Laugier aveva contato sopra gli aiuti piemontesi. Non vedendoli arrivare, pensò se dovesse ordinare la ritirata. Combattevamo da più di sei ore. Prolungare la zuffa era spargere forse inutilmente sangue prezioso. D’altronde la ritirata con truppe amalgamate a caso, con capi i più inesperti di militari esercizii, senza riserva, né consigli, arriva a Laugier un messo di Giovannetti e gli chiede se abbia a ritirarsi. Risponde di sì, e una volta ordinato il ritirarsi ai combattenti di Montanara decise lo stesso per quelli di Curtatone. Cerca del Campia, e del Ghigi. Campia era ferito … Ghigi gli viene incontro colla mano sinistra tronca da una cannonata, e con mirabile stoicismo agitando il sanguinoso moncherino gridava Viva l’Italia; e maledizione a quelli che gridano in piazza, e sul campo non vengono. – Poste due compagnie di fanti dietro al ponte, Laugier recasi da sé alla destra del campo, e sotto voce, uomo per uomo, commette cominciare lentamente la ritirata. Ma non appena fu vista indietreggiare la destra, che, rotte le file d’ogni parte, accorrevano frotte disordinate sul ponte, e se ne attraversavano il passo scambievolmente. Castinelli, Camminati, Cipriani, Pecliner, Contri, Enrico Mayer, Barberino, Carchidio, Colombini, Angioletti, Arrigoni, Pieroni, Fraticelli; Parenti, Maltagliati, Martini, Franzaroli, riuscirono a mettere in salvo i cannoni.

dove insegnò matematica e astronomia.
Combattè a Curtatone, unitamente ai suoi discepoli il 29 maggio
La compagnia di Malenchini, ferma alla trincea, giovava a nascondere al nemico cotale confusione, Malenchini ci fa segno di andargli dietro. Io era così lontano da pensare alla ritirata, che credei fossimo destinati a qualche scorreria. Giunto al ponte, vedo il ritirarsi tumultuante; parmi sentirmi addosso la cavalleria ulana: immagino lo scherno teutonico a sorprenderci in rotta; vampa d’orgoglio italiano mi accende; arringo sul ponte i compagni; grido esser quello l’istante di mostrarci degni dei padri nostri, e non buoni soltanto come ci accusavano a rivoluzione di canti; grido che chi si sente cuore italiano indietreggi meco a morire sulle trincee. Cominciò a raccogliermisi intorno un drappelletto di risoluti, primi fra i quali Pietro Parra, Paolo Crespi, Giovanni Morandini, Luigi Binard, Sacconi, Malenchini e Pierotti, ardentissimo cuore, che mi seguiva, benché tutto sangue la faccia. Percorrevamo il campo seminato di cadaveri, cercando il sito meglio alla difesa. Le palle stroncavano i rami degli alberi e gli alberi stessi, con fracasso di selva agitata dall’uragano. Ad ora ad ora alcuno mancava al drappello sacramentato alla morte. Ecco venire frettoloso un volontario napoletano, e dirmi che gli Austriaci fanno impeto dalla parte del lago era costà una casupola la quale dal lago prendeva le acque per alimentare un mulino. Al mulino, al mulino, gridai; e tutti di corsa al mulino.
Convenimmo colà da trenta in quaranta a disperata difesa. Oh perché non so il nome di tutti cotesti prodi! La nostra più gran pena era che ci potessero mancare le munizioni; e ogni volta che uno di noi cadeva, gli cercavamo addosso le cartuccie, e ci distribuivamo la preziosa eredità.
Avevo accanto a me Pietro Parra, diletto amico e compagno indivisibile del campo. Parlavo con lui prima di scaricare lo schioppo. Mi volto per riparlargli ancora … giaceva cadavere… O guerriero santo d’Italia, nell’ascendere con la palma del martirio al cielo dei forti, tu mirasti la trafitta di questo cuore, a vederti passato in un baleno dalla pienezza della gioventù e della vita alla gelida immobilità della morte! Quantunque capitano civico, Pietro Parra aveva voluto combattere da semplice bersagliere. Ma la mattina del 29, sul dare alle armi, indossò la divisa di capitano, e avrebbe voluto che la indossassi ancor io, perché ci giovasse in caso di cadere prigioni. Alto e ben fatto della persona, bruno di pelle, nero di occhi e capellatura, figura eminentemente italiana, disteso a terra, col suo abito di capitano, colla faccia volta al cielo, e l’abituale sorriso, rendeva immagine non d’estinto, ma solo addormentato guerriero. A me era sembrato impossibile che a così lieta e robusta vita io gracile e malaticcio dovessi sopravvivere. Mi chino sopra di lui, lo chiamo più volte a nome, lo abbraccio, lo bacio, gli pongo la mano sul cuore … Ah! Quel cuore pieno di forti affetti e gentili non batteva più! Il mancarmi improvviso di così caro amico mi diede momentanea disperazione. Esposi il petto dove le palle crivellavano il muro della casetta: le sentivi sibilarmi agli orecchi in grata armonia; ne invocavo una che mi ricongiungesse al mio Pietro nelle regioni immortali. Ma ben tosto mi sgrido di codesto obblio dell’idea per la quale ero colà. Combattere, e non lamentare. Italia imponeva. Ripiglio a combattere. Il mio archibuso non pigliava più. Raccolgo, preziosa reliquia, l’archibuso del mio Pietro; mi proponevo seguire a combattere con quello. Ma mentre stavo per trarre il primo colpo, una palla di schioppo mi passa fuor fuora nella spalla sinistra. Sentii come darmi una mazzata di ferro; piegai, non caddi. Ad un vicino domando dov’ero ferito, e veduto solamente il foro onde la palla era uscita, mi risponde: – Dietro le spalle – Malenchini accorse ad assistermi; voleva portarmi via di lì; io resistevo, parendomi sentirmi ancora in forza da sostenere la battaglia. In lottar coll’amico gli occhi mi si velano; un sudore ghiaccio mi corse le membra; credei suonata per me l’ultima ora. Oh bella morte sul campo! Solo una lieve nube mi turbava quella serenità del morir combattendo; il credere di essere ferito veramente dietro le spalle. Sapevo con che accanimento i miei nemici politici mi avevano calunniato; mi parve sentirli continuare a calunniarmi ancora, dicendomi morto d’ignominiosa ferita. E perciò dissi a Malenchini quelle parole che egli religiosamente ripeté quando, supponendomi morto, in Lombardia e in Toscana mi si facevano i funerali; – Farai fede che caddi guardando il nemico.
Dei rimasti alla difesa del mulino, quasi tutti eravamo o morti o feriti. I pochi superstiti si ritirarono alle Grazie perseguitati dalle archibusate.
Ma cotesta fazione aveva provveduto a dar tempo d’ordinare la ritirata di Curtatone.
Meno avventurosi i combattimenti a Montanara, ritirandosi dopo sette ore di accanitissima zuffa, trovaronsi accerchiati dalle forze nemiche, e perderono le artiglierie, e caddero in gran parte prigioni. Però ancora in quegli estremi testificarono prodezza. Giovanni Araldi, artigliere di aggraziata presenza e di animo invitto, vedendo che non poteva salvare i suoi pezzi, li fece trasportare a braccia ad una delle case di Montanara, e di lì seguitò a fulminare gli Austriaci, finché non cadde ferito. Lo spettacolo di cotesto giovane artigliere sposato ai suoi pezzi a patto di morte, destò l’ammirazione degli stessi nemici.
Dal deliquio che mi aveva dato lo uscire abbondante del sangue, mi riebbi in una stanza della casetta del mulino al fracasso delle irrompenti orde croate. Due miei commilitoni, Morandini e Colandini, avevano sfidata la prigionia per assistermi. Dicono al capitano croato che entra nella stanza: – Fate quel che volete di noi, ma salvate il nostro ferito. – E il capitano al cuore rispose col cuore, dicendo: – Non temete, siamo tutti cristiani. – E raffrenò la soldatesca infuriata che volava darci addosso. Era Colandini un giovane popolano livornese, tutto cuore. Era Morandini una perla di cittadino, dottore in matematiche, ricco d’ingegno e di cuore altrettanto virtuoso, quanto modesto. L’amicizia mostratami dai due gentili in cotesto frangente, è uno di quei doni vinti in grandezza soltanto dalla gratitudine alla quale legano. Levato dalla casa del mulino, una stridula voce, di cui sento ancor dentro l’asprezza, diceva: – I feriti da sé – e fui separato dai miei angioli tutelari. Nell’ultimo bacio al mio Morandini sentii così mancarmi ogni cosa più cara, come se mi si chiudesse sul capo la tomba.
E trovarmi tra soldatacci briachi che a scherno mi urlavano in faccia il Viva Pio IX, e in vece dei nostri bei tre colori vedere l’odiato giallo e nero, e rappresentarmi la morte in un lercio spedale austriaco, e sentirmi diviso dalla vita dell’Italia sorgente … oh come tetro a’ miei sguardi il sole del 29 maggio imporporava le torri di Mantova!
Ma a voi, povere madri toscane, che non ritrovaste fra i reduci i figli consacrati all’Italia, a voi sovrastava ben altra amarezza … vedere la Patria ancora in catene, malgrado cotanta immolazione; vedere l’Austriaco vincitore incoronato di mirto insultare al vostro lutto sulle rive dell’Arno; vedere cancellati i nomi degli eroi dal tempio di Santa Croce, dove Firenze avevali scolpiti in comunione d’apoteosi con Dante!!! Coraggio, povere madri, questa notte dell’anima passerà!
Leopoldo austriaco ha potuto cacciare i nomi dei ricominciatori di gloria a Toscana dal Panteon dei nostri grandi, ma non li caccierà dai cuori toscani, dove vivono incisi a cifre d’amore. E i loro spiriti si aggirano invisibili fra le baionette tedesche; e parlano accentatrice favella alla generazione che sorge; e nel mese di maggio, quando fiorisce la rosa, e l’usignolo innamorato della rosa canta sulle rive del Mincio, la madre mantovana sparge di fiori la terra di Curtatone e di Montanara, e dice al figliuoletto: – Qui i giovani toscani morivano gridando: Viva l’Italia! – E in queste arcane corrispondenze di affetti l’idea italica si matura.
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Questo testo fu stampato a Mantova nel 1867 presso la Tipografia Mondovì.
In esso Giuseppe Montanelli ricorda gli avvenimenti più importanti della battaglia svoltasi il 29 maggio 1848 nelle campagne tra Curtatone e Montanara.
Giuseppe Montanelli fu uno dei personaggi più influenti nella Toscana nel periodo risorgimentale. Nato a Fucecchio, in provincia di Firenze il 21 gennaio 1813, frequentò la facoltà di Giurisprudenza a Pisa dove si laureò nel 1831 divenendone, nel 1840, docente di diritto civile e commerciale. Fu affascinato dalle idee sansoniane tanto da fondare nella stessa città un circolo per la loro diffusione. Il suo insegnamento era improntato al liberalismo; a seguito dell’elezione di Pio IX al soglio pontificio si avvicinò entusiasticamente agli ideali del neoguelfismo che diffuse attraverso il giornale L’Italia da lui fondato a Pisa nel 1847. Gli ideali federalisti sostenuti da Vincenzo Gioberti, che sognava un’Italia federale, non lo lasciarono indifferente. Infatti, non appena il granduca Leopoldo II di Toscana decise di inviare un contingente di truppe regolari nelle terre di Lombardia, dove si stava combattendo la guerra dichiarata all’Austria da Carlo Alberto, re di Sardegna, il 23 marzo 1848, lasciò la cattedra e partì come volontario. Le truppe regolari erano affiancate da civici e da numerosi volontari, fra i quali gli scolari, come allora erano chiamati gli studenti delle università di Pisa e di Siena. Entrò a far parte del Battaglione Pisano-Senese, composto da 336 uomini, con il grado di capitano. Sulle rive del Mincio trascorse alcuni mesi condividendo con i volontari privazioni e disagi.
Nel corso della battaglia del 29 maggio, mentre egli si trovava nei pressi del Molino di Curtatone, rimase ferito a una spalla. Come è narrato nel testo, egli raccomandò all’amico Giovanni Morandini, che lo sorreggeva, di testimoniare di essere stato ferito mentre guardava in faccia il nemico e non di spalle. Giovanni Morandini, che faceva parte del Battaglione Livornese, con atto di grande cameratismo e di profonda amicizia, pur di non abbandonare l’amico e per poterlo assistere, preferì essere fatto pure lui prigioniero. Entrambi furono portati a Mantova assieme ai quasi 1200 militi catturati durante e al termine del combattimento.
La sorte di Montanelli destò fra i suoi amici e colleghi notevoli preoccupazioni; correva infatti la voce che egli fosse morto durante il combattimento tanto che a Firenze gli furono celebrati solenni funerali. Lo stesso Mazzini scrisse il suo necrologio.
Enrico Mayer in una lettera del 2 giugno riferisce che anche a Milano, nella chiesa di S. Felice, furono celebrate le esequie in suffragio suo e di Leopoldo Pilla. Ma Montanelli, in una lettera del 31 maggio spedita da Mantova a un amico di Pisa, giunta però qualche giorno dopo, riferisce di essere rimasto solamente ferito e fatto prigioniero. Ancora convalescente Montanelli, assieme ad altri prigionieri, fu condotto nella fortezza di Theresienstadt, dove giunse il 28 luglio; in essa si trovavano già molti altri combattenti tosco-duosiciliani fatti prigionieri dagli Austriaci. La sua permanenza nella fortezza durò pochissimi giorni, infatti già verso la prima metà di agosto, a seguito del Trattato di Salasco, i prigionieri furono rilasciati.
Tornato in patria entrò a far parte dell’assemblea toscana; il granduca, nonostante tra i due non ci fosse molta affinità, in ottobre lo inviò a sedare una serie di rivolte scoppiate a Livorno e il 27 dello stesso mese lo incaricò di presiedere il ministero. Partito il granduca dalla Toscana, Montanelli, assieme a Guerrazzi e Mazzoni, formò un governo provvisorio che ebbe durata molto limitata. A seguito della restaurazione del granduca, Montanelli partì esule per la Francia dove rimase fino al 1859 auspicando che l’imperatore Napoleone III abbracciasse la causa italiana, cosa che, com’è noto, avvenne. Tornato in Italia prese parte come volontario alla seconda guerra di indipendenza. Terminata la guerra fu eletto deputato all’Assemblea della Toscana e successivamente al parlamento del nuovo Regno d’Italia.
Ci ha lasciato, oltre ad alcune opere di carattere storico, opere teatrali di un certo livello.
Morì nel 1862 nella sua Fucecchio.
GIUSEPPE POGGI
È sempre emozionante leggere le lettere dei combattenti in particolare dei volontari. Uno di questi era Giuseppe Poggi che nel marzo del 1848 lasciò la sua città, Firenze, per recarsi in terra lombarda dove l’esercito sardo di re Carlo Alberto stava combattendo contro le potenti forze austriache del maresciallo Radetzky.
Sedici lettere di Giuseppe Poggi, provenienti dall’Archivio di Stato di Firenze – Gabinetto Vieusseux, mi sono state inviate dal presidente dell’Associazione per lo Studio della Storia Postale Toscana, Marco Caroli, affinché le leggessi e preparassi alcune considerazioni su di esse sia dal punto di vista storico sia da quello storico postale.
Prima di accingermi a porvi mano mi sono voluto documentare, anche se non in forma approfondita, su chi era questo personaggio che ha segnato il volto architettonico e civile di Firenze nella seconda metà dell’Ottocento.
Poggi era nato a Firenze il 3 aprile 1811, figlio di un avvocato, notaio e magistrato fra i più noti della Toscana.
Da giovane studente aveva una certa avversione per il latino e pertanto il padre lo indirizzò verso le discipline tecniche per le quale era più portato. Frequentò uno studio tecnico e si dedicò ad apprendere i segreti del disegno figurativo.
Durante questo periodo seguì anche corsi di varie discipline quali la prospettiva, la fisica, la chimica e la botanica. All’età di ventiquattro anni, terminati gli studi, volle intraprendere la carriera di perito ingegnere. Nel 1837, durante la sua permanenza in Maremma, presso la sorella, si dedicò al disegno ritraendo e approfondendo gli aspetti della natura e dei magnifici paesaggi che lo circondavano; successivamente iniziò a redigere progetti architettonici basandosi anche su grandi opere presenti nelle molte città, in Italia e all’estero, che visitò. Le idee liberali e patriottiche che si stavano diffondendo in vari ambienti lo attrassero tanto da partecipare attivamente alle manifestazioni che si svolgevano per ottenere dal granduca Leopoldo II riforme significative.
Quando all’inizio del 1848 lo stesso granduca stabilì di affiancare l’esercito sardo per liberare dalla dominazione austriaca le terre lombardo-venete, Poggi, assieme all’amico prof. Giuseppe Barellai, decise di partire come volontario all’insaputa del padre che sicuramente non avrebbe approvato la sua decisione; al contrario la madre di idee più liberali fu favorevole. Dal generale D’Arco Ferrari fu nominato ufficiale del Corpo del Genio Provvisorio toscano e incaricato di predisporre un piano di lavori necessario al campo di Montanara.
Fece parte del 2° Battaglione Fiorentino – 3^ Compagnia Tabarrini. Il battaglione era composto da 644 volontari che operarono prevalentemente a Montanara; al termine della sanguinosa battaglia del 29 maggio fra di loro si contarono 30 morti, 50 feriti e ben 134 prigionieri fra i quali l’eroico chirurgo Barellai che preferì cadere prigioniero piuttosto di interrompere le cure che stava praticando ai feriti sia tosco-napoletani sia austriaci.
Poggi, terminata la sua “avventura” militare (dopo la proclamazione del regno d’Italia, ebbe l’onore di essere iscritto nel “Ruolo generale dei Militi Volontari Toscani che presero parte alla Campagna di Lombardia nell’anno 1848”) tornò a Firenze e riprese la sua attività professionale e per la stima che godeva sia nella sua città che in tutta Italia gli furono affidati incarichi di grande prestigio. Nel corso degli anni numerose furono le opere da lui progettate e realizzate ex novo o restaurate per prestigiosi committenti privati e pubblici.
Nel 1864, in previsione del trasferimento della capitale del regno d’Italia da Torino a Firenze, a Poggi fu affidato il progetto per l’ampliamento della città, incarico che lui accettò con entusiasmo. Redasse il progetto con la massima cura e attenzione ai bisogni delle varie classi sociali. Le zone periferiche della città furono abbellite con nuovi viali e strade conservando però gli aspetti che facevano di Firenze una delle città più belle d’Italia.
Forse l’opera che gli ha dato maggior prestigio, nota in tutto il mondo, è la passeggiata panoramica che conduce al Piazzale Michelangelo dal quale si ammira la città in tutta la sua bellezza.
Poggi si spense a Firenze nel 1901 all’età di novant’anni.
Il monumento di Curtatone in ricordo degli universitari toscani
Dopo la liberazione di Mantova dal dominio austriaco avvenuta nel 1866, i Toscani vollero ricordare alle future generazioni la gloriosa ma sfortunata giornata durante la quale un esercito formato da truppe regolari inviate dal granduca Leopoldo II e da volontari provenienti da molte regioni italiane, fra i quali gli “scolari” delle università toscane, si oppose eroicamente a preponderanti forze austriache.
Sorse un Comitato con sede a Firenze al quale molti cittadini toscani fecero confluire somme per la realizzazione di un monumento: a chi meglio di Giuseppe Poggi poteva essere affidata la progettazione? Infatti, nonostante egli fosse oberato di lavoro, accettò con entusiasmo l’incarico che il Comune di Mantova gli affidò. Propose vari progetti fra i quali “…un sacrario a pianta centrale e posto su un alto podio con gradonate … concluso da una copertura lapidea piramidale”. Durante la realizzazione, il suo progetto subì alcune modifiche apportate dall’architetto mantovano Giovanni Cherubini.
Il monumento fu inaugurato il 29 maggio 1870 alla presenza dello stesso Poggi e dell’inseparabile amico Giuseppe Barellai. Nella fotografia sotto riprodotta, eseguita il giorno dell’inaugurazione, si può constatare come esso si presentasse in modo diverso da come lo si può ammirare oggi. Infatti fu in seguito restaurato con l’aggiunta dell’esedra che ricorda tutti gli universitari caduti nelle varie guerre che dal 1848 si sono susseguite fino al secondo conflitto mondiale.
Anche a Montanara sorge un monumento che ricorda i caduti di quella battaglia e che è considerato a tutti gli effetti un cimitero di guerra. Infatti, ancora prima che fosse eretto il monumento, inaugurato pure esso il 29 maggio 1870, l’allora sindaco di Curtatone, Giuseppe Collini, fece realizzare un grande catafalco in legno successivamente sostituito dall’attuale monumento.
Alla base fu poi scavata su progetto dell’architetto Cherubini, una cripta ossario nella quale furono inumati i resti di una quarantina di caduti fino ad allora sepolti nel locale cimitero poco distante dai luoghi ove più intensa si svolse la battaglia.
Al riguardo di questi monumenti riporto quanto scritto nel “Racconto storico della Battaglia di Montanara redatto dal Veterano Ferdinando Raveggi già milite volontario in quella campagna” (Firenze 1886):
Del Comitato centrale di Firenze per l’inaugurazione dei suaccennati monumenti, rappresentato dai signori: Lawley cav. Enrico, Rubieri cav. Ercolano, Barellai cav prof. Giuseppe, Mannelli Galilei marchese, Riccardi cav. Guido, Sacconi cav. Torello, Bonazia cav. Prof. Girolamo, Antinori cav. Marchese Nicolò, Francini Giuseppe, Cambellotti Luigi, Giarrè avv. Massimiliano, Canini Ludovico, Luogotenente di Fanteria
Non che dal signore Collini Giuseppe, sindaco di Curtatone.
Ed in concorso dei signori Borghetti comm. dottor Giuseppe, prefetto di Mantova, Franzini Tibaldo, conte comm. Luogotenente Generale, comandante la Fortezza di Mantova ed aiutante di S. M. il Re, Magnaguti conte cav. Dottor Ercole, sindaco di Mantova; della Giunta Municipale della città di Mantova, Cipriani cav. Giuseppe, quale rappresentante del Generale conte Cesare Laugier di Bellencour.
Delle rappresentanze e deputazioni dei Municipi, città e terre di Messina, Firenze, Livorno, Pisa, Siena, Pistoia, Bibbiena, Pontassieve e Fucecchio.
Di una Commissione rappresentante la Università di Pisa, di una della Guardia Nazionale di Firenze, di una della Società di M. S. fra i reduci delle patrie battaglie e di una della stampa italiana, nonché dell’illustrissimo signor ingegnere architetto cav. GIUSEPPE POZZI (sic) di Firenze e dell’ingegnere architetto professore cav. GIOVANNI CHERUBINI di Mantova e delle Guardie Nazionali di Mantova e Curtatone, delle truppe di presidio a Mantova, degli studenti del Liceo Virgilio in Mantova, di quelli dell’Istituto tecnico e di molte altre rappresentanze, corpi morali e popolo.
Ed il sullodato Comitato Centrale di Firenze, nelle persone degli illustri suoi componenti sopra nominati trasferì la proprietà ed irrevocabilmente consegnava in perpetuo al Comune di Curtatone il monumento di Curtatone ed il Cippo di Montanara›; ed il Municipio nella persona del suo Dindaco accettava di assumere la sorveglianza e la conservazione dei suddetti monumenti sui quali leggesi la seguente epigrafe
Ai morti
per l’indipendenza d’Italia
nella battaglia
del 29 maggio 1848
…
Dalla Gazzetta di Mantova del 30 maggio 1870 riporto alcuni passaggi interessanti:
Mantova 30 maggio
… a Curtatone erano a riceverli il Sindaco e la Giunta Municipale del luogo e una parte della Guardia nazionale. La colonna del monumento era coperta da un velo, che fu tolto non appena le Autorità e i varii Rappresentanti si trovarono riuniti nell’area, ove si estulle il monumento; sventolava superba e gloriosa quella bandiera che nel 1848 era stata battezzata dal fuoco nemico; due pezzi d’artiglieria salutarono colle loro detonazioni il principio della cerimonia; una moltitudine di popolo venuto dalla città, accorso dai limitrofi comuni, signore, bambini, facevano ala intorno all’area monumentale; la stampa locale e la fiorentina vi era largamente rappresentata.
… Finite queste cerimonie, Autorità, rappresentanti, popoli, mossero verso Montanara, quivi eravi già disposta quella parte di truppa di Guardia nazionale, di studenti che vi era stata schierata, e vi si trovava pure la Guardia nazionale di Montanara; si ripeterono presso a poco le cerimonie già compiutesi a Curtatone e suscitarono discorsi il Sindaco Collini, l’Assessore della Giunta Mantovana Dottor Norsa, altri Toscani e non pochi studenti, che all’urna de’ forti vennero ad ispirarsi. Le artiglierie coi ripetuti rimbombi parlarono anch’esse il loro linguaggio tanto appropriato alla militare commemorazione. …
Note sulle lettere
Mentre le notizie riguardanti Poggi ingegnere e architetto sono decisamente molte, non altrettanto sono quelle relative alla sua vita di volontario toscano. Le sedici lettere tutte indirizzate al fratello Enrico, provenienti dall’Archivio di Stato di Firenze – Gabinetto Vieusseux, non riportano, se non su alcune, notizie o episodi di rilevante interesse. Tuttavia esse costituiscono una notevole testimonianza relativa alla vita al campo, alle fatiche e ai rischi da lui affrontati sempre con spirito indomito.
La prime lettera reca la data del 27 marzo 1848 e parla della situazione nel ducato di Modena, dove era giunto quel giorno. Qui il governo era retto da una Reggenza.
Nelle successive Poggi lamenta in particolare la lentezza con la quale le truppe toscane si muovevano per raggiungere quella città nella quale la popolazione aveva organizzato una festosa accoglienza che fu quindi rimandata di qualche giorno. Da Modena, dopo una marcia di 22 miglia, i Toscani si spostarono a Mirandola dove giunsero l’11 aprile, accolti con dimostrazioni di simpatia. Poggi descrive in seguito anche qualche movimento delle truppe e del congiungimento del suo battaglione (il 2° Battaglione fiorentino), guidato da Fardinel, con il 1° Battaglione, comandato da Fortini, e con militi della Linea. Si formò così una colonna di circa 2200 uomini ai quali si aggiunsero anche Cacciatori a cavallo e 600 granatieri tutti comandati da Giovannetti e successivamente il Battaglione livornese comandato da Laugier.
Poggi, con il suo battaglione proveniente da Mirandola, giunse a Motteggiana, da lui indicata Monticciana, come ancora oggi viene abitualmente chiamata in dialetto dagli abitanti. Da questo paese il 14 aprile descrive la stupenda accoglienza riservata alle truppe toscane che ricambiarono con un’accademia a beneficio dei poveri durante la quale giovani della colonna e un ufficiale suonarono pianoforte e violino e recitarono poesie. Su una facciata della stessa lettera alcune frasi furono scritte da Barellai, che si firma tuo amico rivolgendosi al fratello di Poggio, Enrico. In esse Barellai afferma che, dopo i Piemontesi, i Toscani sarebbero stati i primi italiani a valicare il Pò (sic).
Da Motteggiana la sua colonna si diresse poi a Guastalla. Nella lettera spedita da questa località il 16 aprile Poggi si lamenta dell’organizzazione del trasporto della corrispondenza e dà indicazioni sull’indirizzo al quale spedirgli le lettere (Milite volontario nel 2° Battaglione della 3a Compagnia comandato da Zabrini). A Guastalla, raggiunta dopo quattro ore di marcia, la sua colonna si riunì all’altro Battaglione di volontari e a due Compagnie di Linea mentre erano già presenti due Compagnie di Cacciatori a cavallo e un treno d’artiglieria. Tutti si sarebbero poi uniti alla Colonna guidata da Laugier formando così una forza ragguardevole in grado di proteggere i paesi da scorrerie nemiche. Il giorno successivo si trovavano a Brescello dove si unirono a un battaglione composto da volontari pisani, senesi, aretini e a un altro battaglione di linea. Il battaglione di Laugier aveva già varcato il Po che sarebbe stato attraversato dopo qualche giorno anche da loro. Nel paese di Brescello, Poggi disegnò una mappa, che allegò a questa lettera, sulla quale indicò le posizioni delle truppe toscane. Sulla lettera, spedita sempre da Brescello il giorno 19, usando un foglio di carta sul quale è impressa l’effigie di profilo di papa Pio IX, dà la notizia che il giorno precedente avevano attraversato il Po circa 3500 uomini di truppe di linea, di corpi di cavalleria e di artiglieria e lo stesso giorno sarebbe toccato a tutta la Civica. Ha qualche parola di rimprovero nei confronti del governo toscano che ha fornito ufficiali piuttosto scarsi mentre le truppe, nonostante l’organizzazione deficitaria e i disagi, si distinguono per disciplina, ingegno, ardore e sono accolte ovunque con grande simpatia. Indica la dicitura esatta di come devono essere indirizzate le lettere: Al Campo delle truppe toscane in Lombardia – Colonna Mobile comandata dal Signor Colonnello Giovannetti 2° Battaglione 3a Compagnia.
A Viadana, il giorno 18, era entrato il generale D’Arco Ferrari con la maggior parte della Linea mentre il giorno successivo la sua colonna, dopo aver attraversato il Po e toccato Viadana, si spostò a Gazzuolo. Accolti entusiasticamente dalla popolazione, i Toscani furono accompagnati da due bande, una del Corpo di Linea e l’altra composta da Viadanesi, attraverso le vie del paese. Il generale D’Arco Ferrari passò in rassegna le truppe portando due bandiere toscane con fusciacca tricolore e nel consegnarle rivolse parole veramente “italiane”. Il colonnello Giovannetti e tutti i volontari presenti giurarono che le avrebbe difese fino all’ultimo sangue.
Questa cerimonia fu commoventissima tanto da non poter trattenere le lacrime e compensò abbondantemente tutti i disagi della campagna. Al termine i Toscani si misero in marcia e alla mezzanotte e trenta giunsero a Gazzuolo (sull’Oglio). Appresero notizie favorevoli alla causa italiana tanto da ipotizzare la resa di Peschiera e l’avvicinamento delle truppe piemontesi a Mantova rimpiangendo il fatto che non avrebbero avuto la soddisfazione di scaricare i fucili!
Nelle lettere del 21 e 23 aprile (Pasqua) l’unica notizia di un certo interesse è l’arrivo dei Napoletani a Viadana.
Del 30 aprile è la lettera scritta da Montanara nella quale Poggi fa cenno a brevi sortite tedesche alle quali si opposero le truppe toscane, comandate dal coraggiosissimo Giovannetti, di concerto con i volontari livornesi di Laugier. Sono in procinto di arrivare anche i Napoletani che sicuramente avrebbero fornito il loro contributo e reso meno efficaci le incursioni nemiche.
Per la spedizione di una lettera che non reca la data, presumibilmente scritta alla metà di maggio, Poggi si affida a un cocchiere al quale riserverà il pagamento delle giornate impiegate per il trasporto e per il cambio cavalli. In essa ribadisce che le cose per l’Italia vanno a vele gonfie.
Nell’ultima lettera conservata nel carteggio Vieusseux, spedita da Montanara il 26 maggio, sono contenute parecchie notizie interessanti. Riporta, tra l’altro, che il generale d’Arco Ferrari è partito per Firenze (N.d.r. praticamente sollevato dall’incarico di comandante delle truppe toscane) sostituito da Laugier mentre a Giovannetti fu affidato il comando delle Colonne. Questi cambiamenti furono favorevolmente accolti dalle truppe, molto meno sono state apprezzate le decorazioni conferite a combattenti che nulla avevano fatto di straordinario nello scontro del 13 maggio. Secondo Poggi altri avrebbero meritati i riconoscimenti ad esempio Laugier, Giovannetti, Beraudi, e in particolare il tenente d’artiglieria Nespoli il quale con i colpi diretti contro il nemico lo costrinse a ritirarsi, avrebbero meritato riconoscimenti. La delusione per non essere stato almeno menzionato spinse il tenente Nespoli a dimettersi e ad aggregarsi alle truppe lombarde. Poggi chiede al fratello Enrico di tenere per sé queste sue considerazioni.
Note di carattere postale
Dal punto di vista storico-postale-marcofilo, per i “postalisti” le lettere non presentano particolari interessi. Infatti, oltre a segni di tassa, le prime spedite da Poggi recano sul retro vari tipi di bolli di arrivo a Firenze. Su alcune lettere furono apposti quelli in uso nelle località di partenza. Nel caso queste località fossero prive di ufficio postale, veniva impresso quello al quale esse si appoggiavano.
Sul frontespizio della lettera scritta a Mirandola il 12 aprile fu apposto il bollo a cuore “FIRENZE 6”, presumibilmente il 15 successivo e pertanto uno dei primi giorni d’uso. Tale data è ricavabile dal bollo a due cerchi di Firenze apposto sul retro.
Il bollo a cuore però non compare su tutte le lettere successive. Una curiosità si nota su quella spedita da Montanara il 30 aprile: infatti, sia sul frontespizio sia sul retro, tale impronta compare assieme al doppio cerchio con data (3 MAG.?) di Firenze.
Da segnalare che su quasi tutte le missive Poggi appose, in alto a destra, la dicitura Dalla Colonna Mobile di Volontari Toscani.
Un paio di lettere non recano bolli o segni di tassa il che fa pensare che esse siano state portate a mano da incaricati, come del resto è riportato nel testo di una di esse.
Sergio Leali
dell’Associazione Curtatone e Montanara
L’articolo è già apparso nel 2023 sulla rivista dell’Associazione per lo Studio della Storia Postale Toscana
“Il Monitore della Toscana” che ne ha gentilmente concesso la pubblicazione























