MANTOVA – LA “Follia” DI SGARBI COLPISCE NEL SEGNO

   Museo Follia 4

di Mendes Biondo

Prosegue fino al 16 GENNAIO 2016 a Palazzo della Ragione di Mantova la mostra itinerante di Vittorio Sgarbi intitolata “Il Museo della Follia”.

A ben pensarci si pone subito di fronte al visitatore attento una riflessione in merito all’ironia delle cose: la Follia che risiede per un determinato periodo dentro la Ragione.

Non si tratta solo di un fine gioco concettuale costruito per strappare agli avventori un sorriso amaro ma è esattamente ciò che succede varcando la soglia dell’ampio arco del Palazzo dopo aver salito tutti gli scalini che dividono il resto di Piazza delle Erbe dall’esposizione.

Veniamo immediatamente accolti da ninnoli, oggetti di uso quotidiano, pastiglie di lassativi, spazzole, flaconi, scarpe, libri che apparentemente non possiedono significato alcuno se non fosse per il fatto che quegli oggetti di uso comune sono appartenuti a dei “detenuti” di centri di sanità mentale una volta conosciuti con il nome meno rassicurante e certamente meno edulcorato di manicomi.

Follia al Museo 5

Si può chiudere in un manicomio una persona che fa uso di oggetti comuni? Queste persone sono davvero così diverse da noi? Non usiamo entrambi spazzole e specchi per migliorare la nostra immagine e scarpe per evitarci il dolore del camminare?

Sono le prime domande che iniziano ad affiorarci mentre percorriamo gli inquietanti corridoi che costituiscono il percorso espositivo.

Ricordo che alla biglietteria mi dissero che era indifferente iniziare a visitare la mostra dall’entrata di destra o da quella di sinistra e questo mi ha fatto subito pensare che anche l’intera struttura del Museo fosse strutturata al fine di creare una piacevole e ben riuscita allegoria.

Non importa da quale parte vi si acceda, la Follia è raggiungibile in qualsiasi modo. Che siamo fini logici o profeti mistici, in entrambi i casi, sia da destra che da sinistra, potremmo incorrere in quella bile melanconica che è la Follia.

Dopo gli oggetti si fanno avanti le opere. Dal folle passivo a quello attivo, l’artista che modella il proprio sentire al fine di comunicare il proprio stato di angoscia.

Ecco apparire statue inquietanti e dai volti stiracchiati, deformati, con grida sulla bocca, senza alcuna espressione chiusi in un silenzio impenetrabile, sedie elettriche e occhi che ci osservano, cerulei e fissi, per tutto il tempo che decideremo di stare lì a guardarli.

Foto Mostra 2

Dipinti e statue in una  continua comunicazione che pare dimenticarsi della presenza degli spettatori, possiamo passeggiare tranquillamente in mezzo alle opere senza che queste si voltino a seguirci, senza che si arruffianino il nostro sguardo. Loro possono restare lì a fare i loro comodi, siamo noi che abbiamo bisogno di metterci in contatto cogli sguardi e le azioni che compiono, per un istante siamo noi che cerchiamo di comunicare e non viceversa.

Foto Museo 1

Nella seconda parte dell’esposizione vengono dedicate due ampie sale al genio artistico di Ligabue donando allo spettatore la possibilità di vedere da vicino tigri e animali selvatici densi di colore e di vita nelle pennellate rabbiose e cariche del pittore emiliano mentre a termine del percorso espositivo vi sono le opere di Pietro Ghizzardi che ricoprono interamente il muro perimetrale che mette la parola fine alla mostra.

Il Museo della Follia ospita decine, quasi centinaia, di sguardi che puntano direttamente sullo spettatore inquietandolo con la loro forza espressiva quasi a voler rimarcare il messaggio che sono loro, quei soggetti deformi e sghembi, a rappresentare il metro di misura per la normalità, sono loro che in quell’ambiente decidono che cosa sia il giusto e lo sbagliato.

Seni vizzi e volti deturpati da smorfie rappresentano il paradigma di un modo diverso di concepire l’umanità, un punto di riferimento malato, certo, ma pur sempre più vicino alle imperfezioni dell’esistenza umana e senza particolari preconcetti.

Mostra Follia 3

A forza di stare dentro al Museo della Follia si finisce per sentirsi accettati da quelle rappresentazioni scostanti, si prova una sorta di imbarazzo per non essere all’altezza di quella schietta sincerità con cui i volti ci guardano e ci analizzano senza giudicarci, senza puntare il dito contro i nostri difetti. Essi li vedono e il solo essere lì a guardarci dimostra che li hanno accettati e sono pronti a mostrarceli con freddezza clinica.

Foto di M.B.

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