27 GENNAIO – PER NON DIMENTICARE

 

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Campi di prigionia dove vennero rinchiusi gli IMI (Internati Militari Italiani) dal ’43 al ’45

di Mendes Biondo

Che cos’è scrivere?

Una domanda di questa portata trova difficilmente una risposta che possa davvero definirsi tale ma, in questo caso, viste le circostanze riguardanti le poesie è forse meno difficoltoso dire qualcosa in merito.

Calandoci più in profondità nel contesto ci potremmo chiedere perché un uomo nato nel 1914 e successivamente divenuto prigioniero a Luckenwald e Treuenbreitzen, di scolarizzazione elementare e senza apparenti slanci artistici evidenti, escluso il suo lavoro di maestro d’ascia e calafato, dovrebbe mettere tra le sue opzioni quella di comporre poesie e diari proprio mentre si trova nelle fauci del nemico oppressore.

Per gloria personale nel campo venendo riconosciuto come cantore dei dolori dei commilitoni? Ipotesi non escludibile anche se non è certo quella principale dato che le poesie-canzoni erano gelosamente custodite laddove meno sarebbe stato facile prenderle e leggerle ma soprattutto per la mancata pubblicazione successiva alla prigionia.

Per distrazione dal dolore e dalla fame che attanagliava il ventre dei più? Probabile quanto quella precedente ma non certo sicura. Perché, dunque, in momenti così oscuri un uomo fa nascere un lirismo, certo non molto raffinato nella forma, che si presenta forte nel contenuto e schietto?

Si potrebbe rispondere dicendo che esso è istinto di sopravvivenza, una volontà invisibile ed indescrivibile che, nel momento in cui tutto sembra aver perso il proprio senso, la volontà di scrivere ed in particolare quella di comporre poesie diventa la priorità.

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Il bracciale dell’internato Baratti e un pezzo della sacca

La fame sembra placarsi, il sonno della mente si allontana e anche il freddo che si patisce sembra esser meno freddo di quel che è.

Per dirla in poche parole, si scrive, e in particolare si scrive poesia, per salvarsi, per tendere a sponde più accoglienti che altrimenti sembrerebbero inarrivabili. Scrivere è porre in essere l’invisibile che si vorrebbe visibile, come il calore materno che manca da anni all’appello del ricordo o della Patria che si è allontanata sgretolando quelle poche certezze di ritorno che di per sé l’esser mandato al fronte aveva ridotto.

Tutta l’umanità contenuta nell’essere dell’oppressore si sfoga dissanguandosi tra le righe incerte del quaderno rubato alle SS o dei fogli che si riescono a salvare da terra.

L’unico modo di non essere uguali alle bestie e non concedere ai Nazisti di fare della nostra dignità ciò che vogliono, come ci ricorda il soldato dell’esercito prussiano che disse parole simili a Primo Levi mentre era tutto preso nell’intento di lavarsi con la poca acqua e il sapone che gli erano concessi.

Queste canzoni-poesie, vergate con ciò che si trovava a disposizione, vogliono ricordare all’autore, prima ancora che al lettore, dell’esistenza di una speranza di tornare e di persone dalle quali farsi abbracciare sia fisicamente, in caso di ritorno in vita, sia spiritualmente, in caso di ritorno in morte.

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Baratti davanti alla baracca-(foto obbligatoria da spedire a casa)

Non appare Dio nelle invocazioni che si rintracciano nelle poesie del Baratti, ma la madre e la Patria, uniche entità che sembrano non averlo abbandonato nella sua difficoltosa situazione di prigionia mentre della divinità non sembra trovare manifestazione quasi che anche Dio avesse paura della furia di Nazista, sputata con odio dalle parole di Hitler ai ripetitori della piazza principale di Berlino.

Parole che incatenano ed uccidono quelle del Führer, verbi che liberano e salvano dalla schiavitù personale, o almeno ne danno l’illusione, quelle del Baratti.

Scrivere, dunque, non è soltanto salvarsi dall’oppressore, ma è anche ingabbiarlo e farlo soffocare nello stesso gas che esso ha usato contro gli oppressi.

Scrivere è rivincere, nel senso di vincere una prima volta contro le oppressioni ed una seconda contro l’oppressore impedendogli di ferire ancora.

Fintanto che l’uomo scriverà, potrà decidere del destino di sé e degli altri nel male e nel bene.

Non ci si perda a chiedersi se tutto ciò è stilisticamente bello, poiché risulta ovvio non esserlo, ci si concentri piuttosto a riflettere su cosa sia in grado di fare un uomo qualunque, non per forza istruito a livello accademico, quando si trova ad essere posto di fronte a quanto di più bestiale possa esistere al mondo: la violenza dell’umano sull’umano.

Per saperne di più: http://ondcba.wix.com/mendesbaratti – Prigioniero di Guerra

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