MANTOVA – Nel 1865 i nobili mantovani volevano erigere il Pantheon dedicato a Dante e Virgilio

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di G. Baratti (giornalista)

Alcuni, scrittori, medici e nobili intellettuali di Mantova nel 1865, durante i festeggiamenti del seicentesimo anno dalla nascita del Sommo Poeta, vollero dedicare un  “ALBO DANTESCO – Nella sesta commemorazione centenaria offerto da Mantova al nome del Poeta Nazionale Italiano – stabilimento di Luigi Segna tipografo-imprenditore – 1865”.

Al suo interno vengono riportati sonetti scritti da Dante e “mantovani”, epigrafi commemorative, dell’esistenza di tre Codici posseduti da tre famiglie nobili, dell’esistenza di due ritratti, l’uno in bassorilievo e stucco, l’altro, un frammento di vetro colorato e il desiderio di costruire un Pantheon.

Di questi ultimi tre argomenti si vuole riportare una sintesi di quanto scritto dai rispettivi autori e il primo ha per titolo Cenno intorno ai tre Codici mantovani della divina Commedia, argomento della medesima, e sonetto di Jacopo Alighieri, estratti dal Codice Dantesco Cavriani per cura di Willelmo Braghirolli”

La nostra città ha il pregio di possedere tre Codici importantissimi della Divina Commedia. Il primo appartenente alla illustre famiglia dei Marchesi Capilupi, è cartaceo in foglio, e a giudizio dell’Andres (Abate D. Giovanni Andrés – Planes (Spagna) 1740 – Roma 1817. Dal 1796 l’Abate visse generalmente a Mantova, presso i marchesi Bianchi, come precettore del primogenito. Fu quello il periodo di maggior raccoglimento spirituale della sua vita, durante il quale si dedicò alla preparazione delle sue opere critiche, a viaggi in Italia e all’estero, e alla copiosissima corrispondenza epistolare che manteneva, erudita ed amichevole, con i principali dotti italiani, spagnoli e di altri paesi. In questo periodo mantovano, oltre a brevi dissertazioni accademiche prettamente scientifiche o filosofiche notevole, il Saggio della filosofia di Galileo (Mantova 1776) – alternò la pubblicazione di operette e scritti di erudizione con la preparazione della sua vastissima storia della cultura. Delle sue monografie erudite fu notevole al tempo suo, ed è ancor oggi utile, il Catalogo de’ codici manoscritti della famiglia Capilupi di Mantova (Mantova 1797), ora dispersi), si deve ascrivere alla fine del secolo XIV o al principio del XV. […]L’antichità della carta e dei caratteri, la buona lezione del testo e l’utilità dei Commenti rendono pregevolissimo questo Codice, tutto che mancante del principio del Purgatorio e della fine del Paradiso. L’altro Codice esiste nella Biblioteca del March. Di Bagno (a Roma).E’ membranaceo in foglio con figure bellissime. Termina col Credo di Dante in terza rima; e in fine si legge, Jacobus de Placentia scriptor scripsit 1386 fuit finitum hnc librum (sic) nocte nativitatis dni n.j.x. Il terzo è cartaceo, stupendamente conservato, con bellissime iniziali miniate al principio di ogni Cantica. La carta porta l’imrponta di un drago volante e poi due aste incrocicchiate. I caratteri sono nitidi, quadrati, con rare interpunzoni, e devono appartenere al 1400 o in quel torno […].  L’ultimo Codice sopra richiamato, fu di proprietà del marchese Federico Cavriani, grande cultore di Dante, ora si trova custodito presso la Biblioteca Nazionele Braidense di Milano.

Il secondo argomento tratta “Di due ritratti di Dante esistenti in Mantova, cenni di Attilio Portioli”

Due singolari monumenti possediamo di Dante: l’uno è un bassorilievo in stucco esistente nel cittadino Museo, l’altro è un frammento di vetro colorato che trovasi nel Vescovile Seminario. La loro importanza storica è pari all’artistica. […] Il frammento di vetro dipinto che possiede il Vescovile Seminario rappresenta l’effige di Dante di prospetto (Il pittore mantovano Albè ne ritrasse una copia a matita che possò ai fotografi Luigi Borgani e A. Premi per le riproduzioni). E’ lavoro del celebre artista vivente Giuseppe Bertini di Milano, e fece parte del grandioso finestrone, che inviato nel 1851 alla prima Esposizione mondiale di Londra, ebbe guaste le teste delle tre figure in esso dipinte. Il Seminario ottenne questo prezioso dipinto dall’allora defunto Canonico Giambattista Avignone, già Rettore di questo istituto […] Il Seminario, che va orgoglioso di possedere questo straordinario monumento di Dante, fu sollecito di ottenere dal sig. Bertini, una sua dichiarazione scritta, che noi qui riproduciamo nella sua integrità, per la quale si avesse a riconoscere per opera sua”.

La lettera è diretta dal Bertini al Reverend. Mons. Vescovo Giovanni Corti in data Milano 28 agosto 1864.

Il Bassorilievo in stucco fu donato al patrio Museo da una nostra cittadina. Esso figura Dante a mezza persona, in proporzioni metà dal vero, il quale nel silenzio di una camera, sta ritto davanti ad un leggio sul quale è collocato un libro aperto. Appoggia il gomito del braccio sinistro sull’estremità del volume, mentre colla mano sorregge il mento. La destra è stesa sopra un altro libro aperto del pari sopra una specie di scaffale.  Per venerazione al Divino cantore, la tomba a Ravenna fu fatta ricostruire sul finire del 1700 dal cardinale Luigi Valenti Gonzaga a proprie spese come scrisse il Marotti nel 1791.

Non si sa per certo chi abbia modellato il bassorilievo che il Gonzaga portò a Mantova, forse il Gabiani dopo che ebbe compiuto i quattro camei a stucco, oppure, fosse una bozza che usò il Lombardi.

Ultimo argomento, ma non certo per importanza, fu il desiderio del medico e patriota Giuseppe Quintavalle – Disegno di un Pantheon da erigersi in Mantova a Dante, a Virgilio, A Sordello, ed ai più illustri Mantovani  “[…] la favorevole congiuntura venne. Quando ebbi contezza che Firenze intendeva celebrare nel maggio 1865 il sesto centenario dalla nascita di Dante, conoscendo per lunga prova gli altri sentimenti e le generose aspirazioni de’ miei concittadini e conterranei, fui intimamente persuaso che la patria di Virgilio e di Sordello avrebbe pure partecipato e non ultima fra le cento città a quella festa nazionale […] in un quartiere della nostra città non del tutto remoto dal centro, nobile, decoroso per ogni aspetto, se tu passi per la più larga delle sue ampie vie, arriverai ad un punto ove dovrai soffermarti a guardare da un lato la maestosa mole dei Colloredo (Palazzo di Giustizia), dirimpetto alla quale vedi la simmetrica facciata della casa di Giambattista Bertani e procedendo oltre di alcuni passi ammiri quella armonica, graziosissima di Giulio Romano. Or bene, se dopo avere a lungo appagato l’occhio nel contemplare quella simpatica fattura del Pippi, col cuore soddisfatto ti volgerai per ire innanzi, t’accorgerai che la luce, la quale quivi scende in tanta copia ad illuminare l’oggetto della tua ammirazione piove libera per larghissimo varco lasciato sgombro da fabbricati dal palazzo, che prima t’invitava a sostare, alla cupola della chiesa di S. Barnaba. In questo sito dalla contrada Larga alla opposta Via nuova di S. Marco (si presume che sia il quadrato comprendente oggi, Via Conciliazione – P.le Gramsci – Viale Repubblica) si estende un orto quadrilatero assai spazioso, il quale stimo adattato ad erigervi un monumento …” “…Coll’accennare che il Pantheon dovrebbe adergersi sopra eminente collina ho voluto far notare che non mi è sfuggita la somma difficoltà che s’incontrerà a far si che il monumento apparisca maestoso ad onta della cupola di S. Barnaba. – Quanto maggiori saranno stati gli ostacoli che l’artefice avrà dovuto superare nel condurre a compimento un grandioso lavoro, altrettanto maggiore sarà il merito di lui nell’essere riuscito a vincerli. Ci penserà l’architetto”.

E’ fuori da ogni dubbio che il Pantheon a Mantova non fu mai iniziato vista la mole di denaro che sarebbe servita.

Disegno del Pantheon a Mantova(Schema del Pantheon) 

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