La Galleria d’Arte antica e contemporanea ZANINI ARTE Via Virgilio, 7 San Benedetto Po (Mantova), SABATO 10 FEBBRAIO alle ore 18.00 inaugura la mostra GEOGRAFIA DEI SILENZI dell’artista MAURO PIPANI. Presentazione a cura della Prof.ssa NADIA MELOTTI. Con il Patrocinio del Comune di San Benedetto Po.

“Il lavoro nasce dopo una attenta disposizione dei materiali usati. – Spiega l’artista – All’inizio creo la superficie del supporto ligneo su cui dispongo a strati, con attenzione e accuratezza artigianale: garze, tessuti, carte incollate, frammenti metallici che generalmente caratterizzano l’incipit della creazione, sia nei piccoli o nei grandi formati. Mantengo tutto in posizione orizzontale, come fosse una pagina, poi solo alla “fine” verticalizzo l’immagine, ho modo di razionalizzarla pittoricamente.
Durante questo procedimento lento e complesso riaffiora l’universo delle immagini, il pensiero interiore psicologico, che non è mai premeditato. La creazione ha origine da visioni liriche, frammenti emotivi che appartengono alla mia storia, poi divenuta ‘mondo interiore’ , stabilendo quella che Freud definì ‘relazione fra i sogni e la vita da svegli’: landscapes di luoghi che esistono dentro di noi, che ci ricollegano con realtà ed emozioni del passato, espressioni della vita intellettuale di cui siamo stati spettatori o protagonisti. Sono memorie, immagini vivide, dettagliate e simboliche, che dipingo sulle rarefazioni di materiali cartacei sovrapposti. Immagini abbagliate, bagnate dagli argentei marini che lasciano pensare a profumi salmastri, scritture e accecamenti sull’acqua, per eccesso di luce. Quasi sempre vi sono parole che si librano nell’aria come suoni e sono la chiave di lettura del mio lavoro, la loro porta d’accesso.
Nell’insieme l’opera costruisce una visione onirica che porta lo spettatore sull’orlo dell’abisso interiore dei miei fantasmi, del mio mondo. Un mondo che a quel punto, grazie alla pittura, cessa di essere unicamente mio. Diventa una nuova realtà delle cose. Sono immagini condivise che, nelle mie intenzioni, dovrebbero portare lo spettatore ad una riflessione rallentata e parallela: l’assenza della figura dell’uomo mantiene alta la rappresentazione delle visione immaginaria soggettiva, dei luoghi dove chi guarda l’opera può entrare da protagonista, come figura dominante, all’interno del quadro ed esserne euforicamente contagiato. Le colorazioni sovente hanno aspetti leggeri, dilavati o volutamente “sciupati”, ma non per questo meno solidi e precisi. Perché il mio guardare e sentire il colore appartiene alla realtà di tutti i giorni. Meglio dire alla sua memoria visiva, non alla sua interpretazione. Non mi interessa, non spetta a me interpretare i segni o i simboli della vita che ho vissuto; quello che mi interessa è farla nascere, rinascere sotto nuova forma, come solida sinopia di un mondo che non c’è più, ma esiste ancora. E’ questo il patto segreto fra me e la mia pittura. Si può dire che parte del mondo che ho vissuto è messa in salvo nella mia opera. E’ un diario personale fatto di racconti, piccoli o grandi episodi della vita di tutti i giorni intrisi di nuova luce.”


…. Svuotando il rumore degli uomini
Lo spazio narrato diviene una silenziosa macchina atmosferica e il paesaggio percepito o anche solo intuito si definisce nei dettagli, nei segni che vanno via via a rappresentare gli oggetti, un albero, una casa, la linea della spiaggia. Ed è come intraprendere un viaggio. Il viaggio oltre ad essere un’esperienza dei luoghi è metafora di un’erranza interiore, è guardare e descrivere o semplicemente lasciarsi trascinare in un universo al tempo stesso tangibile e sfuggente. Si va incontro ad una geografia non spazializzata, non quella delle carte, ma quella praticata dal racconto e dal vissuto. Ecco allora nelle sue grandi serie su tavola la natura in trasformazione, fronde che graffiano il cielo, cieli che divengono trionfo della mutevolezza, silenzi che paiono percorsi ciechi in attesa degli eventi, dai quali emerge la qualità del banale, una frase graffita, la strada, un binario, la vegetazione che lambisce il mare e che si insinua tra le dune e le saline, il rumore del vento nel muoversi dei fili d’erba. Appaiono poi altri dettagli, desunti dalla geografia di altri territori, quelli interiori, un fiore di campo, un albero, frammenti del quotidiano. Sono racchiusi come crisalidi nello spazio compresso delle latte – come le chiama l’artista – fissati nella traslucida superficie di resine rapprese che catturano, come le ambre, segni e depositi di colore, tracce grafiche e ne prolungano una silenziosa esistenza. (di Annamaria Bernucci)