Mostra “Le vibrazioni dello spazio e le pietre parlanti” di LIVIA CARTA e GIUSEPPE SEGATO, da sabato 13 novembre alla GALLERIA ARIANNA SARTORI

Alla Galleria Arianna Sartori di Mantova, nella sala di via Ippolito Nievo 10, ritorna ad esporre l’Artista Livia Carta questa volta insieme allo scultore Giuseppe Segato.

La mostra “Le vibrazioni dello spazio e le pietre parlanti”, organizzata da Arianna Sartori, si inaugurerà sabato 13 novembre alle ore 16:30 con presentazione di Annamaria Polidori alla presenza degli Artisti e resterà aperta al pubblico fino al prossimo 25 novembre 2021.

Livia Carta. Vibrazioni dello Spazio

Lo spazio, nelle geometrie, è rappresentato da una serie di postulati e teoremi. Ma lo spazio è anche percezione poetica, quel “Naufragar m’è dolce in questo mare” di leopardiana memoria…. E persino intuizione religiosa, come nell’induismo: si chiama Bhuvaneswari ed è la dea dell’universo, l’origine della materia creata che ha dato l’avvio al mondo concreto e tangibile. Ed è pure pensiero filosofico, lo spazio. Come in Aristotele, che lo vede come la totalità dei luoghi, o in Lucrezio, che nel suo ‘De Rerum Natura’ lo definisce come “un’attitudine a ricevere i corpi che non differisce mai in nulla da se stesso, ma è sempre uno ed unico e riceve in qualsiasi sua posizione qualsiasi ente” (Lucr. De rer. Nat. 1.25.).

L’idea potente e ostinata dello spazio, quasi un leitmotiv presente lungo tutto il suo percorso artistico, è la dimensione contemplativa e visionaria anche di questo gruppo di lavori di Livia Carta, più vicinia forse alle ragioni ‘astratte’ di Lucrezio; tradotta però, del tutto imprevedibilmente, in una sensuale e travolgente esplosione di colori.
C’è, in questa serie di opere – una trentina di acrilici su carta – tutta la forza del gesto che libera forze interiori attraverso un movimento che collega la mano al cuore (o al quarto chakra cui il cuore corrisponde), senza preoccuparsi, in questa operazione, di concettualizzare l’impeto creativo. Lavori senza titolo che testimoniano la totale immersione nell’operazione pittorica che l’artista sta compiendo e la volontà espressiva che riesce a far parlare e a rendere udibile, attraverso la materialità cromatica, il respiro dell’universo.

Come per l’Action painting di Jackson Pollock, l’esperienza del dipingere diventa significativa nel momento stesso della sua concretizzazione, arrivando a far coincidere lo spazio reale con lo spazio pittorico: “Dipingere è un modo di essere”, sosteneva nel 1946 l’artista statunitense. Ma, a differenza del “drip painting” pollockiano, in questi dipinti di Livia Carta i rivoli, le matasse, le confluenze, le dinamiche centripete e centrifughe, i sistemi migratori, i flussi, le risacche, le eruzioni solari, le maree, possiedono una loro precisa direzione, una regia istintiva ma sicura, una registrazione spontaneamente conscia dell’intelligenza dello Spazio e della sua incontenibilità.

E comunicano, in ultima analisi, una sorta di amore per la pittura tutto italiano, anzi si potrebbe dire veneto, che fu caratteristico anche di Tancredi Parmeggiani, pittore feltrino-veneziano cui Livia guarda spesso con ammirazione, per quel suo poetico e toccante modo di far fluttuare sulla superficie una materia pittorica tenacemente immanente e imprescindibile.


Le cromie di Livia Carta si adattano perfettamente alle forme, come se, fino dall’origine dell’universo fosse stato loro assegnato un destino aurorale. La loro interazione è un caleidoscopico aggregarsi e contrapporsi che si avvale persino del fondo della carta con funzione pittorica: come ‘luogo’ d’azione che conferisce ai movimenti del colore una profondità di campo in cui la nitidezza e la volontà di essere non vengono mai meno.

Giovanna Grossato

Geppe Segato. Antichi dei e uomini contemporanei

Quando la manualità non è solo capacità di eseguire con precisione e competenza una tecnica collaudata ma è capace di inventare ciò di cui il momento contingente necessita per una soluzione particolare, diventa ‘magistero’. Nell’ebraico post biblico la traduzione di ‘maestro’ è ‘rabi’ (che è anche un attributo dato a Cristo) e letteralmente definisce uno studioso che conosce e sa ad un massimo livello e che dunque può insegnare ad altri.

Nel Medioevo e nel Rinascimento, infatti, il ‘magister’ è colui che aveva titolo per insegnare nelle facoltà universitarie. Ma nel mondo delle ‘arti meccaniche’ quelle cioè che richiedono un’applicazione manuale, già definite da Aristotele anche «Scienze», vere e proprie tecniche, più tardi specializzatesi in mestieri, cioè in discipline manuali, il ‘magister faber’, identificava chi sapeva fare qualcosa ‘a regola d’arte’.
La premessa giova a comprendere meglio il lavoro artistico di Giuseppe Segato che, in un’altra sua dimensione esistenziale, è stato un abile e molto stimato chirurgo e che poi, non a caso, è diventato anche uno scultore. Self made man, stavolta, senza una particolare scuola se non quella, pregressa, del saper fare e della passione per l’arte e per la letteratura soprattutto mitologica, biblica e classica.

Il ‘travaso’ dalla chirurgia all’arte di una logica, di una ricerca di soluzioni pratiche nel cavare dalla materia bruta le figure che essa contiene, è stata dunque quasi ‘naturale’, anche se inizialmente nacque come hobby. L’indicazione del resto l’aveva fornita Michelangelo: “Ogni blocco di pietra contiene una statua ed è compito dello scultore portarla alla luce”. Certo, un po’ iperbolica, ammesso che sia mai stata pronunciata davvero, ma non troppo lontana dal vero. La prassi della scultura in legno e in marmo, cioè sempre usando parole di Michelangelo, non per “via di porre”, cioè modellando una materia duttile, ma “per forza di levare”, prevede precisi calcoli a priori e una progettualità che non è immediatamente visiva. Prevede cioè non solo l’idea e una capacità visionaria, che in Segato è particolarmente radicata nella cultura umanistica, ma anche una consuetudine sapiente nell’esperire percorsi in corso d’opera.

Il suo ricco bagaglio di formazione e di interessi si cala poi nei temi, trasfigurando personaggi mitici e generando creature simbolico-allegoriche: fantastiche interpretazioni di un immaginario mondo di pietra e di legno, sintetico e molto vario, legato principalmente alla figura. I corpi, rappresentati più spesso singolarmente ma anche allacciati in posizioni complesse, si offrono in un realismo deformato che se da un lato può apparire arcaico dall’altro interpreta la complessità contemporanea, ponendosi come sintesi tra due ere, come anello di congiunzione tra inferi e superni, tra uomini e dei.

La dicotomia tra la ferinità originaria e l’intelletto narrante si trovano spesso a convivere nello stesso blocco di pietra e la forma plastica datagli dallo scultore ne traduce il concetto. Con masse che si assottigliano inverosimilmente o divengono arti abnormi o intrecci sincopati che si fermano al limite dell’informale dopo aver raccolto le essenze di tutto il Mediterraneo e d’altrove.

Giovanna Grossato

LIVIA CARTA è nata a Vicenza, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Venezia nel corso del Maestro Bruno Saetti; è vissuta a Padova dove esponeva con il gruppo “Pittori e Scultori Padovani”; negli anni 80 è ritornata a Vicenza e attualmente vive e lavora a Vicenza. La sua attività espositiva si sviluppa dal ’66 e da allora è sempre stata presente nel panorama Nazionale e Internazionale. Ha esposto in personali presso Assessorati alla Cultura e in Gallerie private, ha partecipato a fiere e a rassegne Internazionali.

GIUSEPPE SEGATO, classe 1935, è marito, padre, nonno, chirurgo, pittore, scrittore e scultore. Ha esposto a Spoleto, Venezia, Padova, Vicenza.

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