di Paolo Biondo
Sono moltissime le persone che comunque dallo scorso 1 maggio ad oggi, hanno deciso di immergersi in un contesto che vissuto a distanza sembra una scatola vuota.
Un “paese” senza anima, dove l’esserci è più figlio dell’apparire, “dell’essere alla moda” che del sentirsi realmente partecipe di un evento che racconta, per alcuni versi, un mondo nuovo, un mondo che merita di essere conosciuto ed apprezzato.
Come vuole un canovaccio straconosciuto, quindi, l’Expo 2015, croce e delizia di una pagina della storia del Bel Paese che solo ai posteri riserverà i risultati più concreti, è come l’uva di quella famosa favola; un’uva che non sarà mai matura perchè non si è mai riusciti a raggiungerla e quindi a coglierla.
Comunque sia guardando il bicchiere mezzo pieno, però, vi è da sottolineare come la vetrina iridata milanese abbia stimolato la creazione di progetti in linea con il tema dominante della valorizzazione della cultura enogastronomica.
Lo Stivale è divenuto, infatti, un brulicare quasi incontrollato di momenti promozionali che si fregiavano e si fregiano, spessisimo meritatamente, del fatto che sono stati proposti nell’ottica di trasmettere al singolo un’atmosfera ed un messaggio che poi l’evento “madre” avrebbe dovuto amplificare nei modi più dovuti.
La sensazione che si percepisce è che esistono due Expo.
Da un lato quello tricolore dei borghi, delle città, un Expo più sentito perché promosso direttamente dal territorio. Dall’altro quello milanese che sa essere sì un caleidoscopio affascinante, ma che sembre risultare privo di quella genuinità, quel calore umano che contraddistingue la tradizione culiaria nazionale.
L’obbligo quindi per chi si è sempre rivelato non del tutto convinto sulla necessità che un’evento di questa portata dovesse esprimere la propria potenzialità disponendo di un unico cuore pulsante al quale tutti fanno riferimento è divenuto quello di varcare i cancelli della mega città o mini metropoli del cibo.
La curiosità è il primo elemento che assale il singolo non appena si affronta l’ingresso dell’Expo. Inizialmente più che i vari padiglioni a catturare lo sguardo sono le migliaia di persone che ti passano al fianco, nel medesimo senso di marcia oppure in senso contrario. Tutti, indistintamente, sono attratti da ciò che li circonda, un incredibile mix di suoni e colori che alimentano le emozioni più disparate, eppure nessuno viene a contatto l’uno con l’altro.
La ricerca del padiglione più strano, di quello dello stato più sconosciuto, di quello della nazione di cui si pensa di conoscere quel tanto che basta per apprezzare le proposte e via di questo passo.
Ogni passo, ogni metro compiuto stimola una sensazione, quella di essere su un altro pianeta. Di essere un Indiana Jones alla ricerca dell’Arca Perduta.
I volti dei visitatori che scorrono nella mente del singolo durante il suo girovare lungo il vialone principale dell’Expo diventano l’affascinante cornice di un sentimento comune, che ha nell’entusiasmo, nella soddisfazione e nel divertimento le fondamenta.
Con più le lancette dell’orologio cambiano posizione con più sale il livello dell’adrenalina, e nonostante le lunghe code esistenti per riuscire ad entrare nei padiglioni di varie nazioni nella persona creasce la disponibilità ad accettare anche questo contrattempo.
La pazienza diventa quindi uno stimolo ad apprezzare maggiormente quanto poi si andrà ad ammirare.
L’assistere, infine, dopo essere riusciti ad entrare in qualche padiglione, allo spettacolo dell’Albero della Vita, totem che sovrasta il “mondo dell’alimentazione”, diventa un passaggio della giornata all’Expo irrinunciabile. Anche il variare dei colori della struttura e i movimenti ritmici delle fontane danzanti, infatti, si trasformano in una fucina di emozioni che affiancate a quelle provate nel corso della visita compensano sicuramente l’energia spesa per non perdersi alcun attimo dell’esperienza vissuta.
A questo punto uniti i due Expo, quello territoriale e quello istituzionale, si riesce anche ad avere un pensiero meno scettico e quindi a non essere poi così distanti dall’uva matura.
La si può certamente cogliere, il suo sapore, però, non è uguale per tutti e di conseguenza lo si lascia al gusto personale.
foto P.B.










